Convento della Scarzuola in Montegabbione
Il Convento francescano della Scarzuola
(o Scarzola), si trova nel territorio del
comune di Montegabbione (TR), nella
frazione Montegiove, antico castello
dei conti di Marsciano, diocesi di Orvieto.
E' ubicato alle pendici di Montegiove,
a levante, in una amena valle ricca di boschi e di acque,
al di sopra del torrente Fersinone
dove, nel sec. XIII, in un crocicchio, esisteva una nicchia
o maestà, nella quale era
dipinta una scarna Crocifissione.
Di questa pittura oggi rimane la sinopia, che esperti hanno
datato agli inizi del 1200.
Una pia tradizione vuole che nel 1218,
S. Francesco d'Assisi, transitando
da quelle parti e trovando il luogo adatto alla solitudine,
vi costruisse una capanna di "scarza".
La tradizione ha tramandato anche di una sorgente d'acqua
fatta da lui scaturire miracolosamente.
Sul posto della capanna, Nerio di Bulgaruccio
dei Conti di Montegiove fece erigere, nel 1282,
una chiesa con oratorio, di modeste
dimensioni, a forma ottagonale.
La chiesa fu denominata della "Scarzola"
e venne affidata ai frati Minori,
che l'ampliarono dedicandola alla SS.ma Annunziata;
annesso alla chiesa eressero un capace Convento.
Sotto questa chiesa furono sepolti:
il conte Nerio († 1290),
molti dei suoi discendenti, ed anche
la figlia minore, Todeschina (1428),
del capitano di Ventura Erasmo da Narni
detto il "Gattamelata",
sposa di Ranuccio dei conti di Marsciano.
La chiesa venne restaurata dapprima
da quest'ultimo e successivamente dal conte Ludovico
Marescotti (1691).
Sul finire del '700, la proprietà passò ai marchesi
Misciattelli di Orvieto, avendo i frati
Minori lasciato il Convento.
Il complesso fu acquistato e trasformato, nel 1956,
dall'architetto Tommaso Buzzi, il quale, nell'area, ha costruito
una città onirica denominata,
in suo onore, "La Città Buzziana".
Padre Benvenuto Bazzocchini nella sua "Cronaca", a proposito della "Scarzuola", scrive:
«E' il convento più eccentrico
della Provincia Serafica.
Si trova nel territorio di Orvieto, all'estremo
angolo sud-occidentale della regione umbra, stretto in mezzo
da un'ampia giogaia di selvose alture che gli tolgono, per
così dire, il passo e la vista da ogni parte.
A ponente il gruppo dell'Arale (854 m.) allunga
a nord le sue propaggini verso il poggio di Montegiove
e le colline di Greppoleschieto;
a mezzogiorno, il monte Calvello (600 m.)
e più in là, in direzione di levante, le alture
di S. Vito (620 m.) chiudono l'orizzonte di questo
paesaggio boscoso e solitario, veramente francescano.
Nessuna strada carrozzabile, nessun paese nelle vicinanze:
in alto un po' di cielo e intorno il murmure dei venti e delle
foreste.
E' probabile che il Serafico Padre, transitando
per questa regione nei suoi frequenti viaggi verso la Toscana,
restasse preso dalla pace del luogo e vi si trattenesse per
qualche tempo: si legge infatti nel Waddingo
(Annales, ann. 1218) che, tornando S.
Francesco dalla Verna, ricevesse dai suoi benefattori
alcuni luoghi, tra i quali sembra certo questo, sito «ad
miliare unum ab oppido Montis Jovis».
La tradizione afferma che il Santo vi fabbricasse
colle proprie mani una capanna di scarza,
donde venne al convento il nome di "Scarzuola".
I compagni di S. Francesco restarono attorno
a un oratorio, che assunse la forma di cappella ottagona nella
costruzione del primo convento, edificato a cura della nobile
famiglia Mariscotti, sembra l'anno 1218.
Tra quei compagni e discepoli del Santo,
fu il B. Senso perugino, amico del
B. Egidio, religioso di grande umiltà e penitenza,
il quale visse lunghi anni in questa solitudine, rallegrato
dal dono delle estasi e delle lagrime, ed ivi morì
nel 1270.
Non consta che questo venerabile convento
fosse abbandonato nel sec. XIV, dovendosi giudicare arbitraria
l'opinione del nostro Cronologo (Padre Antonio da
Orvieto, Cronologia, 1717), il quale
afferma che, ritiratisi i Conventuali, il
luogo fosse andato in rovina; risulta anzi che nell'anno 1334
fu ingrandita e consacrata la chiesa (dall'iscrizione commemorativa
apposta sulla facciata della chiesa), e forse venne edificato
qualche nuovo tratto di convento.
Ma è certo che la vita dei religiosi, così separati
da ogni consorzio umano, era tanto povera e penitente, che
spesso veniva loro a mancare il necessario per vivere. Laonde
il nobil uomo Antonio dei conti di Marsciano
dispose in un suo testamento che quei religiosi venissero
efficacemente soccorsi "(...) particolarmente nei tempi
invernali, quando per causa delle nevi non possono uscire
alle solite questue (...). Imperocché sarebbe cosa
turpe e nefanda che in questo luogo dai nostri antenati fabbricato
e scelto a loro estremo riposo (...) quei veri servi di Dio
abbiano a perire di fame o siano costretti ad abbandonarlo
(...). Nam turpe nefasque et in obbrobrium Posteris merito
videri possit (...). Dei cultores locum ipsum quem Maiores
nostri condiderunt et in supremum Sanctuarium corporum suarum
repositum observaverunt (...) fame perituros vel tandem deserturos".
In rapporto alle necessità di questo convento è pure il privilegio concesso ai frati della Scarzuola di poter questuare in tutti i territori soggetti alla Santa Sede, come risulta da un "Breve" che si conserva nell'Archivio conventuale.
La Scarzuola è
uno degli undici conventi concessi al B. Paoluccio
Trinci, nella celebre "Bolla" datata da
Avignone l'anno 1373; e prima ancora che
si formasse giuridicamente la nostra Custodia
(1596) apparteneva alla Riforma.
In seguito, vi fu stabilito il noviziato della nuova
Provincia, e poi il professorio collo studio
di Filosofia, fin quasi agli ultimi tempi.
Il convento era provvisto di una importante biblioteca ove
si conservavano pregevoli manoscritti - or perduti - tra gli
altri il "Christipatos" del M.R.P.
Francesco Maria di Stilo ed altre opere ascetiche.
Essendo il convento troppo distante da' luoghi abitati, d'ordinario
vi si trovava di famiglia un laico infermiere e nel 1796 vi
fu stabilita anche una piccola farmacia per i più urgenti
bisogni dei religiosi.
All'epoca della soppressione napoleonica,
il convento ebbe a soffrire molti danni e depredazioni: tra
l'altre cose andaron perduti i migliori libri della biblioteca,
un calice d'argento, l'unico che il convento possedesse, e
furono anche asportate le campane, che dovettero essere rifatte
con elemosine di pii benefattori.
Nella seconda soppressione (1866),
il convento non venne totalmente abbandonato, essendo restato
affidato alla custodia di alcuni religiosi; e dieci anni appresso,
1876, primo fra tutti i conventi della Provincia,
fu riscattato e ristabilito a noviziato.
La Scarzuola, come luogo ordinariamente assegnato
all'educazione dei chierici o dei novizi, ebbe sempre un'abbastanza
numerosa famiglia di frati: in seguito alle ultime vicende
dell'Ordine, il convento fu quasi abbandonato, e ora non vi
sono più che pochi religiosi.
Non occorreranno molte parole per la
descrizione di quest'umile convento francescano.
E' un recinto quadrato, tre lati del quale sono disposti a
dormitori, a fianco la chiesa, e un chiostrino
nel mezzo con soli due lati ad arcate.
La parte primitiva del convento è
indubbiamente il piccolo dormitorio rivolto al nord,
le cui cellette anguste e le finestrine quasi a spiraglio
accusano origine assai remota.
Gli altri dormitori vennero costruiti in
seguito, e probabilmente nel 1680; nel quale
anno a cura del conte Ludovico Mariscotti,
sacerdote di gran virtù e devoto al Padre S.
Francesco, fu restaurata la chiesa ed ampliato
il convento.
La chiesa, nel suo aspetto attuale, si rivela
appunto di quest'epoca, salvo la cappellina ottagonale e la
facciata, la quale col suo frontone e le gugliette laterali
e il suo piccolo porticato arieggia il gotico del 1300: la
chiesa e la facciata furono certamente restaurate; ma si conserva
sopra una lapide la data della prima costruzione e consacrazione:
M.CCC.XXVII.
Nell'interno, la chiesa
è piuttosto piccola e bassa, sebbene le quattro
cappelline laterali, simmetricamente disposte, diano l'impressione
d'un edificio a tre navate.
Sopra l'altar maggiore è un bel quadro
rappresentante la "Santissima Annunziata", titolare
della chiesa.
Merita particolare ricordo un sontuoso "ciborio",
di cui il tipo era riprodotto in quasi tutte le chiese della
Provincia. E' un lavoro in legno finemente eseguito e intarsiato,
di forma conica esagonale e di una certa grandezza: la parte
inferiore, ornata di svelte colonnine a spirale, sostiene
una ringhierina che gira attorno alla guglia, ove sono annidate
delle nicchie racchiudenti graziose statuette di santi. Il
gusto del disegno e l'accuratezza dell'esecuzione indicano
che questo tipo di ciborio è un paziente lavoro di
qualche buon frate laico, del quale forse siamo riusciti a
scoprire il nome (quasi tutte le nostre chiese erano ornate
di questo bell'esemplare di ciborio eseguito sullo stesso
disegno, probabilmente dalla stessa mano: la sua altezza variava
da metri 1 a metri 1,50.
L'autore di questi cibori - o almeno di quello della Scarzuola
-è un certo Fra Giuseppe da Pontelegno,
morto in questo convento nel 1746).
In alto dell'altare si scorge l'arme in pietra dei conti
Marsciano, che ebbero nella chiesa per molti secoli
la sepoltura di famiglia.
Il coro, a un sol ordine di stalli, è
piccolo e quasi identico a quello detto di S. Bernardino,
che si trova nella chiesa di S. Dannano d'Assisi.
Nell'angolo tra l'altar maggiore e la cappella a sinistra,
dedicata a S. Pasquale, è situata
la veneranda edicola, che occupa certamente
il posto dove ha pregato S. Francesco: anche
il Crocifisso dipinto sulla parete centrale sembra un lavoro
del sec. XIII se pur non è anteriore, giacché
è probabile che preesistesse all'arrivo del Serafico
Padre.
Benché i dintorni della Scarzuola
siano aspri e boscosi, il convento è circondato da
un giardino, un vero "ortus irriguus", ricco d'acqua,
di frutteti e di verdure.
La fonte, che si dice di S. Francesco,
perché vuolsi che sia scaturita alle preghiere del
Santo, si trova forse a un cento passi a oriente del convento,
e le sue acque sono ritenute miracolose dagli abitanti del
contorno.
Una tradizione racconta che partendo il Serafico Padre
dal convento della Scarzuola, a ricordo del
suo passaggio, piantasse di sua mano un arboscello di lauro
regio nell'orto. Il piccolo lauro diventò un grand'albero
e poi una folta boscaglia; ora l'albero e la boscaglia sono
spariti, rimane tuttavia qualche virgulto» (Benvenuto
Bazzocchini, Cronaca della Provincia Serafica
di S. Chiara d'Assisi, Firenze 1921).
Di recente, nell'abside della chiesa medievale del convento, durante le fasi di restauro, è stato riportato alla luce un pregevole affresco (databile intorno al 1240), raffigurante S. Francesco in levitazione; lo stesso può essere considerato una delle prime testimonianze iconografiche del Santo assisiate.
Il complesso,
acquistato, come già riferito, nel 1956
dall'architetto Tommaso Buzzi, venne da questi arricchito
di una serie di costruzioni realizzate anche con importante
materiale di spoglio, che rimandano a una sorta di acropoli
fantastica.
La "Città ideale"
del Buzzi, lasciata volontariamente incompiuta, aiuta a ripercorrere
secoli di storia, attraverso le citazioni e i richiami stilistici
ai grandi Maestri del passato, che arricchiscono i sette
spazi teatrali di cui si compone: il "Teatro
delle Arnie" (all'aperto), il "Teatro della
Torre" (al chiuso), il "Teatro sull'acqua",
il "Patio tondo", il "Patio infinito",
il "Teatrino sportivo" e, infine, il "Teatro
dell'Acropoli", che chiude il percorso, affacciandosi
magicamente sul paesaggio circostante.
Non distante dal convento della Scarzuola è Montegiove, che ricorda, con il suo castello, la b. Angelina da Montegiove (più nota come "di Corbara", "di Marsciano" o "di Foligno"), fondatrice delle "Suore Terziarie Francescane Regolari Claustrali", proclamata beata da papa Leone XII nel 1825.
Nata nel 1377
a Montegiove (Orvieto), Angelina,
rimasta orfana della madre, a dodici anni fece voto di verginità.
Nel 1393 venne costretta dal padre
a sposarsi, ma la sera stessa delle nozze un Angelo
del Signore la visitò, rassicurandola
sul futuro.
Dopo un anno, rimasta vedova, Angelina
distribuì i sui beni ai poveri, potendo finalmente
indossare il saio di Francesco d'Assisi.
Dopo di lei, altre ragazze decisero di seguirla, suscitando
le ire dei feudatari, che le costrinsero all'esilio.
Giunta a Foligno nel 1395,
due anni dopo emise i tre voti evangelici.
Nacquero così le "Terziarie francescane
regolari".
La B. Angelina morì nel 1435
e venne sepolta nella chiesa francescana di Foligno.
Nel 1492, in seguito ad un miracolo,
la salma venne trovata intatta.
Esumata, fu deposta in un'urna preziosa.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)