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Approfondimento Storico e Sacro

Frate Francesco e le "repentute" di Amelia

«San Francesco stava continuando i suoi viaggi apostolici nell'Umbria meridionale, zona più volte battuta: da Pantanelli (Baschi), dove accettò una piccola porzione di terra contesa tra fratelli e vi fondò il convento di Sant'Angelo (in una successiva divisione testamentaria, quel terreno sarà descritto come "appartenente a Cristo Signore"!); ad Alviano, dove fece tacere le rondini per farsi ascoltare dalla folla, e poi accettò dai signori del luogo il vecchio monastero di Sant'Illuminata del Marruto; a Lugnano in Teverina, dove compì il miracolo della restituzione di un bambino di 3 anni ghermito da un lupo mentre il popolo stava ascoltando un suo discorso.

Altra sosta fece un giorno ad Amelia, in quella che è definita "la più antica città d'Italia".
La città era tutta chiusa entro le antichissime mura ciclopiche o pelasgiche, fortificata anche all'interno da altre mura, precedenti alla conquista di Roma, forse addirittura anche all'arrivo degli stessi Pelasgi: l'esempio più antico di fortificazioni che si abbiano nella nostra penisola.
Una città forte e fortificata, dunque.
Per questo, al tempo di Roma, era diventata un rifugio sicuro a quanti abbandonavano l'urbe opulenta e carica di odio partigiano, per trovare un luogo dove far emergere le amicizie e i protezionismi della capitale, però restando impuniti nelle proprie atrocità.

San Francesco non sapeva nulla dei tradimenti e del sangue sparso dalla famiglia (o "gens") "Roscia" ad Amelia, né dei suoi contrasti con l'altra famiglia dei Capitone; forse anche dopo oltre mille anni, se ne potevano però avvertire gli strascichi negli odi popolari che si prolungavano tra le fazioni cittadine.
Ma in quegli anni, quasi tutte le città e i borghi erano dilaniati da odi.

Amelia era una città in cui i segni dell'odio brulicavano tra le mura, nelle strettissime ed antichissime viuzze.
Dai risentimenti che le vicine città di Todi, Orvieto e Viterbo facevano esplodere dentro i vicoli, si passava alte lotte tra guelfi e ghibellini, che stavano accendendo la miccia che sarebbe esplosa soprattutto nel secolo successivo, quando Amelia diventerà uno dei focolai della ribellione d'Italia contro l'impero e il dominio pontificio: e ci saranno di mezzo anche i francescani "fraticelli".

Frate Francesco, anche ad Amelia, parlò di pace, di amore, di fraternità, come stava facendo dovunque.
Ma non fu ascoltato.

Si dovette rifugiare fuori delle mura, dov'era una specie di romitorio, accanto ad un'antichissima cappelletta dedicata alla Madonna.
V'era pure una sorgente, anzi un insieme di sorgenti, l'una accanto all'altra, tanto che il luogo ormai si chiamava "Santa Maria delle cinque fontane" (o "Santa Maria delle cinque").

Il luogo era veramente solitario, pur vicinissimo alle mura di cinta, appena fuori dalla porta d'Amelia.
Attorno alle fonti, era cresciuto un breve boschetto, che nascondeva quasi i ruderi del romitorio.
Il romito non c'era più da anni. Ne avevano preso il posto alcune donne, che si nascondevano lì, perché espulse dalla vita civile, a motivo del mestiere che esercitavano.

Il fraticello, ormai dopo il tramonto, sceso verso i ruderi di Santa Maria, si era immerso nella preghiera più devota. Quante ore vi trascorse? Quante lodi elevò alla Madonna, in quella quiete, in quella solitudine?

Era sua abitudine assorbirsi nella contemplazione dei misteri divini, ripetendo per ore le stesse parole, le stesse invocazioni, dicendole lentamente, sillabando: sostava, riprendeva la stessa frase, si lambiva le labbra quasi assaporando le parole,... pasteggiava la dolcezza della melodia dei nomi sacri:

"Ave, Signora santa, santissima regina, madre di Dio, Maria, Maria, che sei perpetua vergine, eletta dal Santissimo Padre celeste, che ti consacrò col santissimo Figlio diletto e lo Spirito paraclito; Tu in cui fu e resta ogni pienezza di grazia ed ogni bene!".

Vi fu una lunga sosta; poi riprese daccapo.

Le "donne pubbliche" cominciarono a ritirarsi dopo mezzanotte.

Alcune sole, altre a gruppetti.
C'era qualcuna allegra, smemorata, soddisfatta. Contava i soldi che faceva risuonare nella tasca da viaggio.
Altre senza voce, senza entusiasmi, deluse, stanche, nere.
Ci fu qualcuna che, tra i ruderi del romitorio, su un mucchio di paglia, pianse fino all'alba.

Ai singhiozzi, al silenzio, alla vergogna, si cominciò a fondere quella voce ora limpida ora mormorata, sillabata e sibilata, sussurrata dal fraticello estatico, appena al di là del muro: "Oh che sei perpetua! Vergine, vergine" (Diventò un'ossessione). "Eletta dal santissimo Padre celeste, che ti consacrò col santissimo Figlio diletto".

E' un giullare, un ubriaco, un pazzo? E non dormivano più, nemmeno le più stanche.

Ci fu una che ci si rialzò, mentre già l'alba sfiorava l'orizzonte. E restò senza fiato.

Era un uomo, un giovane; appena coperto con un curioso sacco, legato da una fune.
Restava in ginocchio a lungo.
Poi si sollevava con tutto il corpo a braccia distese.
Chi abbracciava, che vedeva? Con chi parlava?
"Ave, Signora, santissima regina!".
La donna non sapeva se ridere o piangere. Capiva e non capiva.

Uscì verso le sue compagne.
Era quasi all'orizzonte il sole, quando tutte si erano radunate lì, tra i ruderi della vecchia cappella.
Si accorsero allora, per la prima volta, che c'era una pallida idea di Madonna sui muri.
L'immagine stinta della Madonna sui muri, la presenza misteriosa di quell'uomo che aveva pregato per tutta la notte, quell'armonia della preghiera estatica che, a volte, era giunta alle loro orecchie, tra il sonno stanco, come una dolcissima musica, tutto confluiva, in quell'alba d'incanto, provocando un rapido esame di coscienza, a far avvertire un momento di grazia, a far schifare il loro lurido mestiere, a risollevarle nella resa a Dio.
Istintivamente, chi prima chi dopo, si misero in ginocchio anch'esse, cullate dalle parole di San Francesco, avvinte dall'immagine che ne veniva evocata:
"Ave, madre di Dio, Maria, che sei perpetua vergine, e voi tutte, virtù sante, che per grazia siete infuse nel cuore dei credenti, perché da infedeli a Dio, fedeli li rendiate".

Frate Francesco quando si ridestò dall'estasi, si trovò davanti questo gruppo di donne, ancora mezzo addormentate e scarmigliate. Se ne meravigliò, le salutò con tutta la simpatia dell'apostolo della bontà e dell'estasiato innamorato di Dio.

Sentendo parlare, esse riacquistavano sicurezza sui sentimenti che stavano affiorando nel loro cuore.
Era una voce d'uomo, che finalmente le guidava alla scoperta del vero amore:
"Guardiamo, sorelle carissime, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la Passione. Le pecore del Signore lo seguirono nella tribolazione e nella persecuzione, nella vergogna e nella fame, nell'infermità e nella tentazione e in tutto il resto; e dal Signore ne ricevettero, come ricompensa, la vita eterna.
E' per noi servi di Dio gran vergogna: che i santi abbiano compiuto azioni e noi, soltanto recitandole e predicandole, vogliamo averne onore e gloria".

E il discorso continuava, fluente.
"Ognuno ha in proprio potere il nemico, cioè il corpo, attraverso il quale pecca. Quindi è beato quel servo o quella serva che avrà tenuto in suo potere, sempre prigioniero, un tale nemico e con sapienza si guarderà da esso; infatti, facendo così, nessun altro nemico visibile né invisibile potrà nuocergli".

Ma da dove veniva?
Chi era quell'uomo?
Si prostrarono a terra a pregarlo, a scongiurarlo che restasse con loro.
Gli baciavano i piedi e le mani.
Lo condussero alle "cinque fontane", per offrirgli ristoro e riposo; mentre esse stesse cercavano di darsi un contegno, lavandosi e assestandosi.

Sentivano che qualcosa di nuovo poteva sorgere dentro i loro petti, entro i loro corpi già disfatti e insozzati di peccato.

Tutt'un giorno di dialogo con la grazia di Dio, seguito da pianto di pentimento, attorno al mite e prodigioso apostolo umbro.

Quand'egli ripartì, sentirono che, come erano state collegate nel peccato, così avrebbero d'ora in poi potuto sentirsi collegate nella penitenza.
E cominciarono a darne testimonianza.

In città e nei dintorni si seppe la novità.
Furono definite le "repentute", che edificarono con il loro comportamento e illuminarono uomini e donne con la loro preghiera e la loro vita di santità.

Ad Amelia, a "Santa Maria delle cinque", sorse così, con queste "repentute", il primo nucleo di penitenti o "incarcerate" francescane.

Più tardi, il convento si chiamò pure "San Francesco delle donne", e forse è il nucleo anche del successivo monastero di Clarisse, che si spostarono poi a S. Maria di Canale» (Tratto da: L. Canonici, Leggende francescane umbre, 1992).


a cura di Paolo Rossi
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