Ginepro di Assisi
Ginepro, nativo di Assisi,
nel 1210 «fu vestito del suo Ordine Minore dal P.S.
Francesco, e divenne suo dilettissimo discepolo; e da lui
stimato per uno delli più perfetti, ch’avesse»
(L. Iacobilli, Vite, I, p. 28).
Forse pochi altri, tra i primi compagni di S. Francesco, hanno
raggiunto tanta notorietà come lui.
L’Anonimo perugino lo qualifica come «uno
di quelli che più si distinsero tra i primi discepoli
di Francesco». Questi giunse a stimarlo a tal punto,
che soleva ripetere: «Volesse Iddio che di tali
ginepri ne avessi una selva intera!».
Altrettanto o più ancora lo stimava S. Chiara, lieta
di averlo accanto a sé, mentre nel suo letto di inferma
era ormai prossima a morire. Essa lo chiamava con un vocabolo
che Cuthbert traduce con «giocattolo di Dio»;
Fortini come «giullare del Signore»;
e Omaechevarría come «arciere di Dio»,
a motivo delle sue ardenti, improvvise e celebri giaculatorie.
In realtà frate Ginepro fu quelle
tre cose insieme.
E la stima che gli professarono le due massime figure del
francescanesimo (Francesco e Chiara), sottolineano che non
ci si trova di fronte a un pagliaccio, ma a una personalità
di altissimo rilievo.
I suoi aneddoti sono certamente quanto di più divertente,
ma anche di più esemplare si possa leggere. Egli, sottolinea
Fortini, fu «il folle del poema eroico del francescanesimo».
Nell’identikit del frate minore, Francesco inserisce
frate Ginepro come colui che «giunse a uno stato
di pazienza perfetto con la rinuncia alla propria volontà
e con l’ardente desiderio d’imitare Cristo seguendo
la via della croce» (Specchio di perfezione, cap.
85).
Di frate Ginepro si conosce la semplicità
paradossale, che lo spinge sino a denudarsi completamente
sulla strada, per sentirsi deriso (cf. Della vita di frate
Ginepro, capp. VIII, XI) ; o che lo porta a tagliare
un piede ad un maiale, che pascolava nei pressi del convento,
per contentare un confratello malato (cf. Della vita di
frate Ginepro, cap. I). Se ne conosce, inoltre, l’umorismo,
che gli suggerisce risposte e atteggiamenti, che possono anche
esser considerati pazzeschi, ma che si scoprono invece ripieni
di tanta sapienza.
Per questo si riesce a capire perchè S. Francesco lo
abbia potuto proporre a modello, affermando: «Vero
frate minore sarebbe chi avesse in tanto disprezzato sé
e il mondo come frate Ginepro».
Ed altra volta, dopo lo scandalo del piede mozzato al maiale,
per compiere un atto di carità, S. Francesco esclamò:
«Fratelli miei, volesse Iddio che di tali Ginepri
io n’avessi una grande selva!» (cf. Della
vita di frate Ginepro, cap. I).
La sua vita si svolse soprattutto ad Assisi,
dove, come già riferito, entrò nel gruppo della
prima generazione dei frati circa l’anno 1210; a Viterbo,
teatro di alcuni degli episodi che meglio mettono in risalto
la sua abnegazione (cf. Della vita di frate Ginepro,
capp. III, VIII); ad Alviano, dove,
presso romitorio di Sant’Illuminata,
la sua vita fu intimamente legata a quella di frate Giovanni
Attientialbene (cf. Della vita di frate Ginepro,
cap. XIII); e a Roma, dove morì
nel 1258.
A Viterbo, più volte fu visto
girare completamente nudo per le strade; ed una volta «posesi
i panni in capo… vassene in sulla piazza pubblica per
più sua derisione» (cf. Della vita di
frate Ginepro, cap. VIII).
La scena del nudismo, per mortificazione e per edificazione,
fu ripetuta altra volta ad Assisi,
anzi ebbe per teatro addirittura la strada da Spoleto
ad Assisi. Anche qui, scandalo dei
frati, rampogne del padre generale; questi, non sapendo quale
castigo potesse esser proporzionato al “fattaccio”,
si sentì rispondere candidamente da frate Ginepro:
«Padre mio, io te la voglio insegnare; che sì
come io sono venuto insino a qui ignudo, per penitenza io
ritorni insino a là, donde io sono venuto a questa
cotale festa» (cf. Della vita di frate Ginepro,
cap. XI).
Vengono poi gli episodi della squisita carità di frate
Ginepro.
Corre al giaciglio di un confratello malato, alla Porziuncola,
per supplicarlo: «Possoti io fare servigio alcuno
che ti piaccia?». E udita la risposta: «Molto
mi sarebbe grande consolazione se tu mi potessi fare che io
avessi un peduccio di porco», Ginepro
non esita minimamente: si mette sulla strada alla ricerca
di un maiale. Lo trova, lo rincorre, gli taglia un piede,
lo cuoce e lo serve all’infermo, godendo della sua gioia.
Il mandriano dei porci lo rincorre, reclama aspramente presso
S. Francesco. Ai rimproveri del Santo, frate Ginepro
giubilmente risponde: «Io sì ti dico che,
considerando la consolazione che questo nostro frate ebbe,
e il conforto preso dal detto piede, s'io avessi a cento porci
troncati i piedi come ad uno, credo certamente che Iddio l'avrebbe
avuto per bene».
E quando Francesco gli impone, per penitenza, di rincorrere
il mandriano e di chiedergli perdono, frate Ginepro
lo fa con tanto zelo e convinzione, che non solo l’uomo
cessa di maledirlo, ma si carica sulle spalle il maiale, lo
uccide, lo cuoce e lo porta «con molta divozione
e con grande pianto a Santa Maria degli Angeli, e diedelo
a mangiare a quelli santi frati, per la compensazione delle
ingiurie dette e fatte loro» (cf. Della vita
di frate Ginepro, cap. I).
Era ancora carità squisita quella che lo portava a
distribuire ai poveri quanto gli capitava, fino a tornare
più volte nudo in convento, perché aveva distribuito
le vesti a chi gliele aveva chieste (cf. Della vita di
frate Ginepro, cap. IV).
Intima carità lo legava ai confratelli, fino a piangere
inconsolabile quando nel romitorio di Sant’Illuminata
(Alviano), morì frate Giovanni
Attientialbene. «Oimè tapino, che ora non
m’è rimasto alcuno bene, e tutto il mondo è
disfatto nella morte del mio dolce e amatissimo frate Attientalbene!».
E manifestò il desiderio, che può apparire macabro,
ma che per lui era sentimento d’amore, di scoperchiare
il sepolcro, staccarne la testa e farci scodelle, «l’una,
nella quale per sua memoria a mia divozione per continuo mangerei;
e l’altra, colla quale io berrei quando io avessi sete
o volontà di bere» (cf. Della vita di
frate Ginepro, cap. XIII).
Un altro atto di carità mise invece nei guai frate
Ginepro, il quale, però, con la sua
semplicità mista ad umorismo, riuscì bellamente
a venirne fuori.
Si trattò di questo: ad Assisi,
nel Sacro Convento di S. Francesco,
il sacrestano aveva adornato con ricchezza l’altare
in un giorno di festa. Al momento del pranzo, chiese a frate
Ginepro di montare la guardia, perché
non fosse sottratto nulla. Ma questi, dopo breve spazio, si
vide davanti una povera donna che chiedeva l’elemosina.
Senza pensarci due volte, viste delle campanelle di argento,
che avevano solo funzione ornamentale, gliele regalò,
dicendo: «Queste campanelle ci sono di soperchio».
Il fratello sacrestano ricorse al padre generale, che rimproverò
talmente frate Ginepro, da diventare rauco.
Il fraticello, appena terminata la sfuriata del superiore,
uscì di corsa dal convento, girò le case di
Assisi per farsi preparare «una buona scodella di
farinata col butirro». Ritornò in convento
che era notte. Ma andò ugualmente a bussare alla porta
del padre generale e gli disse: «Padre mio, oggi
quando tu mi riprendevi de’ miei difetti, mi avvidi
che la voce ti diventò fioca, credo per troppa fatica…
però ti priego che tu mangi questa farinata, ch’io
ti dico che ella ti allargherà il petto e la gola».
Ma il generale - probabilmente frate Elia - non mollò:
riprese i rimproveri, soprattutto per il disturbo che gli
era venuto a dare sul primo sonno. E frate Ginepro,
pronto, replicò: «Padre mio, poi che tu non
vuoi mangiare, e per te s'era fatta questa farinata, fammi
almeno questo che tu mi tenga la candela, e mangerò
io». Non c’era scampo. Il generale si rabbonì,
la farinata fu mangiata in due. E ci fu la lezione della carità,
dell’umiltà e della pazienza insieme (cf. Della
vita di frate Ginepro, cap. V).
Ma è un po’ semplicistico, davanti a questi episodi,
definire frate Ginepro un semplicione.
Se ne era accorto anche il demonio, che tremava davanti a
quella semplicità sapiente.
Un indemoniato, un giorno, si dette ad una corsa disperata.
E a chi gliene chiedeva il motivo, rispose: «La
cagione è questa: imperò che quello stolto Ginepro
passava per quella via, non potendo sostenere la sua presenza
né aspettare, io son fuggito infra questi luoghi»
(cf. Della vita di frate Ginepro, cap. II).
Lo stesso S. Francesco, nei casi più duri, diceva al
demonio: «Se tu non esci di subito di questa creatura,
io farò venire contro a te frate Ginepro»
(cf. Della vita di frate Ginepro, cap. II).
Tanto era, dunque, l’odio del diavolo contro il frate
semplice, che tentò di farlo impiccare a Viterbo,
presentandolo al tiranno della città come traditore.
Ma anche questa avventura terminò con nuova allegria
di frate Ginepro, che si vide bastonato e
trascinato per la gola, mentre ripeteva che era degno di questo
e altro! (cf. Della vita di frate Ginepro, cap. III).
Si dovrebbero raccontare anche altre penitenze di frate Ginepro,
come la famosa quaresima del silenzio, protrattasi per ben
sei mesi (cf. Della vita di frate Ginepro, cap. VI),
oppure, il notissimo «piatto di frate Ginepro»,
pieno di quanto era in cucina, e preparato per quindici giorni,
di modo che egli potesse pregare indisturbato (cf. Della
vita di frate Ginepro, cap. X).
Si potrebbe sostare anche sulle estasi del frate “sempliciotto”,
con le quali Dio ripagava quella semplicità (cf. Della
vita di frate Ginepro, capp. XII, XIV).
Ma, per dare l’ultima pennellata al quadro, basterebbe,
forse, ripetere una sua frase.
Venuti a consiglio spirituale frate Egidio con frate Simone
d’Assisi, frate Rufino e frate Ginepro,
discutevano sul metodo più facile per fuggire le tentazioni
carnali.
Frate Simone rispose che fuggiva per ribrezzo, frate Rufino
gettandosi bocconi a pregare, e frate Ginepro
disse: «subito corro e serro l’uscio del mio
cuore, e per sicurtà della fortezza del cuore mi occupo
in sante meditazioni e santi desideri; sicché, quando
viene la suggestione carnale e picchia all’uscio del
cuore, io quasi dentro rispondo: - Di fuori! di fuori! però
che lo albergo è già preso, e qua entro non
può entrare più gente -; e così non permetto
mai entrare dentro dal mio cuore pensiero carnale; di che,
vedendosi vinto, come sconfitto si parte non tanto da me,
ma da tutta la contrada» (cf. Della vita di
frate Ginepro, cap. VII).
La sua semplicità era, dunque, una conquista: il risultato
di un impegno continuo con Dio, fino ad aver abolito ogni
problematica, essersi annichilito, facendosi dominare in pieno
dalla grazia e dalla presenza di Dio.
Da qui la sua felicità e la vittoria in bellezza in
qualsiasi occasione nella quale, chi è ancora attaccato
a se stesso, si lascia scoraggiare o vincere.
A questo frate Ginepro si può applicare
in modo del tutto speciale il giudizio che dava Gemelli di
quella prima generazione francescana, quando diceva che la
gente poverella rompe i ponti col mondo, non con l’umanità:
non disprezza nessuno, preferisce essere disprezzata; in questo
voler essere disprezzati entra come ingrediente una spensieratezza
che a un borghese qualsiasi può sembrare disprezzo
o provocazione; ma i francescani non l’avvertono, perché
si sentono inviati umilmente e fraternamente ad un’umanità
che vive nel peccato.
Il nostro frate Ginepro morì il 6
gennaio del 1258; era entrato nell’Ordine nel 1210:
furono quarantotto anni di puro francescanesimo primitivo.
E morì in Roma, sull’arce
capitolina, la zona più alta della “Città
Eterna”.
Innocenzo IV aveva costruito su quella cima,
con le offerte di tutta l’urbe, quello che oggi chiameremmo
un complesso monumentale: oltre a un convento per i frati,
una magnifica basilica, sotto il titolo di “S.
Maria in Aracoeli”.
Là si riunivano le rappresentanze del Maggiore e Minor
Consiglio della città, là si deliberava sulla
pace e sulla guerra, là aveva pure la sua sede il Collegio
dei giudici urbani. E là giunse ad avere un tempo la
sua residenza ufficiale il Ministro generale dei frati minori.
Innocenzo IV l’affidò ai francescani come “castello
della fede e soglia del paradiso”.
Là morì il nostro eroe, in quella cornice così
inadatta per “il folle della povertà e della
croce”.
Morì in pace, «come se si addormentasse»,
passando da quella sua «soglia del paradiso»,
al radioso paradiso eterno.
Rispettando la sua volontà, frate Ginepro
fu seppellito nell’angolo più remoto del tempio:
chi aveva scelto per vivere all’ombra di un umile pianta,
scelse per suo sepolcro la terra dell’angolo più
oscuro di quella basilica.
Ma chi si umilia sarà esaltato.
Oggi le sue spoglie riposano nella parte inferiore di un’alta
colonna della basilica di S. Maria in Aracoeli,
alla sinistra dell’altar maggiore: sulla vetta della
Città Eterna, vicino al Campidoglio e al di sopra di
esso.
Non c'è miglior conclusione, parlando della vita di
frate Ginepro, che questa pagina ispirata
di Fortini: «Dopo sette secoli, il 22 giugno del
1958, si è proceduto alla traslazione delle sue reliquie.
Cerimonia indimenticabile. Il corteggio attraversava la solenne
navata. Le fiammelle dei ceri brillavano nella penombra; gli
squilli degli araldi di Assisi attingevano la sommità
delle colonne tolte ai templi pagani, ridestavano gli echi
delle sepolture. Tutta una moltitudine vestita di bigello,
di ferro, di porpora, d’oro, riviveva, palpitava su
quelle pietre tombali consumate dai passi delle generazioni
trascorse, sotto i baldacchini dei funebri monumenti. Un fremito
percorreva la vasta basilica come al tempo delle appassionate
assemblee convocate per la guerra e per la pace, per la vittoria
e la sconfitta. Quante voci sdegnose e osannanti avevano percosso,
nei secoli che erano trascorsi, il sepolcro nascosto di frate
Ginepro!...
Adesso ritornava la sua ora. Adesso le ossa di frate Ginepro
ricevevano quell’esaltazione che egli aveva voluto negarsi
in vita e in morte. Cantavano tutti insieme, i frati e i cittadini,
i vivi e i morti. Ripetevano le parole del graduale della
messa di san Francesco: “Franciscus pauper et humilis
dives coelum ingreditur”.
L’inno si diffonde nella piazza inondata di sole. E’
mezzogiorno. In una pausa del canto si odono suonare tutte
le campane di Roma. E’ un suono festoso, un clamore
confuso, che sale dalle chiese vicine e lontane nell’infinita
pace del cielo domenicale. Il Gesù, S. Maria Nuova,
S. Francesco delle Stimmate, S. Nicola in Carcere, S. Andrea
della Valle, S. Lorenzo in Damaso, la Chiesa Nuova, S. Maria
in Campitelli, S. Maria sopra Minerva, i SS. Apostoli, S.
Giorgio in Velabro, S. Bartolomeo dell’Isola, S. Ignazio,
S. Caterina, la Madonna dei Monti, S. Pietro in Vincoli, S.
Maria in Cosmedin, S. Maria Egiziaca, S. Anastasia, effondono
la loro preghiera, esprimono il loro saluto.
Il coro aereo osannante si indugia nel cerchio delle torri
assopite sotto lo sfolgorio della luce dilagante. Poi, a poco
a poco, diminuisce, tace. Ritorna il silenzio ad accamparsi
sulla città augusta, sui ruderi degli anfiteatri dove
agonizzarono le turbe dei martiri, sugli archi trionfali per
i quali sfilarono le coni baldanzose, sui colonnati alti del
Foro, sugli obelischi sormontati dalla croce, sulle cupole
che navigano nell’azzurro. Silenzio, canzone dell’eternità».
Quel silenzio che tanto aveva cercato e amato il nostro frate
Ginepro.
FRATE GINEPRO O LA SEMPLICITÀ
Appendiamo ora nella galleria il ritratto che più colpisce.
Tra tutti i compagni primitivi di frate Francesco, il più originale - nel senso di insolito - è stato senza dubbio frate Ginepro. E’ anche il frate che più ha fatto ridere nel mondo.
Con lui però capita come con il Don Chisciotte: bisogna saperlo leggere.
Non lo conosce, il Don Chisciotte, chi lo prende solo come un libro buono per fare quattro risate, senza penetrarne l’intimo calore umano né l’ispirazione altamente idealista. Allo stesso modo ignora frate Ginepro chi lo vede solo come un semplice buffone, giocosamente ridicolo.
Per capirlo occorre conoscere ed apprezzare la semplicità francescana; a sua volta, egli insegna, come pochi sanno fare, a scoprire tale semplicità, che è sublimazione e santificazione della semplice ingenuità.
Francesco d’Assisi fu un esempio perfetto di questa semplicità, e quelli che furono suoi seguaci autentici - ognuno alla sua maniera - la copiarono da lui; ancor oggi il mondo intero gode di essa e gliene è riconoscente.
C’è, nel francescanesimo primitivo, un altro caso paradigmatico di semplicità estrema. Venne chiamato «frate Giovanni il semplice»; Francesco, sin da quando lo ricevette nell’Ordine, rimase affascinato dalla rapidità e spontaneità con cui faceva quanto gli veniva consigliato: la sua maggiore aspirazione era essere in tutto come Francesco. Giunse al punto di attaccarsi a delle imitazioni sul tipo di quelle dei bambini: «Quando Francesco stava in qualche luogo a meditare, il semplice Giovanni ripeteva in sé e imitava subito tutti i gesti o i movimenti che egli faceva. Se sputava, sputava; se tossiva, tossiva; univa i sospiri ai sospiri e il pianto al pianto. Se il Santo levava le mani al cielo, le alzava egli pure, fissandolo con diligenza come un modello e facendo sua ogni mossa. Il Santo se ne accorse e gli chiese una volta perché facesse così. “Ho promesso - rispose - di fare tutto ciò che fai tu. Sarebbe pericoloso per me trascurare qualche cosa”. Francesco si rallegrò di quella schietta semplicità, ma gli proibì con dolcezza di fare così in futuro. Dopo non molto tempo da questa proibizione fra Giovanni morì. Eppure aveva fatto tali progressi in tutte le virtù, che Francesco e gli altri frati restavano stupefatti della sua santità. E quando Francesco proponeva alla imitazione la sua vita - ciò che avveniva di frequente - lo chiamava con grande piacevolezza non frate Giovanni, ma san Giovanni» (2 Cel. 190; LP. 19; SP 57).
Scriveva Bernanos che in ogni cosa c’è un sacramento. Anche in questo caso. I gesti di Francesco, riprodotti seriamente da questo frate Giovanni, erano come segni sacramentali. La grazia - la santità - stava nello spirito con cui entrambi li compivano: uno in modo originale, l’altro copiandoli.
L’INDIVIDUO CHE SI SCELSE IL NOME
Ma veniamo ora al prototipo, frate Ginepro.
La sua prima originalità consistette nell’imporsi egli stesso il nome al suo ingresso nell’Ordine, come programma della sua nuova vita.
Il suo nome, Ginepro, equivale al «Juniperus» della botanica, un arbusto delle cupressacee, dal legno resistente. Luca Wadding gioca letterariamente con esso, ricorrendo alla patristica - e questi dati descrittivi sono stati ripresi da Fortini -; «Sant’Isidoro afferma che la cenere del ginepro serba a lungo il palpitare dei suoi carboni arroventati; anche frate Ginepro custodiva a lungo il fuoco dell’amore nel suo petto. E San Girolamo, riferendosi a quest’albero che sa difendersi con foglie pungenti, dice che produce fiori e frutti in continuità, senza mai perdere la sua verde freschezza; allo stesso modo, frate Ginepro alimentava in sé il vigore dell’amore a Dio e agli altri, difendendolo con la vigilanza della sua vita penitenziale». L’Anonimo perugino lo qualifica come «uno di quelli che più si distinsero tra i primi discepoli di Francesco». Questi giunse a stimarlo a tal punto, che soleva ripetere: «Volesse Iddio che di tali ginepri ne avessi una selva intera!».
Altrettanto o più ancora lo stimava Santa Chiara, lieta di averlo accanto a sé mentre nel suo letto di inferma era ormai prossima a morire. Essa lo chiamava con un vocabolo che Cuthbert traduce con «giocattolo di Dio», Fortini come «giullare del Signore» (]oculator Domini) e Omaechevarria come «arciere di Dio» (Jaculator Domini), a motivo delle sue ardenti, improvvise e celebri giaculatorie.
In realtà il nostro eroe fu quelle tre cose insieme. E la stima che gli professarono le due massime figure del francescanesimo ci sta dicendo che non ci troviamo di fronte a un pagliaccio, ma ad una personalità di rilievo. I suoi aneddoti sono certamente quanto di più divertente, ma anche di più esemplare si possa leggere. E’ «il folle del poema eroico del francescanesimo» (Fortini). Il più folle e il più bambino, ma di quelli di cui dice un proverbio che pazzi e bambini spiattellano le verità.
Nell’identikit del frate minore, Francesco inserisce frate Ginepro come colui che «giunse a uno stato di pazienza perfetto con la rinuncia alla propria volontà e con l’ardente desiderio d’imitare Cristo seguendo la via della croce». Dal momento che Francesco lo ha visto così, anche noi dovremo considerare e ammirare in lui per primo e principalmente la sua pazienza, la sua umiltà e il suo amore alla croce. Questo dobbiamo vedere pure nelle pagine che seguiranno. Dobbiamo però anche tenere ben presente che la cosa più importante e originale è il modo con cui frate Ginepro esercitò nella sua vita queste virtù. Questo tratto caratteristico sia qui espresso con la seguente annotazione del Wadding: «Non ci sarà nessuno avido di ricevere onori com’egli lo era di ingiurie. Quando qualcuno - e non furono pochi - gliene lanciava, si toglieva di colpo il mantello, lo apriva in tutta la sua ampiezza e gli diceva: “Amico, butta pure qua con generosità; riempilo di pietre preziose”».
L’INTIMITÁ DI UN ESTROVERSO
Per capire ciò che appare al di fuori, occorre conoscere bene ciò che sta dentro. Affacciamoci al suo spirito, prima di essere sorpresi dalle sue azioni.
Lo spirito di frate Ginepro era essenzialmente e profondamente contemplativo. Fortini lo mette alla pari con frate Egidio - il che è tutto dire -: «Frate Egidio e frate Ginepro sono, nella leggenda francescana, simili a quelle aquile che dalla vastità del cielo discendono fulminee nell’agone terrestre. Nella stessa maniera il cavaliere mistico e il folle di Cristo rapidamente passano dalla contemplazione all’azione. Per essi la letizia francescana riverbera lutto il suo più acceso splendore».
Come contemplativo nato, era amantissimo del raccoglimento e del silenzio, che coltivava in modo originale. Una volta trascorse una mezza annata senza pronunciare una sola parola: il primo giorno si era impegnato a non parlare con nessuno in onore di Dio Padre; il secondo giorno, in onore di Dio Figlio; il terzo, in onore di Dio Spirito Santo; il quarto, come atto d’amoroso ossequio alla beata Vergine Maria; e il seguente, e poi l’altro, e l’altro, e l’altro ancora, in onore dell’uno o dell’altro Santo di sua devozione. Giunse alla fine della litanìa prima che della voglia di non parlare. Non era però un tacere per tacere, ma una sua astuzia per dedicarsi tutto alla contemplazione. Mi sono ricordato di lui quando ho letto queste parole che Kazantzakis mette in bocca a San Francesco nell’atto di esortare con fervore i suoi: «predicate soprattutto con la vostra vita e le vostre opere. Cosa c’è al di sopra della parola? L’azione. E al di sopra dell’azione? Il silenzio. Salite fino all’ultimo gradino».
Mentre si trovava in alta contemplazione, e come contrappunto alla medesima, un giorno gli venne da pensare alle buone qualità che il Signore gli aveva date. E gli sembrò di vedere nell’aria una mano misteriosa, e di udire una voce che diceva: «Senza questa mano non puoi far nulla».
Se ne uscì allora dal luogo dove stava pregando e, con gli occhi rivolti in alto, cominciò a girare per il convento gridando: «Com’è vero, Signore, com’è vero!».
E per molto tempo continuò a girare di qua e di là con quella esclamazione.
Un altro giorno restò assorto in estasi durante la messa conventuale. Terminata la messa, i frati uscirono lasciandolo immerso nel suo rapimento. Quando tornò in sé, andò da loro e disse: «Quale nobiluomo, in tutto il mondo, non andrebbe volentieri in giro con una cesta di sterco sul capo, se sapesse che in cambio gli darebbero un palazzo pieno d’oro?».
E concluse: «Ahimè? Perché ci rifiutiamo di sopportare un po’ di disonore, quando si tratta di guadagnare la vita eterna?».
Un altro giorno si trovava in compagnia dei frati Egidio, Rufino e Simone. Ed ecco che a frate Egidio viene in mente di domandare: «Che cosa fate voi quando sentite la tentazione carnale?».
Ci rifletterono sopra.
Poi frate Rufino rispose: «Io mi affido a Dio e alla beata Vergine Maria, e mi getto a terra lungo e disteso».
Gli disse frate Egidio: «Ti comprendo. E tu, frate Simone, cosa fai?». «Penso alla bruttezza dell’atto carnale, e fuggo».
«Anche te, ti capisco. E tu, frate Ginepro?». «Beh io, come mi assalgono cattivi pensieri o desideri, dico: "Via, via, che l’alloggio è occupato!”. E non apro loro la porta. Così essi non hanno altro rimedio che andarsene, come vinti su tutta la linea».
«Con te sono d’accordo, frate Ginepro - concluse frate Egidio -. Con questo vizio, la cosa più sicura è lottare evitando il combattimento, poiché se si infila dentro un traditore, attraverso i sensi entra tutto un esercito di nemici. Sarà dura allora la battaglia, e difficile la vittoria».
Come a lui piaceva pregare, così voleva che anche gli altri lo facessero. Questo suo zelo diede origine a uno dei suoi più simpatici aneddoti. Il nostro Ginepro risiedeva allora in un piccolo convento con alcuni frati (Romitorio di Sant’Illiminata di Alviano-Guardea). Arrivò un giorno in cui dovettero uscire - dal guardiano in giù - tutti meno lui. Gli chiesero quindi che per il ritorno ci fosse qualcosa pronto da mangiare.
«Ci penso io, fratelli» rispose egli con allegra disponibilità.
Come si vide solo, cominciò a far funzionare l’immaginazione su come sbrigare meglio quel lavoro di cuciniere. E almanaccò dentro di sé: «Però, cosa vuoi dire questo? A che scopo deve stare un frate tutti i giorni occupato a cucinare, invece di dedicarsi tranquillamen-te alla preghiera? Oggi preparerò tanta roba da mangiare, da bastare a tutti per due settimane».
E subito si mette all’opera. Esce dal convento, va in paese, ottiene in prestito alcune grandi pentole e casseruole, riceve in elemosina uova, galline, e ortaggi vari in quantità. Così ben rifornito, se ne torna al convento. Prepara un bel mucchio di rami secchi e di legna e vi appicca il fuoco. Riempie d’acqua i recipienti, vi mette dentro - tutto insieme - le uova col guscio, le galline ancora da spennare, le verdure di vario genere senza alcuna cernita, e poi pone pentole e casseruole sul fuoco.
Nel bel mezzo di quella faticata, ecco giungere al convento un compagno, che conosceva per esperienza e stimava molto il nostro eroe, vedendo abitualmente con piacere e soddisfazione le sue eccentriche trovate. Lo impressionarono tutte quelle pentole che stavano a bollire, e pensò: «Qui c’è un’altra prodezza del nostro Ginepro». Sedette alla distanza giusta dal focolare e, senza aprir bocca, si mise a osservare attentamente il suo gran daffare e i suoi gesti.
Saltava con agilità da una pentola all’altra, mescolando il contenuto con un bastone, aggiungeva rami da una parte e legna dall’altra, soffiava sul fuoco a pieni polmoni... E poiché per il continuo accostarsi alle fiamme finiva per bruciacchiarsi, si munì di un asse per servirsene da scudo; cercate e trovate delle funi, si cinse il saio liberandone gli orli svolazzanti dalla vampa delle braci, e continuò nella sua impegnativa arte culinaria, finché non gli sembrò che le vivande fossero al punto giusto di cottura.
Mise da parte le casseruole e attese il ritorno dei frati. Al loro giungere, frate Ginepro se ne stava alla porta del refettorio per dire loro: «Suvvia, fratelli, mangiamo quel che basta, e poi andiamo a pregare. E che nessuno si preoccupi di cucinare per i prossimi quindici giorni, perché ho preparato il sufficiente per tutto questo tempo».
I frati siedono a tavola, e Ginepro comincia a servir loro le varie portate: uova col guscio, galline spennate solo a metà, e sparse qua e là nei piatti le penne che si erano staccate durante la cottura. E a degna conclusione dello spettacolo, vedono Ginepro afferrare con le mani una di quelle galline pennute e, per stimolare il loro appetito, cominciare a mangiarsela leccandosi le labbra e dicendo: «Questa parte è buona per rafforzare il cervello. Quest’altra invece mi manterrà agile nel corpo...».
I frati cercano di capire e valutare la scena, ma rimangono esterrefatti. In quel momento non sanno se quella è semplicità o scempiaggine. Il frate guardiano si crede però in dovere di somministrargli una correzione, e gliela da con rude franchezza. Frate Ginepro si rende conto allora del suo sproposito, s’inginocchia davanti a tutti e confessa la sua colpa, riconoscendosi un pessimo uomo e ricordando pubblicamente con dolore i peccati che aveva commessi prima di entrare nell’Ordine. E diceva: «Ho conosciuto uno a cui, come castigo dei suoi crimini, furono cavati gli occhi; a più forte ragione dovrebbero fare questo con me. Ho conosciuto un altro che fu impiccato; a maggior motivo dovrebbero mandare me sulla forca per le mie malefatte, e per lo scempio che ho fatto di tanti beni di Dio e dell’Ordine».
E si ritirò in un angolo a sfogare il suo dolore; nel resto della giornata non osò più mostrarsi davanti ai frati. Alla fine, il frate guardiano ebbe a dire: «Avrei piacere che questo frate sprecasse ogni giorno, se ce l’avessimo, tutta la roba di oggi, pur di essere egualmente ogni giorno da lui edificati».
I TRE GRADI IGNAZIANI DELL’UMILTÁ
Chi avrebbe potuto predire al nostro eroe - l’inventore delle «gineprate» - che sarebbe giunto il momento, come al giorno d’oggi, in cui lo si sarebbe potuto presentare - e in piena regola - come un esempio eccellente dei tre gradi d’umiltà proposti da Sant’Ignazio di Loyola in un punto fondamentale dei suoi Esercizi? Malgrado tutto, è proprio così, e con una originalità unica. Ecco i famosi gradi ignaziani, ridotti nel loro testo a quello che ci importa in questo momento: «La prima forma di umiltà è necessaria per la salvezza eterna, e cioè che mi abbassi e umili per quanto mi è possibile... La seconda è umiltà più perfetta della prima, e cioè se sono giunto a tal punto che non voglio né desidero avere ricchezza più che povertà, onore più che disonore... La terza è umiltà perfettissima, e cioè quando, includendo la prima e la seconda (…), per imitare e per essere al presente più simile a Cristo nostro Signore, voglio e preferisco povertà con Cristo povero, più che ricchezza; vituperi con Cristo ricoperto di essi, più che onori; desiderando maggiormente essere ritenuto stupido e pazzo per Cristo, che per primo è stato ritenuto tale, che non sapiente e intelligente in questo mondo».
Volendolo, in quest’«era dell’immagine», si potrebbe senz’altro fare di questa lezione ignaziana uno “sceneggiato televisivo a puntate”, con il nostro Ginepro come protagonista. Sarebbe qualcosa di divertente, attraente, suggestivo e … altamente istruttivo.
Abbiarmo già visto come venga tratteggiata la figura di frate Ginepro nella definizione poliedrica che San Francesco dà del vero frate minore. Potremmo riprenderla, traducendola in questi altri termini: «giunse al grado perfettissimo della pazienza mediante la perfetta conoscenza della propria bassezza - che aveva sempre presente davanti agli occhi - e mediante il supremo desiderio di imitare Cristo seguendo la via della croce». Ho evidenziato tali parole per poterne verificare la corrispondenza con quella di Sant’Ignazio. Se vi è qualche differenza - e certamente vi è -, la si deve cercare nel secondo grado: ciò che la figura come la famosa «indifferenza ignaziana», nel nostro frate si presenta come una bilancia che pende maggiormente verso la povertà e il disonore. Le parole chiave sono però le stesse: umiltà, pazienza, amore alla Croce. E tutto - nell’uno e nell’altro caso - come risposta all’amore estremo di Gesù di Nazaret.
Narra la leggenda che una volta il nostro frate Ginepro fece mortificazioni così grandi da arrivare a sputar sangue. Nella sua semplicità di innamorato del Crocifisso, corse a prostrarsi ai suoi piedi, e con accento di dolore esclamò: «Ecco, Signore mio, che cosa sopporto per il tuo amore».
E subito (oh miracolo!) Gesù staccò la mano inchiodata dalla croce, la posò sulla piaga del costato, e rispose: «E io, che cosa non ho sopportato per te?».
Da quel momento frate Ginepro venne mutato in un altro uomo. Anziché soffrirne, esultava di gioia quando veniva fatto og-getto dell’altrui disprezzo.
Cominciamo dalla prima forma di umiltà: «che mi abbassi e umilî per quanto mi è possibile». Non potrà mai capire il nostro frate Ginepro chi non riesca a guardarlo in quest’ottica: «Ciò che dagli altri era giudicato semplicioneria o fatuità, egli lo viveva come disprezzo di se stesso», annota il suo biografo. Quando entrava nel convento diceva a se stesso: «Oh inutile creatura! Con che faccia torni dai tuoi frati? Che titolo puoi presentare perché ti accolgano? Anche solo col darti riparo, e un tozzo di pane e un bicchier d’acqua, ti darebbero già molto, e ben al di sopra dei tuoi meriti. Dovresti essere buttato fuori, indegno come sei della loro compagnia».
Un giorno gli saltò per la mente di restare «scalzo dalla punta dei piedi alla sommità della testa» - come scriverebbe un giornalista d’oggi -, e così, come Dio lo mise al mondo, si diresse ad Assisi, attraversò la città da un capo all’altro, e fatto il suo giro fece ritomo alla Porziuncola. Lo scandalo fece chiasso, essendo un giorno con grande affluenza di gente; e grande fu la vergogna patita dai frati. Il Ministro generale gli fece una ramanzina con i fiocchi, che concluse domandandogli:
«Che penitenza ti darò?».
«Che mi lasci tornare nello stesso modo per dove son venuto» rispose imperturbabile l’ammonito.
Persino da morto voleva che soddisfacessero il suo desiderio di umiliazione. Una volta fece a un frate questa domanda:
«Come vorresti morire tu?».
Il frate gli rispose:
«Mi piacerebbe morire in un convento dove ci fossero molti frati, perché tutti pregassero il Signore per la mia salvezza».
Ed ecco il commento del nostro Ginepro:
«Beh, io preferirei terminare i miei giorni con una malattia così ripugnante, che nessun frate mi si potesse accostare; e che, alla fine, mi tirassero fuori dal convento e mi gettassero in una buca in aperta campagna, e là morire solo e disprezzato, e che non mi dessero nemmeno sepoltura, abbandonato per essere divorato dai cani».
Passiamo alla seconda forma di umiltà, quell’ago della bilancia soprannaturale che ha ormai un nome nella storia, l’indifferenza ignaziana: «non volere né cercare con piacere più ricchezza che povertà, più onore che disonore». Questa regola sarebbe addirittura incomprensibile per il nostro uomo, il quale - al dire del suo biografo - «rifuggiva dagli onori come dalla peste». Senonché tale esagerazione, da lui vissuta con giubilo come un’espansiva dismisura dell’ago della bilancia ignaziana, s’avvicina molto a questo encomio dell’apostolo: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo»(1Pt 1,6-7).
Per incontrare e capire il nostro eroe, occorre cercarlo per questa strada di disprezzo dell’orpello mondano a causa dell’oro puro del cielo, delle ricchezze transitorie a causa di quelle eterne.
Conosciamo frate Egidio, esempio mirabile per chi riceve la grazia dell’estasi. Ma quella volta furono cambiate le parti. Egidio e Ginepro abitavano allora insieme. E fu quest’ultimo a essere rapito in estasi. E nel riprendersi dal suo celeste rapimento, esclamò:
«Com’è grande e meraviglioso il regno di Dio, nel quale esultano gli angeli con Cristo! E come facciamo poco o nulla per raggiungerlo! Cosa non darebbero i personaggi più nobili per ottenere un regno, se fosse loro offerto? E per questo regno celeste, eterno, fonte di ogni gioia, non vorremmo noi patire un po’ di molestia e un po’ di vergogna?».
All’udire tale sfogo mistico, il benedetto Egidio piangeva di devozione.
Avevano i frati per amico un grande signore, al quale era giunta la fama di frate Ginepro. Gli venne così il desiderio di averlo ospite per alcuni giorni nella sua casa, per onorarlo e per ascoltare qualche santa parola. Gli trasmise il suo invito, ma Ginepro disse un no chiaro e tondo. Il grande signore e devoto amico dell’Ordine si rivolse al frate guardiano; questi ingiunse al nostro Ginepro di accettare per obbedienza un così cortese invito, ed egli là si recò. Il grande signore, l’intera famiglia, la servitù lo ricevette con un applauso generale, tant’erano contenti del suo arrivo, e lo trattarono con mille riguardi, prodigandosi nei complimenti più smaccati... Riguardi e complimenti che a lui seppero di veleno: li prese come offese e cominciò a rispondere con disdegno. Non riuscirono nemmeno a tirargli fuori una parola buona o un gesto particolare di devozione. Sorpreso di quelle reazioni, il signore pensò che era forse stanco del viaggio, e che avrebbe desiderato riposare. Lo condusse quindi nella stanza che gli aveva preparato, con un letto elegante sul quale sfoggiavano lenzuola delicate e una coperta graziosa.
E là lo lasciarono a riposare.
Come si vide solo, anziché coricarsi per fare una bella dormita, ridusse con dispetto lenzuola e coperta a uno straccio. Prima ancora che spuntasse il sole, se la squagliò furtivamente da quella stanza e da quella casa e fece ritomo al suo convento. Ivi non tardarono a giungere anche le lamentele e lo scandalo dell’adirato signore. I frati ne fecero acerbe rimostranze a Ginepro, e lui ricevette i rimproveri dei suoi e il disprezzo del signore mostrandosene felice, quasi si trattasse di onorifiche congratulazioni.
Quella di frate Ginepro non è certamente una condotta da imitare, nemmeno da ammirare; costituisce tuttavia, in lui, un’altra inoppugnabile prova del disprezzo di se stesso, «mediante la conoscenza della propria bassezza» - ciò che San Francesco valutava in lui - e il «che mi abbassi e umili per quanto mi è possibile» - insegnato da Sant’Ignazio come prima forma di umiltà.
Non capirono il nostro frate neppure i protagonisti della scena deliziosa verificatasi al suo arrivo nella città eterna. L’obbedienza l’ha infatti destinato a Roma. Fortini dice che «forse è lo stesso papa Innocenzo IV che ne fa la proposta, pensando che la presenza di Ginepro possa accrescere la devozione dell’Ordine. Il pontefice e il frate si erano incontrati nel 1253 in Assisi. E per certo si erano compresi e amati».
A Roma era stato preceduto dalla sua fama di Santo, e dalla notizia che stava per arrivare. Si formò allora spontaneamente una nutrita processione di gente desiderosa di dargli il benvenuto e di tributargli il proprio omaggio devoto. Vistili venire, e indovinate di primo acchito le loro intenzioni, Ginepro decise repentinamente, com’era suo stile, di mutare quella devozione popolare in suo vilipendio personale. Proprio in quel luogo, accanto alla strada, v’erano due ragazzini che giocavano all’altalena. Ginepro volò da loro, ne fece scendere uno e si mise a fare l’altalena con l’altro, su e giù. Si avvicinava intanto il corteo di devoti, e nel vederlo divertirsi a quel modo, come un monello, e che invece di abbandonare il gioco era sempre più preso in esso, con raddoppiata allegria - sempre su e giù -, alcuni cominciarono a stufarsi e a disprezzarlo, altri vollero continuare a pensar bene di lui, a motivo della sua buona fama; tutti comunque finirono per voltargli le spalle e far ritorno alla città. Come non vide più nessuno in lontananza, Ginepro pose fine al suo gioco e s’introdusse di nascosto nell’Urbe, soddisfatto vincitore di se stesso e del suo onore.
Mai un eroe vittorioso era entrato più contento di lui in una città conquistata. Dopo tutto quanto è stato detto, ci potremmo risparmiare dal presentare la pratica della terza forma d’umiltà nel nostro uomo: «Per imitare e per essere al presente più simile a Cristo nostro Signore, voglio e preferisco povertà con Cristo povero, più che ricchezza; vituperi con Cristo ricoperto di essi, più che onori; desiderando maggiormente essere ritenuto stupido e pazzo per Cristo, che per primo è stato ritenuto tale, che non sapiente e intelligente in questo mondo».
Il Ginepro infatti che abbiamo conosciuto fino ad ora è così: povero di tutto e di se stesso, sempre intento a cercare il proprio disonore, anche a costo di rompere con le sue coscienti eccentricità tutti gli schemi della sapienza e prudenza dell’umana società.
Ma per non lasciare priva di qualcosa di biografico, e di “gineprinamente” esilarante, anche questa parte della terza forma di umiltà, trascriverò un aneddoto dalla sua Vita. La narrazione del biografo possiede il fascino di un Fioretto, con vari spunti e abbellimenti leggendari. Inizia quasi con una parola della narrazione di San Giovanni, relativa all’ultima Cena: «II diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariola di tradire Gesù» (Gv 13,2).
Volendo il diavolo suscitare a frate Ginepro una tribolazione quale non aveva mai provato, si accostò a un certo tiranno, uno dei signori più crudeli dell’epoca nel suo modo di governare, giudicare e infliggere castighi. Si chiamava Nicolò e possedeva una città-castello vicino a Viterbo, con cui era in guerra come suo nemico giurato. Il diavolo s’avvicinò dunque a questo Nicolò e gli disse:
«Signore, guardatevi bene, perché presto dovrà venire qui un grande traditore, mandato dai Viterbesi ad uccidervi e mettere fuoco a questo vostro castello. E affinchè voi comprendiate che io dico il vero, vi espongo questi connotati. Costui va intorno come un povero, con i vestiti rotti e rappezzati, il cappuccio rovesciato e lacero. Porta con sé una lesina con la quale cercherà di uccidervi, e la pietra con l’acciarino per appiccare l’incendio. E se troverete che ciò non sia vero, fate di me giustizia».
Oltre che sorpreso, il tiranno Nicolò rimase terrorizzato. Comandò immediatamente di vigilare con la massima attenzione, e se fosse capitato nei pressi del castello qualcuno che presentava quei segni, lo si sarebbe dovuto catturare e portare davanti a lui.
Frate Ginepro, che, in quei tempi, viveva nel convento di Viterbo, era uscito dalla città, perché così gli era parso bene, avendo dal Ministro generale il permesso di andare dove volesse e senza compagno. E si diresse proprio verso quella tal cittadella, nella quale c’era un altro convento dell’Ordine. Per strada s’imbatte però in un gruppo di giovinetti, i quali, senza alcun riguardo e con grande sfacciataggine, se la presero con lui, e dopo averlo malmenato, gli fecero anche il brutto scherzo di ridurgli l’abito a brandelli, lasciandogli il cappuccio tutto sforacchiato. E come reagiva il benedetto frate? Invece di difendersi, li incoraggiava e li aiutava addirittura a spassarsela con le loro malefatte. Finché, stancatisi, i giovani lo lasciarono che a tutto poteva sembrare meno che a un frate minore.
Così conciato, Ginepro si avvicinò al castello. Ed ecco, «subito con furore è preso e portato davanti a Nicolò. Gli cercano addosso e gli trovano nella manica la lesina con la quale era solito racconciare le scarpe; e poi la pietra con l’acciarino perché, abitando spesso per i boschi e per i luoghi deserti, gli avveniva di dover accendere il fuoco. Allora, venendo l’accusa confermata dai fatti, comanda Nicolò che al frate venga messa una corda al collo: e così fanno con tanta crudeltà che la corda gli entra nella carne. Lo mettono quindi alla tortura, gli slogano le braccia, lo straziano per tutto il corpo senza alcuna pietà».
Il tiranno intanto lo interroga con rabbia;
«Chi sei tu?».
«Sono il più grande dei traditori, indegno di ogni bene» risponde Ginepro con la sua umile sincerità.
«Ed è vero che venivi per uccidere con la tua lesina un certo Nicolò, e bruciare il suo castello?».
«Cose ancor peggiori farei, se Dio non tenesse la sua mano su di me».
«Tanto basta perché Nicolò, vinto dall’ira e senza indagine, condanni frate Ginepro ad essere legato alla coda di un cavallo e così trascinato fino al patibolo per essere impiccato. E ancora frate Ginepro non si scusa, né mostra di contristarsi, come colui che nelle tribolazioni pone tutta la sua letizia. Nemmeno si duole quando è legato per i piedi al cavallo e trascinato per terra, così che sembra un agnello menato al macello. Corre intanto il popolo a vedere il supplizio dello sconosciuto, giudicato con tanta fretta e crudeltà. Ma un uomo pietoso, che ha assistito a tutta questa vicenda, corre al luogo dei frati minori, e dice: "Per amore di Dio, venite subito perché è stato preso un traditore e lo hanno condannato e lo menano a morte. Venite, che almeno egli possa rimettere l’anima nelle vostre mani... non ha avuto tempo di potersi confessare… e non pare che della morte si curi e nemmeno della salute dell’anima sua". Il guardiano - un buon frate un po’ corpulento -, commosso, va immediatamente; ma trova il luogo così affollato che non può avere il passo, e intanto che aspetta sente qualcuno che dice; "Lasciate, lasciate, cattivelli, che questa corda mi fa male alla gamba". Crede di riconoscere una voce nota, si getta in mezzo, solleva il panno che ricopre la faccia del condannato e rimane di sasso vedendo frate Ginepro, il quale, senza badare più al dolore, gli dice sorridendo: "O guardiano, come sei grasso!". Il guardiano, trafitto in mezzo alle lacrime, si leva la tonaca per ricoprirlo, ma l’altro continua a scherzare: "O cattivo, tu sei ben pingue, e non stai bene senza tonaca; non la voglio".
Il guardiano prega i manigoldi e tutto il popolo che per pietà aspettino un poco, perché egli andrà a supplicare il tiranno Nicolò di accordare la grazia. E quelli acconsentono, credono che si tratti di un suo parente e si mettono ad aspettare la risposta».
Corre il guardiano da Nicolò, e piangendo a calde lacrime, e mescolando le minacce alle suppliche, gli spiega come quel tale che stavano per giustiziare era uno dei frati più santi esistenti nell’Ordine, e che il suo nome era Ginepro.
La furia del tiranno Nicolò si tramutò in paura: aveva già sentito parlare di quel frate e della sua santità. Con le ali ai piedi, si precipitò là dove si trovava frate Ginepro, s’inginocchiò davanti a lui, e gli chiese umilmente perdono. Il reo glielo concesse di tutto cuore. Mentre lo liberavano, il tiranno confessava: «Adesso è vicina davvero, con la fine dei miei giorni, la fine di tutti i miei mali. Poiché, sia pure per ignoranza, ho trattato con tanta crudeltà questo santo, Dio non avrà più pazienza con me, e una brutta fine mi aspetta»,
Frate Ginepro se ne tornò con il frate guardiano, il despota Nicolò, poco tempo dopo, subiva una morte atroce, trapassato da una spada. Ma dimentichiamoci qui del triste Nicolò, per restarcene con frate Ginepro. Fortini presenta quest’aneddoto come un esempio estremo della «perfetta letizia» di San Francesco, nello spingere «fino all’assurdo la pazienza e la gioia per i maltrattamenti».
Se qualcuno, terminando la lettura di questa parte dedicata ai tre gradi ignaziani di umiltà, abbozzasse una smorfia per lo scandalo provocato dal mio aver messo a confronto un frate così semplice con l’autore degli “Esercizi Spirituali”, gli direi - come colpo di grazia - che avremmo potuto fare la stessa cosa a proposito dei famoso agere cantra dello stesso Loyola: vivere andando contro le istintive inclinazioni naturali. Glielo direi senza dare altra spiegazione - in realtà è già stata data nelle pagine precedenti - all’infuori di questa massima di frate Egidio: «Se vinci te stesso, puoi star certo che hai vinto tutti i tuoi nemici».
E in questo - non ne dubito - fra Ginepro è stato un maestro.
LIBERTÁ E FELICITÁ INVIDIABILI
Se il lettore, al di là delle risa o risate che provocano le sue trovate per nulla comuni, è riuscito a captare lo spirito che le anima, si sarà reso conto che da quest’uomo originale spirano una libertà e una felicità invidiabili. «Era impulsivo, obbediva all’idea del momento, ma non pensava mai a se stesso» scrive padre Cuthbert, e questo oblio di sé è il miglior trampolino psicologico e spirituale per lanciarsi nell’atmosfera pura della libertà e della gioia. Egli fu relice di essere così, più emeglio di quanto lo siamo noi con lui, che è già grande cosa.
L’anima delle sue azioni era l’amore. L’amore e la fedeltà al Vangelo, inteso come voleva il suo padre e maestro, Francesco: «semplicemente e senza commento». Il Poverello aveva trasferito di sana pianta alla sua Regola non bollata - che riflette più nitidamente il suo ideale - queste norme evangeliche: «Quando i frati vanno per il mondo non portino niente per il viaggio (cf. Lc 9,3). Non resistano al malvagio; ma se uno li percuote su una guancia, gli offrano l’altra (Mt 5,39). E se uno vuoi togliere loro il mantello, non gli impediscano di prendere anche la tunica (Lc 6,29-30)». Così ha fatto il maestro Francesco, così ha fatto anche questo suo discepolo, ciascuno con un suo stile personale inconfondibile.
Frate Ginepro amava tanto i poveri che, capitandogli di incontrare per strada uno vestito peggio di lui, si strappava di dosso il cappuccio, o una manica, o quel che poteva, e glielo dava. Talvolta anche l’intero abito. In uno dei conventi dov’ebbe a risiedere, il guardiano glielo proibì in modo perentorio: né tutto, né una parte, né niente! Senonchè, poco dopo, s’imbattè con un mendicante che gli chiedeva l’elemosina, ed egli, incapace di sottrarsi alla compassione, gli disse: «Guarda, caro: non ho su di me nient’altro che l’abito, e nemmeno questo posso darti, perché me l’hanno proibito in nome dell’obbedienza. Però, se sei tu a prendermelo, è un problema tuo».
E il mendicante, né impacciato né pigro, lo svestì in un secondo e se n’andò col suo abito. Quando ritornò al convento vestito solo della sua pelle, prima di buscarsi la sgridata, disse ai frati: «Un uomo me l’ha portato via».
Questa compassione per così dire innata creò in lui una generosità irresistibile. Venivano i poveri al convento, e se non trovava altro, dava loro i libri di uso comune, o gli asciugamani, o perfino le tovaglie dell’altare. I frati temevano di lui, e perciò, come vedevano qualcuno venir a chiedere l’elemosina a frate Ginepro, toglievano e nascondevano in tutta fretta ciò che potesse trovarglisi a portata di mano.
Né valevano i casi eccezionali. Come quello di un Natale, nel convento di Assisi. Il frate sagrestano aveva cercato quel che di meglio c’era, per adornare l’altar maggiore come la festa meritava; tra gli altri ornamenti, un magnifico paliotto da cui pendevano dei campanelli d’argento. Frate Ginepro stava pregando vicino all’altare; quando il frate sagrestano, che doveva andare a mangiare un boccone, lo incaricò di sorvegliare al suo posto, finché non tornasse. Senonchè prima di lui venne una poverella che, visto frate Ginepro, gli chiese l’elemosina. Ginepro le disse: «Vieni, vediamo un po’ se su quest’altare con tante decorazioni c’è qualcosa da poterti dare».
Osservò l’altare dall’alto al basso, e da sinistra a destra. E nel vedere i campanelli appesi, commentò: «Cosa fanno qui ‘sti campanelli? Sono un ornamento superfluo».
Detto fatto, li tagliò con un coltello e li diede alla povera donna.
Quei campanelli si sarebbe poi dovuto suonarli. Nel frattempo, il sagrestano - aveva da poco cominciato a mangiare - si sovvenne d’un tratto della manìa di generosità da cui era affetto frate Ginepro, rivide il suo prezioso altare, e col boccone ancora in bocca si precipitò in chiesa, preso dal timore che glien’avesse già combinata una delle sue. Gettò un rapido sguardo di controllo all’altare, e si accorse che non v’erano già più i campanelli d’argento. Guardò con spavento e con angoscia frate Ginepro, e questi, senza dargli tempo di parlare, gli disse: «Non perdere la calma, fratello, per quei campanelli. Li ho dati a una poverella, molto bisognosa. Dopo tutto, non erano che un’esibizione di vanità».
Il frare sagrestano andò su tutte le furie, si scaraventò alla ricerca della donna, e non avendola trovata, tornò indietro più incollerito che mai. Tirò via il paliotto, e come se avesse tra le mani il corpo del delitto, si recò a presentare le sue lagnanze al Ministro generale, frate Giovanni Parenti, uomo saggio e pio: «Guarda come quel frate Ginepro ha rovinato questa meraviglia di paliotto, strappandone i campanelli d’argento per darli in elemosina».
Gli replicò il frate Generale: «La colpa non è sua ma della tua ingenuità, con l’affidare a lui la sorveglianza. Non conosci le sue furberie e le sue stravaganze? Mi meraviglia addirittura che non le abbia dato di più. Ma non preoccuparti, che avrà da sentire la sua!».
E così fu. Terminata la recita dei vespri, il Ministro generale convocò tutti i frati in capitolo, e davano a tutti rinfacciò a frate Ginepro il guasto provocato nel magnifico paliotto e l’inconsulto regalo di quei campanelli d’argento. Continuò quindi a rimproverarlo duramente, per vedere se così metteva giudizio. Forzò tanto la voce, che cominciò a diventargli un po’ roca. A questo badò frate Ginepro, fino ad averne compassione, dato che tutto il resto - la severa diatriba - lo rendeva felice, nell’udire come veniva umiliato davanti agli altri frati. Non era ancora finita la riunione capitolare, e già egli stava progettando il rimedio per quella raucedine. Andò in una casa vicina, incaricò una persona conosciuta di preparargli una scodella con fior di farina e burro. Quando fu pronta, che era ormai notte fatta, andò, con la sua scodella in una mano e una candela accesa nell’altra, alla cella del Ministro generale, bussò alla porta, e questi gli aprì. Al vederlo nell’ombra con la scodella e la candela, gli chiese: «Cosa vuoi da me a quest’ora?».
«Fratello - gli rispose Ginepro -, quando mi riprendevi nel capitolo, mi sono accorto che eri un po’ rauco. E ho fatto preparare per tè questa farina fina di burro. Mangiala, ti farà motto bene».
Il Generale rifiutò, e gli ordinò di andarsene e di lasciarlo in pace. Ma Ginepro a insistere perché la mangiasse. Ancor più irritato, il Generale lo rimbrottò: «Smettila, sciocco! Pensi che vada a mangiare qualcosa a quest’ora?».
Allora Ginepro, persuaso che non l’avrebbe convinto, gli disse: «Fratello, dato che tu non lo vuoi prendere, tienimi la candela e me lo mangerò io».
Il Generale restò disarmato.
Uomo pio qual era, si lasciò conquistare da quella semplicità animata dall’amore, e riacquistando dolcezza, gli disse: «Fratello, poiché lo vuoi, mangeremo tutt’e due».
Così mangiarono i due, assaporando l’amore reciproco più di quel fior di farina col burro.
In un’altra occasione rese famosa una zampa di porco.
E’ il primo episodio che ci racconta il suo biografo, ed è l’ultimo che qui mi accingo a narrare.
Un giorno il nostro frate capita alla Porziuncola, e viene a sapere che, tra i numerosi frati che dimoravano nel convento, ce n’era uno gravemente infermo. Va a visitarlo, e lo vede così mal messo che, pieno di compassione, gli chiede: «Posso fare qualcosa per te? Cosa vorresti mangiare?».
E l’altro, con voce flebile, gli tira fuori una voglia bizzarra: «Mangerei volentieri, se ce l’avessi, una zampa di porco».
«Lascia fare a me - replica svelto il nostro Ginepro -. Te la procurerò io, e te la cucinerò come piace a te».
E munitosi di un contellaccio, esce dal convento, va in giro per i terreni confinanti, finché non s’imbatte in un folto branco di porci che pascolano per la campagna. Si lancia in mezzo al branco, gliene scappa uno, ne piglia, ma gliene scivola via un altro, finalmente ne afferra uno per la zampa, e gliela taglia insieme a un pezzo di coscia, lasciandolo zoppo a denunciare con strilli laceranti la sua mutilazione. Frate Ginepro si affretta a tornare tutto felice al convento, cucina la zampa, la porta al malato, e questi se la mangia assaporandola con avidità, mentre il suo cuciniere lo contempla contento come una pasqua.
Tira tutta un’altra aria nella campagna dove pascolano i porci. Il garzone che guardava i porci, corre dal padrone e gli riferisce ciò che è accaduto; e costui viene al luogo dei frati, chiamandoli a gran voce ipocriti, ladroncelli, falsi, malandrini, cattivi soggetti, e più e più volte ripetendo: «Perché avete tagliato il piede al porco mio?».
Al grande chiasso, viene Francesco - che si trovava in quell’occasione alla Porziuncola -, seguito dagli altri frati, e si scusa, pur non sapendo come siano andate le cose, e cerca di placarlo promettendo di risarcirlo di ogni danno. Ma il porcaro non si acquieta; e anzi con maggiore ira e villania assai eccitato e minacciando si allontana, sempre ripetendo ai frati che per malignità essi hanno tagliato il piede al porco suo e che non servono nè scuse nè promesse.
Mentre nel convento imperversa quella bufera, frate Francesco si ricorda d’un tratto di frate Ginepro, e si chiede se non ne avrà combinata una delle sue. Lo fa chiamare e gli domanda: «Hai tagliato tu qui intorno la zampa a un porco?».
«Sì, fratello» risponde egli tutto euforico per la sua prodezza caritativa.
E gli racconta, gongolante nel riferire i dettagli, la sua visita al frate ammalato, il desiderio manifestato da questi, e quanto gli sia costato esaudirlo, e con quanta soddisfazione abbia mangiato quella zampa. Al termine di quel racconto. Francesco, col tono addolorato di chi deve riprendere un fratello, gli dice: «Frate Ginepro, perché hai fatto così grande scandalo? Giustamente quell’uomo si duole ed è così adirato contro di noi; e forse adesso va attorno per la citta, diffamandoci per il torto a lui fatto e con ragione. Onde io ti comando, per santa obbedienza, che tu gli corra dietro finché lo raggiunga. E poi gettati in terra disteso davanti a lui e digli la tua colpa, promettendo di dargli tale e siffatta soddisfazione che egli non abbia motivo di rammaricarsi di noi; che per certo questo è stato troppo grande eccesso».
Frate Ginepro si meraviglia che frate Francesco gli parli così, e che quell’uomo si sia infuriato tanto per una cosa di cui dovrebbe invece rallegrarsi, dal momento che tutti i beni temporali non valgono nulla se non in quanto servono all’amore.
Risponde dunque frate Ginepro: «Non dubitare, padre mio, che subito gli darò soddisfazione e lo farò contento. Ma perché dovrei io essere pentito, se questo porco apparteneva a Dio piuttosto che a lui, ed è servito per fare così grande carità?».
E parte correndo e raggiunge quell’uomo, il quale dal grande furore è ormai fuori di sé; e gli narra come e perché ha troncato il piede al porco, e mette nel racconto tanto fervore ed esultanza e gaudio, come se s’attenda di essere ringraziato per il servizio reso. Ma quello, cieco dall’ira, risponde chiamando frate Ginepro insensato, stolto, ladroncello, pessimo malandrino. E frate Ginepro di queste parole non si cura, come se si prendesse diletto delle offese. Soltanto si meraviglia che l’altro non lo intenda; e pensa di non essersi spiegato abbastanza perché, dice, tutto questo deve essere motivo di allegrezza e non di rancore. E così ripete di nuovo tutta la storia e si getta al collo dell’uomo adirato, lo abbraccia, lo bacia, ribatte che tutto fu fatto per sentimento di pietà e in ultimo lo invita a donare ciò che del porco è avanzato. E mette in questo tanta carità e semplicità e umiltà che quell’uomo, vinto alla fine, con molte lacrime si getta in terra e chiede perdono delle sue ingiurie. E poi va, piglia il porco, lo uccide e, dopo averlo cotto, lo porta con molta devozione a S. Maria degli Angeli.
E’ allora che frate Francesco, ammirando la semplicità caritatevole e apostolica di frate Ginepro, e la sua pazienza di fronte alle ingiurie, dice davanti ai frati questa frase che è passata alla storia: «Fratelli miei, volesse Iddio che di tali ginepri ne avessi una selva intera!».
Ben facile e gradita soluzione avrebbe il problema sociale se, nel codice della proprietà e del lavoro, la prima clausola fosse l’amore e non l’interesse, e la coscienza della fratellanza universale, in quanto figli tutti dello stesso Padre celeste (cf. Mt 23,8-9). So bene che questo supera le più pure utopie. Ma il nostro Ginepro, col suo stile concreto e radicale, ne ha fatto una realtà.
E’ tempo di congedarci da lui, dalla semplicità francescana che egli ha saputo incarnare. Essa è superamento degli egoismi, sopravvivenza del candore infantile, sublimazione dell’ingenuità, autenticità nella sua qualità più pura. E’ dunque un valore che non si incontra spesso nel mercato di finzioni o ipocrisie, a cui si riduce tante volte la nostra vita sociale, questa selva di interessi l’un contro l’altro armati, nella quale non sarebbe male che ci fosse qualche esemplare di questa specie di ginepri. Una simile semplicità è sinonimo della pace del cuore e della libertà nell’agire, e tale pace in libertà è il nome più bello della felicità. Davvero la sua fu una felicità invidiabile: la beatitudine della sua pace inalterabile - «nessuno lo vide mai turbato», attesta il biografo - e l’esultanza della sua super-lativa libertà, sana e santamente incontrollabile.
Penso che, pur avendo Francesco elogiato per antonomasia la sua pazienza, la sua umiltà e il suo amore alla croce, lo amò e ne gioì con lui soprattutto per quella semplicità estrema che aveva anch’egli vissuto - fino a personificarla - in maniera così incantevole: avrebbe ben potuto cantare per questo suo discepolo la prima strofa delle sue Lodi delle Virtù: «Salve, regina Sapienza! Il Signore ti salvi con tua sorella, la pura e santa Semplicità!».
Dopo tutto, il poeta Poverello esprimeva in questo modo liricamente quello che il Signore stesso aveva esclamato con fervore nel Vangelo: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e lei hai rivelate ai piccoli (= alla gente semplice). Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (Mt 11,25-26). Annota Garrido: «Ho aperto la Sacra Scrittura per ascoltare cosa ci dice Dio sulla sua Sapienza. E mi è parso di capire che la sua Sapienza è Semplicità».
A questo frate Ginepro si può applicare in modo del tutto speciale il giudizio che dava Gemelli di quella prima generazione francescana, quando diceva che la gente poverella rompe i ponti con il mondo, non con l’umanità; non disprezza nessuno, preferisce essere disprezzata; in questo voler essere disprezzati entra come ingrediente una spensieratezza che a un borghese qualsiasi può sembrare disprezzo o provocazione; ma i francescani non l’avvertono, perché si sentono inviati umilmente e fraternamente a un’umanità che vive nel peccato.
Il nostro frate Ginepro morì il 6 gennaio del 1258; era entrato nell’Ordine nel 1210; furono quarantotto anni di puro francescanesimo primitivo.
E morì in Roma, sull’arce capitolina, la zona più alta della «Città dai sette colli». Innocenzo IV aveva costruito su quella cima, con le offerte di tutta l’urbe, quello che oggi chiameremmo un complesso monumentale: oltre a un convento per i frati, una magnifica basilica, sotto il titolo di «S. Maria in Aracoeli». Là si riunivano le rappresentanze del Maggiore e minor Consiglio della Città, là si deliberava sulla pace e sulla guerra, là aveva pure la sua sede il Collegio dei giudici urbani. E là giunse ad avere un tempo la sua residenza ufficiale il Ministro generale dei frati minori. Innocenzo IV l’affidò ai francescani come «castello della fede e soglia del paradiso».
Là morì il nostro eroe, in quella cornice così inadatta per «il folle della povertà e della croce». Morì in pace, «come se si addormentasse», passando da quella «soglia del paradiso» al radioso paradiso eterno.
Rispettando la sua volontà, lo seppellirono nell’angolo più remoto del tempio: chi aveva scelto per vivere il nome di un umile pianta, scelse per suo sepolcro la terra dell’angolo più oscuro di quella basilica.
Ma «chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14.11).
Oggi le sue spoglie riposano nella parte inferiore di un’alta colonna di questa S. Maria in Aracoeli, alla sinistra dell’altar maggiore: sulla vetta della Città Etema, vicino al Campidoglio e al di sopra di esso.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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