Chiesa di S. Francesco d'Assisi in Orvieto
Ad Orvieto, in via Ippolito Scalza si incontrano le alte mura dell'ex convento dei Francescani (oggi adibito a ristorante!), i quali, stando alle cronache, si stabilirono in questo luogo sin dal 1216.
La chiesa di S. Francesco
risulta enormemente interessante per il contrasto tra le forme
romanico gotiche dell'esterno e quelle barocche dell'interno.
Il sacro edificio, dopo un periodo ventennale di chiusura
- durante il quale sono stati effettuati alcuni interventi
di restauro, per il problema delle infiltrazioni d'acqua dal
tetto e per il consolidamento strutturale della facciata -,
è stato riaperto al pubblico nel maggio del 1999.
La chiesa, fondata secondo alcuni storici
l'anno successivo alla morte del Santo
(1227), ma più probabilmente
nel 1240, nel luogo dove erano l'antica
S. Maria della Pulzella e l'attiguo monastero
dei monaci Benedettini, nel punto più
alto della città, fu ampliata nel 1262
per volere di S. Bonaventura da Bagnoregio,
durante il periodo della sua residenza presso Orvieto
(1262-1264), e fu consacrata nel 1266
da papa Clemente IV.
L'ampliamento fu in realtà un rifacimento, secondo
i moduli delle chiese francescane del periodo, a navata unica,
abside quadrangolare, copertura a tetto a capriate lignee.
All'esterno, la
chiesa presenta una facciata
semplice, che conserva la forma originaria (sec.
XIII), con tre portali ogivali,
tra i quali il più interessante risulta essere quello
centrale, databile tra la fine del '200 e gli inizi del '300,
adornato da colonnine a spirale e sormontato da una lunetta
con l'effige dell'"Agnus Dei".
Per scolpire il portale di facciata, si usarono anche "vecchi"
marmi recuperati, probabilmente, a Bolsena: sopra le lastre
costituenti la cornice dell'architrave, si legge infatti l'iscrizione
romana «Pompeius III vir (...) Pompeius».
La navata è la più ampia delle chiese dei secc. XIII e XIV, misura infatti m. 22,20, contro i più comuni m. 21,10; la maggiore apertura fu ottenuta grazie ad una tecnica costruttiva originale: archi con conci progressivamente aggettanti verso l'interno, sporgenti di circa un metro lungo le pareti laterali, adottata anche in altre strutture architettoniche orvietane della seconda metà del sec. XIII.
Nella seconda metà del
'500, la chiesa subì
modifiche nella parte interna, quando fu data la facoltà
alle famiglie nobili di concorrere
al rinnovamento della sacra aula, e fu aggiunta una serie
di altari lungo le pareti laterali.
Ma l'aspetto odierno dell'edificio è dovuto al restauro
effettuato dal 1768 al 1773,
durante il quale furono costruite le due serie di cappelle
laterali comunicanti, e la chiesa
fu foderata secondo lo stile di un moderato e sobrio barocco.
Le cappelle e gli stucchi nascosero
la serie di affreschi, che coprivano le pareti medievali del
tempio, ma uno, sfuggito a tale sorte, lo si può ammirare
ancora oggi.
Si tratta di un dipinto di Pietro di Puccio,
lo stesso che eseguì vari lavori nel Duomo
e in altre parti della città, la cui attività
è documentata dagli anni '60 alla fine del sec. XIV,
che raffigura tre momenti della Vita di S. Matteo:
il primo episodio rappresenta la
vocazione di Matteo a Cafarnao, quando Gesù lo vide
al banco delle imposte e gli chiese di seguirlo; nel
secondo si osserva lo stesso Santo, che addormenta
due draghi col segno della croce a Nadabar; il terzo
raffigura S. Matteo che resuscita la figlia del re d'Etiopia
Ifigenia.
Le figurazioni dei due ultimi quadri riproducono scene alquanto
rare, mentre del primo è interessante il realismo con
cui è dipinta la scena di S. Matteo che mangia, e le
ciotole del cibo, il cui contenuto è difficile identificare,
anche se in una sembra di riconoscere il latte.
L'affresco, segnalato da uno storico
orvietano di fine '800, è stato ritrovato dal prof.
Luigi Fratini nel 1999, dietro due armadi che coprivano la
parete, e che lo hanno salvato dalla distruzione e dal deterioramento.
Restaurato dopo la riapertura della chiesa,
ha ritrovato i suoi vivaci colori ed è visibile, facendone
richiesta, al personale di custodia, nella cappella di sinistra,
ricavata dall'unica navata durante i restauri della seconda
metà del '700.
Esso rappresenta uno dei primi fumetti della storia dell'arte,
anche se le strisce contenenti le parole che fuoriescono dalla
bocca dei personaggi, sono per lo più illeggibili.
Risalgono allo stesso periodo anche la pseudo cupola di forma singolare, che copre il transetto, venutosi a formare con l'interruzione, prima della tribuna, delle due serie di cappelle comunicanti che restringevano l'ampiezza della navata, i tagli nelle pareti laterali, per dare luce dall'alto all'edificio e l'accecamento delle bifore.
Appartengono alla chiesa originaria
alcuni tratti delle mura perimetrali,
la facciata a capanna, leggermente
innalzata nel corso dei secoli, il portale
con il fasciame in pietra locale bianca e rossa, i due
ingressi laterali con porte ogivali, sopra i
quali una fascia intonacata presenta tracce molto sbiadite
di affreschi.
Appartengono alla costruzione duecentesca anche i due
rosoni laterali, mentre la finestra
centrale è stata aggiunta in epoca barocca,
anch'essa con materiale di recupero, dove probabilmente era
un terzo occhio.
La cupola della chiesa primitiva si può vedere ritratta nell'affresco della "Cappella del Corporale" della Cattedrale, dove Ugolino d'Ilario rappresentò il momento in cui il sacerdote mostra al popolo il lino macchiato di sangue.
L'interno è
interessante, perché conserva integro il rifacimento
della seconda metà del Settecento, di un barocco moderato,
che preannuncia linee e motivi del neoclassicismo, dagli stucchi
decorativi, agli arredi, al bel coro ad
intarsi, opera pregevole di scuola modenese, la più
famosa scuola di tarsie dell'epoca; mentre è del periodo
medievale il Crocifisso ligneo (sec. XIV) di maestro
Sottile, il cui nome fa certo riferimento
alla sua maestria, che lavorò anche nel
Duomo.
I testi delle lapidi, sia all'esterno
che all'interno della chiesa, raccontano
i fatti più significativi che avvennero in questo tempio.
Nell'edificio sono sepolti molti
personaggi orvietani famosi, tra i quali Orazio
Benincasa, primo capitano della rocca di Perugia,
Lattanzio Lattanzi, vescovo di
Pistoia, Ippolito Scalza, architetto
orvietano, la cui tomba fu posta accanto a quella di S.
Luigi, ma che è andata perduta durante
i restauri della seconda metà del sec. XVIII.
Qui operò Morico d'Assisi,
uno dei primi compagni di S. Francesco,
e fu sepolto, nel 1236, Ambrogio di Massa,
che fu tra i primi discepoli del Santo.
Sulla parete laterale sinistra esterna,
è murato il frammento di una lapide
in pietra bianca, rappresentante un braccio che tiene
sollevata una sfera, dove si legge l'iscrizione in caratteri
gotici: «Nel più a(ltu d'U)rvietu io sto»,
che, sebbene frammentaria, è chiaramente ricostruibile.
Il testo si ritiene fosse inciso sopra la fonte nella quale
terminava uno dei due rami dell'acquedotto che erogava l'acqua
alla parte più alta della città, mentre l'altro
riforniva la parte bassa del centro abitato, e giungeva fino
alla fontana della piazza del comune. Durante i lavori di
ampliamento della chiesa, la lapide
dovette essere rimossa e, benché danneggiata, non fu
mai distrutta, bensì conservata e murata nella parete
dell'edificio.
La parete laterale destra
è stata inglobata nella parte inferiore del chiostro,
che, rinnovando le forme di quello primitivo fatto costruire
da S. Bonaventura, fu disegnato
da Ippolito Scalza tra il 1580 e
la fine del secolo; la scritta all'interno del pozzo testimonia
la paternità dello stesso all'architetto orvietano.
Il complesso appartenne ai Francescani
fino al 1815, quando
furono trasferiti nel seminario vescovile, per essere destinati,
l'anno successivo, a S. Agostino,
dove rimasero fino al 1860.
Dal 1817 tutto l'immobile divenne
di proprietà del comune, che assegnò
il Convento ai Gesuiti, i quali lo tennero fino
alla loro partenza dalla città, nel 1860.
Dal 1878 al 1955 fu
sede del Distretto Militare, poi il complesso ha ospitato
vari Istituti scolastici; oggi i locali intorno al chiostro,
in avanzata fase di restauro, sono destinati a sede della
moderna Biblioteca Comunale.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)