c) cap. I - XVIII
INIZIA IL TESTO DELLA REGOLA
Regola è chiamata perché dirige la vita di quelli che
obbediscono.
I - Le varie categorie di monaci
1. E' noto che ci sono quattro categorie di monaci.
2. La prima è quella dei cenobiti, che vivono in un monastero,
militando sotto una regola e un abate.
3. La seconda è quella degli anacoreti o eremiti, ossia di coloro
che non sono mossi dall'entusiastico fervore dei principianti, ma sono
stati lungamente provati nel monastero,
4. dove con l'aiuto di molti hanno imparato a respingere le insidie
del demonio;
5. quindi, essendosi bene addestrati tra le file dei fratelli al solitario
combattimento dell'eremo, sono ormai capaci, con l'aiuto di Dio, di
affrontare senza il sostegno altrui la lotta corpo a corpo contro le
concupiscenze e le passioni.
6. La terza categoria di monaci, veramente detestabile è formata
dai sarabaiti: molli come piombo, perché non sono stati temprati
come l'oro nel crogiolo dell'esperienza di una regola,
7. costoro conservano ancora le abitudini mondane, mentendo a Dio con
la loro tonsura.
8. A due a due, a tre a tre o anche da soli, senza la guida di un superiore,
chiusi nei loro ovili e non in quello del Signore, hanno come unica
legge l'appagamento delle proprie passioni,
9. per cui chiamano santo tutto quello che torna loro comodo, mentre
respingono come illecito quello che non gradiscono.
10. C'è infine una quarta categoria di monaci, che sono detti
girovaghi, perché per tutta la vita passano da un paese all'altro,
restando tre o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri,
11. sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei
piaceri della gola, peggiori dei sarabaiti sotto ogni aspetto.
12. Ma riguardo alla vita sciagurata di tutti costoro è preferibile
tacere piuttosto che parlare.
13. Lasciamoli quindi da parte e con l'aiuto del Signore occupiamoci
dell'ordinamento della prima categoria, ossia quella fortissima e valorosa
dei cenobiti.
II - L'Abate
1. Un abate degno di stare a capo di un monastero deve sempre avere
presenti le esigenze implicite nel suo nome, mantenendo le proprie azioni
al livello di superiorità che esso comporta.
2. Sappiamo infatti per fede che in monastero egli tiene il posto di
Cristo, poiché viene chiamato con il suo stesso nome,
3. secondo quanto dice l'Apostolo: "Avete ricevuto lo Spirito di
figli adottivi, che vi fa esclamare: Abba, Padre!"
4. Perciò l'abate non deve insegnare, né stabilire o ordinare
nulla di contrario alle leggi del Signore,
5. anzi il suo comando e il suo insegnamento devono infondere nelle
anime dei discepoli il fermento della santità.
6. Si ricordi sempre che nel tremendo giudizio di Dio dovrà rendere
conto tanto del suo insegnamento, quanto dell'obbedienza dei discepoli
7. e sappia che il pastore sarà considerato responsabile di tutte
le manchevolezze che il padre di famiglia avrà potuto riscontrare
nel gregge.
8. D'altra parte è anche vero che, se il pastore avrà
usato ogni diligenza nei confronti di un gregge irrequieto e indocile,
cercando in tutti i modi di correggerne la cattiva condotta,
9. verrà assolto nel divino giudizio e potrà ripetere
con il profeta al Signore: "Non ho tenuto la tua giustizia nascosta
in fondo al cuore, ma ho proclamato la tua verità e la tua salvezza;
essi tuttavia mi hanno disprezzato, ribellandosi contro di me".
10. E allora la giusta punizione delle pecore ribelli sarà la
morte, che avrà finalmente ragione della loro ostinazione.
11. Dunque, quando uno assume il titolo di Abate deve imporsi ai propri
discepoli con un duplice insegnamento,
12. mostrando con i fatti più che con le parole tutto quello
che è buono e santo: in altri termini, insegni oralmente i comandamenti
del Signore ai discepoli più sensibili e recettivi, ma li presenti
esemplificati nelle sue azioni ai più tardi e grossolani.
13. Confermi con la sua condotta che bisogna effettivamente evitare
quanto ha presentato ai discepoli come riprovevole, per non correre
il rischio di essere condannato dopo aver predicato agli altri
14. e di non sentirsi dire dal Signore per i suoi peccati: "Come
ti arroghi di esporre i miei precetti e di avere sempre la mia alleanza
sulla bocca, tu che hai in odio la disciplina e ti getti le mie parole
dietro le spalle?"
15. e ancora: "Tu che vedevi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello,
non ti sei accorto della trave nel tuo".
16. Si guardi dal fare preferenze nelle comunità:
17. non ami l'uno piò dell'altro, a eccezione di quello che avrà
trovato migliore nella condotta e nell'obbedienza:
18. non anteponga un monaco proveniente da un ceto elevato a uno di
umili origini, a meno che non ci sia un motivo ragionevole per stabilire
una tale precedenza.
19. Ma se, per ragioni di giustizia, riterrà di dover agire così
lo faccia per chiunque; altrimenti ciascuno conservi il proprio posto,
20. perché, sia il servo che il libero, tutti siamo una cosa
sola in Cristo e, militando sotto uno stesso Signore, prestiamo un eguale
servizio. Infatti, "dinanzi a Dio non ci sono parzialità"
21. e una cosa sola ci distingue presso di lui: se siamo umili e migliori
degli altri nelle opere buone.
22. Quindi l'abate ami tutti allo stesso modo, seguendo per ciascuno
una medesima regola di condotta basata sui rispettivi meriti.
23. Per quanto riguarda poi la direzione dei monaci, bisogna che tenga
presente la norma dell'apostolo: "Correggi, esorta, rimprovera"
24. e precisamente, alternando i rimproveri agli incoraggiamenti, a
seconda dei tempi e delle circostanze, sappia dimostrare la severità
del maestro insieme con la tenerezza del padre.
25. In altre parole, mentre deve correggere energicamente gli indisciplinati
e gli irrequieti, deve esortare amorevolmente quelli che obbediscono
con docilità a progredire sempre più. Ma è assolutamente
necessario che rimproveri severamente e punisca i negligenti e coloro
che disprezzano la disciplina.
26. Non deve chiudere gli occhi sulle eventuali mancanze, ma deve stroncarle
sul nascere, ricordandosi della triste fine di Eli, sacerdote di Silo.
27. Riprenda, ammonendoli una prima e una seconda volta, i monaci più
docili e assennati,
28. ma castighi duramente i riottosi, gli ostinati, i superbi e i disobbedienti,
appena tentano di trasgredire, ben sapendo che sta scritto: "Lo
stolto non si corregge con le parole"
29. e anche: "Battendo tuo figlio con la verga, salverai l'anima
sua dalla morte".
30. L'abate deve sempre ricordarsi quel che è e come viene chiamato,
nella consapevolezza che sono maggiori le esigenze poste a colui al
quale è stato affidato di più.
31. Bisogna che prenda chiaramente coscienza di quanto sia difficile
e delicato il compito che si è assunto di dirigere le anime e
porsi al servizio dei vari temperamenti, incoraggiando uno, rimproverando
un altro e correggendo un terzo:
32. perciò si conformi e si adatti a tutti, secondo la rispettiva
indole e intelligenza, in modo che, invece di aver a lamentare perdite
nel gregge affidato alle sue cure, possa rallegrarsi per l'incremento
del numero dei buoni.
33. Soprattutto si guardi dal perdere di vista o sottovalutare la salvezza
delle anime, di cui è responsabile, per preoccuparsi eccessivamente
delle realtà terrene, transitorie e caduche,
34. ma pensi sempre che si è assunto l'impegno di dirigere delle
anime, di cui un giorno dovrà rendere conto
35. e non cerchi una scusante nelle eventuali difficoltà economiche,
ricordandosi che sta scritto :"Cercate anzitutto il regno di Dio
e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in soprappiù"
36. e anche: "Nulla manca a coloro che lo temono".
37. Sappia inoltre che chi si assume l'impegno di dirigere le anime
deve prepararsi a renderne conto
38. e stia certo che, quanti sono i monaci di cui deve prendersi cura,
tante solo le anime di cui nel giorno del giudizio sarà ritenuto
responsabile di fronte a Dio, naturalmente oltre che della propria.
39. Così nel continuo timore dell'esame a cui verrà sottoposto
il pastore riguardo alle pecore che gli sono state affidate mentre si
preoccupa del rendiconto altrui, si fa più attento al proprio
40. e corregge i suoi personali difetti, aiutando gli altri a migliorarsi
con le sue ammonizioni.
III - La consultazione della comunità
1. Ogni volta che in monastero bisogna trattare qualche questione importante,
l'abate convochi tutta la comunità ed esponga personalmente l'affare
in oggetto.
2. Poi, dopo aver ascoltato il parere dei monaci, ci rifletta per proprio
conto e faccia quel che gli sembra più opportuno.
3. Ma abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché
spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela
la soluzione migliore.
4. I monaci poi esprimano il loro parere con tutta umiltà e sottomissione,
senza pretendere di imporre a ogni costo le loro vedute;
5. comunque la decisione spetta all'abate e, una volta che questi avrà
stabilito ciò che è più conveniente, tutti dovranno
obbedirgli.
6. D'altra parte, come è doveroso che i discepoli obbediscano
al maestro, così è bene che anche lui predisponga tutto
con prudenza ed equità.
7. Dunque in ogni cosa tutti seguano come maestra la Regola e nessuno
osi allontanarsene.
8. Nessun membro della comunità segua la volontà propria,
9. né si azzardi a contestare sfacciatamente con l'abate, dentro
o fuori del monastero.
10. Chi si permette un simile contegno, sia sottoposto alle punizioni
previste dalla Regola.
11. L'abate però dal canto suo operi tutto col timor di Dio e
secondo le prescrizioni della Regola, ben sapendo che di tutte le sue
decisioni dovrà certamente rendere conto a Dio, giustissimo giudice.
12. Se poi in monastero si devono trattare questioni di minore importanza,
si serva solo del consiglio dei più anziani,
13. come sta scritto: "Fa' tutto col consiglio e dopo non avrai
a pentirtene".
IV - Gli strumenti delle buone opere
1. Prima di tutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta
l'anima, con tutte le forze;
2. poi il prossimo come se stesso.
3. Quindi non uccidere,
4. non commettere adulterio,
5. non rubare,
6. non avere desideri illeciti,
7. non mentire;
8. onorare tutti gli uomini,
9. e non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi.
10. Rinnegare completamente se stesso. per seguire Cristo;
11. mortificare il proprio corpo,
12. non cercare le comodità,
13. amare il digiuno.
14. Soccorrere i poveri,
15. vestire gli ignudi,
16. visitare gli infermi,
17. seppellire i morti ;
18. alleviare tutte le sofferenze,
19. consolare quelli che sono nell'afflizione.
20. Rendersi estraneo alla mentalità del mondo;
21. non anteporre nulla all'amore di Cristo.
22. Non dare sfogo all'ira,
23. non serbare rancore,
24. non covare inganni nel cuore,
25. non dare un falso saluto di pace,
26. non abbandonare la carità.
27. Non giurare per evitare spergiuri,
28. dire la verità con il cuore e con la bocca,
29. non rendere male per male,
30. non fare torti a nessuno, ma sopportare pazientemente quelli che
vengono fatti a noi;
31. amare i nemici,
32. non ricambiare le ingiurie e le calunnie, ma piuttosto rispondere
con la benevolenza verso i nostri offensori,
33. sopportare persecuzioni per la giustizia.
34. Non essere superbo,
35. non dedito al vino,
36. né vorace,
37. non dormiglione,
38. né pigro;
39. non mormoratore,
40. né maldicente.
41. Riporre in Dio la propria speranza,
42. attribuire a Lui e non a sé quanto di buono scopriamo in
noi,
43. ma essere consapevoli che il male viene da noi e accettarne la responsabilità.
44. Temere il giorno del giudizio,
45. tremare al pensiero dell'inferno,
46. anelare con tutta l'anima alla vita eterna,
47. prospettarsi sempre la possibilità della morte.
48. Vigilare continuamente sulle proprie azioni,
49. essere convinti che Dio ci guarda dovunque.
50. Spezzare subito in Cristo tutti i cattivi pensieri che ci sorgono
in cuore e manifestarli al padre spirituale.
51. Guardarsi dai discorsi cattivi o sconvenienti,
52. non amare di parlar molto,
53. non dire parole leggere o ridicole,
54. non ridere spesso e smodatamente.
55. Ascoltare volentieri la lettura della parola di Dio,
56. dedicarsi con frequenza alla preghiera;
57. in questa confessare ogni giorno a Dio con profondo dolore le colpe
passate
58. e cercare di emendarsene per l'avvenire.
59. Non appagare i desideri della natura corrotta,
60. odiare la volontà propria,
61. obbedire in tutto agli ordini dell'abate, anche se - Dio non voglia!
- questi agisse diversamente da come parla, ricordando quel precetto
del Signore:" Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno".
62. Non voler esser detto santo prima di esserlo, ma diventare veramente
tale, in modo che poi si possa dirlo con più fondamento.
63. Adempiere quotidianamente i comandamenti di Dio.
64. Amare la castità,
65. non odiare nessuno,
66. non essere geloso,
67. non coltivare l'invidia,
68. non amare le contese,
69. fuggire l'alterigia
70. e rispettare gli anziani,
71. amare i giovani,
72. pregare per i nemici nell'amore di Cristo,
73. nell'eventualità di un contrasto con un fratello, stabilire
la pace prima del tramonto del sole.
74. E non disperare mai della misericordia di Dio.
75. Ecco, questi sono gli strumenti dell'arte spirituale!
76. Se li adopereremo incessantemente di giorno e di notte e li riconsegneremo
nel giorno del giudizio, otterremo dal Signore la ricompensa promessa
da lui stesso:
77. "Né occhio ha mai visto, né orecchio ha udito,
né mente d'uomo ha potuto concepire ciò che Dio ha preparato
a coloro che lo amano".
78. L'officina poi in cui bisogna usare con la massima diligenza questi
strumenti è formata dai chiostri del monastero e dalla stabilità
nella propria famiglia monastica.
V - L'obbedienza
1. Il segno più evidente dell'umiltà è la prontezza
nell'obbedienza.
2. Questa è caratteristica dei monaci che non hanno niente più
caro di Cristo
3. e, a motivo del servizio santo a cui si sono consacrati o anche per
il timore dell'inferno e in vista della gloria eterna,
4. appena ricevono un ordine dal superiore non si concedono dilazioni
nella sua esecuzione, come se esso venisse direttamente da Dio.
5. E' di loro che il Signore dice: " Appena hai udito, mi hai obbedito"
6. mentre rivolgendosi ai superiori dichiara: "Chi ascolta voi,
ascolta me".
7. Quindi, questi monaci, che si distaccano subito dalle loro preferenze
e rinunciano alla propria volontà,
8. si liberano all'istante dalle loro occupazioni, lasciandole a mezzo,
e si precipitano a obbedire, in modo che alla parola del superiore seguano
immediatamente i fatti.
9. Quasi allo stesso istante, il comando del maestro e la perfetta esecuzione
del discepolo si compiono di comune accordo con quella velocità
che è frutto del timor di Dio:
10. così in coloro che sono sospinti dal desiderio di raggiungere
la vita eterna.
11. Essi si slanciano dunque per la via stretta della quale il Signore
dice: "Angusta è la via che conduce alla vita";
12. perciò non vivono secondo il proprio capriccio né
seguono le loro passioni e i loro gusti, ma procedono secondo il giudizio
e il comando altrui; rimangono nel monastero e desiderano essere sottoposti
a un abate.
13. Senza dubbio costoro prendono a esempio quella sentenza del Signore
che dice: "Non sono venuto a fare la mia volontà, ma quella
di colui che mi ha mandato".
14. Ma questa obbedienza sarà accetta a Dio e gradevole agli
uomini, se il comando ricevuto verrà eseguito senza esitazione,
lentezza o tiepidezza e tantomeno con mormorazioni o proteste,
15. perché l'obbedienza che si presta agli uomini è resa
a Dio, come ha detto lui stesso: "Chi ascolta voi, ascolta me".
16. I monaci dunque devono obbedire con slancio e generosità,
perché "Dio ama chi dà lietamente".
17. Se infatti un fratello obbedisce malvolentieri e mormora, non dico
con la bocca, ma anche solo con il cuore,
18. pur eseguendo il comando, non compie un atto gradito a Dio, il quale
scorge 1a mormorazione nell'intimo della sua coscienza;
19. quindi, con questo comportamento, egli non si acquista alcun merito,
anzi, se non ripara e si corregge, incorre nel castigo comminato ai
mormoratori.
VI - L'amore del silenzio
1. Facciamo come dice il profeta: "Ho detto: Custodirò le
mie vie per non peccare con la lingua; ho posto un freno sulla mia bocca,
non ho parlato, mi sono umiliato e ho taciuto anche su cose buone".
2. Se con queste parole egli dimostra che per amore del silenzio bisogna
rinunciare anche ai discorsi buoni, quanto più è necessario
troncare quelli sconvenienti in vista della pena riserbata al peccato!
3. Dunque l'importanza del silenzio è tale che persino ai discepoli
perfetti bisogna concedere raramente il permesso di parlare, sia pure
di argomenti buoni, santi ed edificanti, perché sta scritto:
4. "Nelle molte parole non eviterai il peccato"
5. e altrove: "Morte e vita sono in potere della lingua".
6. Se infatti parlare e insegnare é compito del maestro, il dovere
del discepolo è di tacere e ascoltare.
7. Quindi, se bisogna chiedere qualcosa al superiore, lo si faccia con
grande umiltà e rispettosa sottomissione.
8. Escludiamo poi sempre e dovunque la trivialità, le frivolezze
e le buffonerie e non permettiamo assolutamente che il monaco apra la
bocca per discorsi di questo genere.
VII - L'umiltà
1. La sacra Scrittura si rivolge a noi, fratelli, proclamando a gran
voce: "Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia
sarà esaltato".
2. Così dicendo, ci fa intendere che ogni esaltazione è
una forma di superbia,
3. dalla quale il profeta mostra di volersi guardare quando dice: "Signore,
non si è esaltato il mio cuore, né si è innalzato
il mio sguardo, non sono andato dietro a cose troppo grandi o troppo
alte per me".
4. E allora? "Se non ho nutrito sentimenti di umiltà, se
il mio cuore si è insuperbito, tu mi tratterai come un bimbo
svezzato dalla propria madre".
5. Quindi, fratelli miei, se vogliamo raggiungere la vetta più
eccelsa dell'umiltà e arrivare rapidamente a quella glorificazione
celeste, a cui si ascende attraverso l'umiliazione della vita presente,
6. bisogna che con il nostro esercizio ascetico innalziamo la scala
che apparve in sogno a Giacobbe e lungo la quale questi vide scendere
e salire gli angeli.
7. Non c'è dubbio che per noi quella discesa e quella salita
possono essere interpretate solo nel senso che con la superbia si scende
e con l'umiltà si sale.
8. La scala così eretta, poi, è la nostra vita terrena
che, se il cuore è umile, Dio solleva fino al cielo;
9. noi riteniamo infatti che i due lati della scala siano il corpo e
l'anima nostra, nei quali la divina chiamata ha inserito i diversi gradi
di umiltà o di esercizio ascetico per cui bisogna salire.
10. Dunque il primo grado dell'umiltà è quello in cui,
rimanendo sempre nel santo timor di Dio, si fugge decisamente la leggerezza
e la dissipazione,
11. si tengono costantemente presenti i divini comandamenti e si pensa
di continuo all'inferno, in cui gli empi sono puniti per i loro peccati,
e alla vita eterna preparata invece per i giusti.
12. In altre parole, mentre si astiene costantemente dai peccati e dai
vizi dei pensieri, della lingua, delle mani, dei piedi e della volontà
propria, come pure dai desideri della carne,
13. l'uomo deve prendere coscienza che Dio lo osserva a ogni istante
dal cielo e che, dovunque egli si trovi, le sue azioni non sfuggono
mai allo sguardo divino e sono di continuo riferite dagli angeli.
14. E' ciò che ci insegna il profeta, quando mostra Dio talmente
presente ai nostri pensieri da affermare: "Dio scruta le reni e
i cuori"
15. come pure: "Dio conosce i pensieri degli uomini".
16. Poi aggiunge: "Hai intuito di lontano i miei pensieri"
17. e infine: "Il pensiero dell'uomo sarà svelato dinanzi
a te".
18. Quindi, per potersi coscienziosamente guardare dai cattivi pensieri,
bisogna che il monaco vigile e fedele ripeta sempre tra sé: "Sarò
senza macchia dinanzi a lui, solo se mi guarderò da ogni malizia".
19. Ci è poi vietato di fare la volontà propria, dato
che la Scrittura ci dice: "Allontanati dalle tue voglie"
20. e per di più nel Pater chiediamo a Dio che in noi si compia
la sua volontà.
21. Perciò ci viene giustamente insegnato di non fare la nostra
volontà, evitando tutto quello di cui la Scrittura dice: "Ci
sono vie che agli uomini sembrano diritte, ma che si sprofondano negli
abissi dell'inferno"
22. e anche nel timore di quanto è stato affermato riguardo ai
negligenti: "Si sono corrotti e sono divenuti spregevoli nella
loro dissolutezza".
23. Quanto poi alle passioni della nostra natura decaduta, bisogna credere
ugualmente che Dio è sempre presente, secondo il detto del profeta:
"Ogni mio desiderio sta davanti a te".
24. Dobbiamo quindi guardarci dalle passioni malsane, perché
la morte è annidata sulla soglia del piacere.
25. Per questa ragione la Scrittura prescrive: "Non seguire le
tue voglie".
26. Se dunque "gli occhi di Dio scrutano i buoni e i cattivi"
27. e se "il Signore esamina attentamente i figli degli uomini
per vedere se vi sia chi abbia intelletto e cerchi Dio",
28. se a ogni momento del giorno e della notte le nostre azioni vengono
riferite al Signore dai nostri angeli custodi,
29. bisogna, fratelli miei, che stiamo sempre in guardia per evitare
che un giorno Dio ci veda perduti dietro il male e isteriliti, come
dice il profeta nel salmo e,
30. pur risparmiandoci per il momento, perché è misericordioso
e aspetta la nostra conversione, debba dirci in avvenire: "Hai
fatto questo e ho taciuto".
31. Il secondo grado dell'umiltà è quello in cui, non
amando la propria volontà, non si trova alcun piacere nella soddisfazione
dei propri desideri,
32. ma si imita il Signore, mettendo in pratica quella sua parola, che
dice: "Non sono venuto a fare la mia volontà, ma quella
di colui che mi ha mandato".
33. Cosa" pure un antico testo afferma: "La volontà
propria procura la pena, mentre la sottomissione conquista il premio".
34. Terzo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco
per amore di Dio si sottomette al superiore in assoluta obbedienza,
a imitazione del Signore, del quale l'Apostolo dice: "Fatto obbediente
fino alla morte".
35. Il quarto grado dell'umiltà è quello del monaco che,
pur incontrando difficoltà, contrarietà e persino offese
non provocate nell'esercizio dell'obbedienza, accetta in silenzio e
volontariamente la sofferenza
36. e sopporta tutto con pazienza, senza stancarsi né cedere
secondo il monito della Scrittura: " Chi avrà sopportato
sino alla fine questi sarà salvato".
37. E ancora: "Sia forte il tuo cuore e spera nel Signore".
38. E per dimostrare come il servo fedele deve sostenere per il Signore
tutte le possibili contrarietà, esclama per bocca di quelli che
patiscono: "Ogni giorno per te siamo messi a morte, siamo trattati
come pecore da macello".
39. Ma con la sicurezza che nasce dalla speranza della divina retribuzione,
costoro soggiungono lietamente: "E di tutte queste cose trionfiamo
in pieno, grazie a colui che ci ha amato",
40. mentre altrove la Scrittura dice: "Ci hai provato, Signore,
ci hai saggiato come si saggia l'argento col fuoco; ci hai fatto cadere
nella rete, ci hai caricato di tribolazioni".
41. E per indicare che dobbiamo assoggettarci a un superiore, prosegue
esclamando: "Hai posto degli uomini sopra il nostro capo".
42. Quei monaci, però, adempiono il precetto del Signore, esercitando
la pazienza anche nelle avversità e nelle umiliazioni, e, percossi
su una guancia, presentano l'altra, cedono anche il mantello a chi strappa
loro di dosso la tunica, quando sono costretti a fare un miglio di cammino
ne percorrono due,
43. come l'Apostolo Paolo sopportano i falsi fratelli e ricambiano con
parole le offese e le ingiurie.
44. Il quinto grado dell'umiltà consiste nel manifestare con
un'umile confessione al proprio abate tutti i cattivi pensieri che sorgono
nell'animo o le colpe commesse in segreto,
45. secondo l'esortazione della Scrittura, che dice: "Manifesta
al Signore la tua via e spera in lui".
46. E anche: "Aprite l'animo vostro al Signore, perché è
buono ed eterna è la sua misericordia",
47. mentre il profeta esclama: "Ti ho reso noto il mio peccato
e non ho nascosto la mia colpa.
48. Ho detto: "confesserò le mie iniquità dinanzi
al Signore" e "tu hai perdonato la malizia del mio cuore".
49. Il sesto grado dell'umiltà è quello in cui il monaco
si contenta delle cose più misere e grossolane e si considera
un operaio incapace e indegno nei riguardi di tutto quello che gli impone
l'obbedienza,
50. ripetendo a se stesso con il profeta: "Sono ridotto a nulla
e nulla so; eccomi dinanzi a te come una bestia da soma, ma sono sempre
con te".
51. Il settimo grado dell'umiltà consiste non solo nel qualificarsi
come il più miserabile di tutti, ma nell'esserne convinto dal
profondo del cuore,
52. umiliandosi e dicendo con il profeta: "Ora io sono un verme
e non un uomo, l'obbrobrio degli uomini e il rifiuto della plebe";
53. "Mi sono esaltato e quindi umiliato e confuso"
54. e ancora: "Buon per me che fui umiliato, perché imparassi
la tua legge".
55. L'ottavo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco
non fa nulla al di fuori di ciò a cui lo sprona la regola comune
del monastero e l'esempio dei superiori e degli anziani.
56. Il nono grado dell'umiltà è proprio del monaco che
sa dominare la lingua e, osservando fedelmente il silenzio, tace finché
non è interrogato,
57. perché la Scrittura insegna che "nelle molte parole
non manca il peccato"
58. e che "l'uomo dalle molte chiacchiere va senza direzione sulla
terra".
59. Il decimo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco
non è sempre pronto a ridere, perché sta scritto: "Lo
stolto nel ridere alza la voce".
60. L'undicesimo grado dell'umiltà è quello nel quale
il monaco, quando parla, si esprime pacatamente e seriamente, con umiltà
e gravità, e pronuncia poche parole assennate, senza alzare la
voce,
61. come sta scritto: "Il saggio si riconosce per la sobrietà
nel parlare".
62. Il dodicesimo grado, infine, è quello del monaco, la cui
umiltà non è puramente interiore, ma traspare di fronte
a chiunque lo osservi da tutto il suo atteggiamento esteriore,
63. in quanto durante l'Ufficio divino, in coro, nel monastero, nell'orto,
per via, nei campi, dovunque, sia che sieda, cammini o stia in piedi,
tiene costantemente il capo chino e gli occhi bassi;
64. e, considerandosi sempre reo per i propri peccati, si vede già
dinanzi al tremendo giudizio di Dio,
65. ripetendo continuamente in cuor suo ciò che disse, con gli
occhi fissi a terra il pubblicano del Vangelo: "Signore, io, povero
peccatore, non sono degno di alzare gli occhi al cielo".
66. E ancora con il profeta: "Mi sono sempre curvato e umiliato".
67. Una volta ascesi tutti questi gradi dell'umiltà, il monaco
giungerà subito a quella carità, che quando è perfetta,
scaccia il timore;
68. per mezzo di essa comincerà allora a custodire senza alcuno
sforzo e quasi naturalmente, grazie all'abitudine, tutto quello che
prima osservava con una certa paura;
69. in altre parole non più per timore dell'inferno, ma per timore
di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto della virtù.
70. Sono questi i frutti che, per opera dello Spirito Santo, il Signore
si degnerà di rendere manifesti nel suo servo, purificato ormai
dai vizi e dai peccati.
VIII - L'Ufficio divino nella notte
1. Durante la stagione invernale, cioè dal principio di novembre
sino a Pasqua, secondo un calcolo ragionevole, la sveglia sia verso
le due del mattino,
2. in modo che il sonno si prolunghi un po' oltre la mezzanotte e tutti
si possano alzare sufficientemente riposati.
3. Il tempo che rimane dopo l'Ufficio vigilare venga impiegato dai monaci,
che ne hanno bisogno, nello studio del salterio o delle lezioni.
4. Da Pasqua, invece, sino al suddetto inizio di novembre, l'orario
venga disposto in modo tale che, dopo un brevissimo intervallo nel quale
i fratelli possono uscire per le necessità della natura, l'Ufficio
vigiliare sia seguito immediatamente dalle Lodi, che devono essere recitate
al primo albeggiare.
IX - I salmi dell'Ufficio notturno
1. Nel suddetto periodo invernale si dica prima di tutto per tre volte
il versetto: "Signore, apri le mie labbra e la mia bocca annunzierà
la tua lode",
2. a cui si aggiunga il salmo 3 con il Gloria;
3. dopo di questo il salmo 94 cantato con l'antifona oppure lentamente.
4. Quindi segua l'inno e poi sei salmi con le antifone,
5. finiti i quali e detto il versetto, l'abate dia la benedizione e,
mentre tutti stanno seduti ai rispettivi posti, i fratelli leggano a
turno dal lezionario posto sul leggio tre lezioni, intercalate da responsori
cantati.
6. Due responsori si cantino senza il Gloria, ma dopo la terza lezione
il cantore lo intoni
7. e allora tutti subito si alzino in piedi per l'onore e la riverenza
dovuti alla Santa Trinità.
8. Quanto ai libri da leggere nell'Ufficio vigilare, siano tutti di
autorità divina, sia dell'antico che del nuovo Testamento, compresi
i relativi commenti, scritti da padri di sicura fama e genuina fede
cattolica.
9. Dopo queste tre lezioni con i rispettivi responsori, seguano gli
altri sei salmi da cantare con l'Alleluia
10. e dopo questi una lezione tratta dalle lettere di S. Paolo, da recitarsi
a memoria, il versetto, la prece litanica, cioè il Kyrie eleison,
11. e così si metta fine all'Ufficio vigilare.
X - L'Ufficio notturno dell'estate
1. Da Pasqua fino al principio di novembre si mantenga lo stesso numero
di salmi, che è stato prescritto sopra;
2. eccetto che, a causa della brevità delle notti, non si leggano
le lezioni dal lezionario, ma, invece di tre, se ne reciti a memoria
una sola dell'antico Testamento, seguita da un responsorio breve;
3. tutto il resto si svolga, come è già stato prescritto,
cioè nell'Ufficio vigiliare non si dicano mai meno di dodici
salmi, senza contare i salmi 3 e 94.
XI - L'Ufficio notturno nelle Domeniche
1. Per l'Ufficio vigilare della domenica ci si alzi un po' prima.
2. Anche in questo caso si osservi un determinato ordine, cioè,
dopo aver cantato sei salmi come abbiamo stabilito sopra ed essersi
seduti tutti ordinatamente ai propri posti, si leggano sul lezionario
quattro lezioni con i relativi responsori, secondo quanto abbiamo già
detto;
3. solo al quarto responsorio il cantore intoni il Gloria e allora tutti
si alzino subito in piedi con riverenza.
4. A queste lezioni seguano per ordine altri sei salmi con le antifone
come i precedenti e il versetto.
5. Quindi si leggano di nuovo altre quattro lezioni con i propri responsori,
secondo le norme precedenti.
6. Poi si recitino tre cantici, tratti dai libri dei Profeti a scelta
dell'abate, che si devono cantare con l'Alleluia.
7. Detto quindi il versetto, con la benedizione dell'abate si leggano
altre quattro lezioni del nuovo Testamento nel modo gi indicato.
8. Dopo il quarto responsorio l'abate intoni l'inno " Te Deum laudamus
",
9. finito il quale lo stesso abate legga la lezione dai Vangeli, mentre
tutti stanno in piedi con la massima reverenza.
10. Al termine di questa lettura tutti rispondano Amen, poi l'abate
prosegua immediatamente con l'inno " Te decet laus " e, recitata
la preghiera di benedizione, si incomincino le lodi.
11. Quest'ordine dell'Ufficio vigiliare della domenica dev'essere mantenuto
in ogni stagione, tanto d'estate che d'inverno,
12. salvo il caso deprecabile in cui i monaci si alzassero più
tardi, nella quale circostanza bisognerà abbreviare le lezioni
e i responsori.
13. Si stia però bene attenti che ciò non avvenga; ma
se dovesse accadere, il responsabile di una simile negligenza ne faccia
in coro degna riparazione a Dio.
XII - Le lodi
1. Alle Lodi della domenica, prima di tutto si dica il salmo 66 tutto
di seguito, senza antifona,
2. quindi il salmo 50 con l'Alleluia,
3. poi il 117 e il 62
4. quindi il cantico dei tre fanciulli nella fornace (il Benedicite),
i salmi di lode (148, 149, 150), una lezione dell'Apocalisse a memoria,
il responsorio, l'inno, il versetto, il cantico del Vangelo (il Benedictus)
e la prece litanica con cui si finisce.
XIII - Le lodi nei giorni feriali
1. Nei giorni feriali le Lodi si celebrino nel modo seguente:
2. si dica il salmo 66 senza antifona, recitandolo lentamente in modo
che tutti possano essere presenti per il salmo 50, che deve dirsi con
l'antifona.
3. Dopo di questi, si dicano altri due salmi secondo la consuetudine
e cioè
4. al lunedì i salmi 5 e 35,
5. al martedì il 42 e il 56,
6. al mercoledì il 63 e il 64,
7. al giovedì l'87 e l'89,
8. al venerdì il 75 e il 91
9. e al sabato il 142 con il cantico del Deuteronomio, diviso in due
parti dal Gloria.
10. In tutti gli altri giorni poi si dica il cantico profetico proprio
di quel giorno, secondo l'uso della Chiesa romana.
11. Quindi seguano i salmi di lode, una breve lezione dell'Apostolo
a memoria, il responsorio, l'inno, il versetto, il cantico del Vangelo,
la prece litanica e così si termina.
12. Ma l'Ufficio delle Lodi e del Vespro non si chiuda mai senza che,
secondo l'uso stabilito, alla fine, tra l'attenzione di tutti, il superiore
reciti il Pater per le offese alla carità fraterna che avvengono
di solito nella vita comune,
13. in modo che i presenti possano purificarsi da queste colpe, grazie
all'impegno preso con la stessa preghiera nella quale dicono: "Rimetti
a noi, come anche noi rimettiamo".
14. Nelle altre Ore, invece, si dica ad alta voce solo l'ultima parte
del Pater, a cui tutti rispondano: "Ma liberaci dal male".
XIV - L'Ufficio vigilare nelle feste dei Santi
1. Nelle feste dei santi e in tutte le solennità si proceda come
abbiamo stabilito per la domenica,
2. ad eccezione dei salmi, delle antifone e delle lezioni, che saranno
proprie di quel giorno; si segua però l'ordine già fissato.
XV - Quando si deve dire l'Alleluia
1. L'Alleluia si dica sempre dalla santa Pasqua fino a Pentecoste, tanto
nei salmi che nei responsori;
2. da Pentecoste poi sino al principio della Quaresima lo si dica soltanto
negli ultimi sei salmi dell'Ufficio notturno
3. Ma in tutte le domeniche che cadano fuori del tempo quaresimale i
cantici, le Lodi, Prima, Terza, Sesta e Nona si dicano con l'Alleluia,
mentre il Vespro avrà le antifone proprie.
4. I responsori, invece, non si dicano mai con l'Alleluia, se non da
Pasqua a Pentecoste.
XVI - La celebrazione dei divini Offici durante il giorno
1. "Sette volte al giorno ti ho lodato", dice il profeta.
2. Questo sacro numero di sette sarà adempiuto da noi, se assolveremo
i doveri del nostro servizio alle Lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a
Nona, a Vespro e Compieta,
3. perché proprio di queste ore diurne il profeta ha detto: "Sette
volte al giorno ti ho lodato".
4. Infatti nelle Vigilie notturne lo stesso profeta dice: "Nel
mezzo della notte mi alzavo per lodarti".
5. Dunque in queste ore innalziamo lodi al nostro Creatore "per
le opere della sua giustizia" e cioè alle lodi, a Prima,
a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta e di notte alziamoci
per celebrare la sua grandezza.
XVII - Salmi delle ore del giorno
1. Abbiamo già stabilito l'ordine della salmodia per l'Ufficio
notturno e per le Lodi; adesso provvediamo per le altre Ore.
2. All'ora di Prima si dicano tre salmi separatamente, ciascuno con
il proprio Gloria
3. e l'inno della stessa Ora segua il versetto Deus in adiutorium prima
di iniziare i salmi.
4. Finiti i tre salmi, si reciti una sola lezione, il versetto, il Kyrie
eleison e le preci finali.
5. A Terza, a sesta e a Nona si celebri l'Ufficio secondo lo stesso
ordine e cioè il versetto iniziale, gli inni delle rispettive
Ore, tre salmi, la lezione, il versetto, il Kyrie eleison e le preci
finali.
6. Se la comunità fosse numerosa, si salmeggi con le antifone,
altrimenti si recitino i salmi tutti di seguito.
7. L'Ufficio del Vespro comprenda quattro salmi con le antifone,
8. dopo i quali si reciti la lezione, quindi il responsorio, l'inno,
il versetto, il cantico del Vangelo, il Kyrie e il Pater, a cui segue
il congedo.
9. Compieta, infine, consista in tre salmi di seguito, senza antifona,
10. ai quali segua l'inno della medesima ora, una sola lezione, il versetto,
il Kyrie eleison e la benedizione con cui si conclude.
XVIII - L'ordine dei salmi nelle ore del giorno
1. Prima di tutto si dica il versetto: "O Dio, vieni in mio soccorso;
Signore, affrettati ad aiutarmi", il Gloria e poi l'inno di ciascuna
Ora.
2. A Prima della domenica si dicano quattro strofe del salmo 118;
3. alle altre Ore, cioè a Terza, Sesta e Nona, si dicano tre
strofe per volta dello stesso salmo.
4. A Prima del lunedì si recitino tre salmi e cioè il
salmo 1, il 2 e il 6;
5. e così nei giorni successivi fino alla domenica si dicano
di seguito tre salmi fino al 19, in modo però che il 9 e il 17
si dividano in due.
6. Così le vigilie domenicali cominceranno sempre con il salmo
20.
7. A Terza, Sesta e Nona del lunedì si dicano le ultime nove
strofe del salmo 118, tre per ciascuna Ora.
8. Esaurito questo salmo in due giorni, cioè alla domenica e
al lunedì,
9. a Terza, Sesta e Nona del martedì si recitino rispettivamente
tre salmi dal 119 al 127, cioè in tutto nove salmi.
10. Questi vengano sempre ripetuti allo stesso modo nelle medesime Ore
fino alla domenica, lasciando però invariati gli inni, le lezioni
e i versetti per tutte le Ore della settimana,
11. in modo che alla domenica si cominci sempre dal salmo 118.
12. Il Vespro poi si celebri ogni giorno con il canto di quattro salmi,
13. dal 109 fino al 147;
14. eccettuando quelli che sono riservati alle altre Ore, cioè
i salmi 117-127, 133 e 142,
15. tutti gli altri si dicano a Vespro.
16. E poiché vengono a mancare tre salmi, si dividano i più
lunghi del gruppo indicato, ossia il 138, il 143 e il 144.
17. Il 116, invece, che è il più breve, venga unito al
115.
18. Stabilito così l'ordine della salmodia vespertina, tutto
il resto, cioè la lezione, il responsorio, l'inno, il versetto
e il cantico, si dica come abbiamo disposto sopra.
19. A Compieta, infine, si ripetano tutti i giorni gli stessi salmi
e cioè il 4, il 90 e il 133.
20. Una volta fissato l'ordine della salmodia di tutti i salmi rimanenti
vengano distribuiti in parti uguali nei sette Uffici notturni,
21. dividendo quelli più lunghi e assegnandone dodici per notte.
22. Ci teniamo però ad avvertire che, se qualcuno non trovasse
conveniente tale distribuzione dei salmi, li disponga pure come meglio
crede,
23. purché badi bene di fare in modo che in tutta la settimana
si reciti l'intero salterio di centocinquanta salmi e con l'Ufficio
vigiliare della domenica si ricominci sempre da capo.
24. Infatti i monaci, che in una settimana salmeggiano meno dell'intero
salterio con i cantici consueti, danno prova di grande indolenza e fiacchezza
nel servizio a cui sono consacrati,
25. dato che dei nostri padri si legge che in un sol giorno adempivano
con slancio e fervore quanto è augurabile che noi tiepidi riusciamo
a eseguire in una settimana.
Note Storiche e Informazioni Utili
Galleria Fotografica Storica (3)
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