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Approfondimento Storico e Sacro

Eremiti in Umbria (II° parte)

L'anacoreta Sant'Isacco, giunto dalla Siria sul Monteluco, dimora dapprima in un umile "abitacolo", poi nel monastero intitolato a San Giuliano, edificato secondo il modello di importazione orientale, che raggruppa le laure intorno ad un cenobio principale.

Esigenze di evangelizzazione della montagna e di soppressione di antichi culti si coniugano con particolari caratteri dell'ambiente naturale, nell'orientare anche la localizzazione della Romita di Cesi, un romitorio benedettino edificato nel sec. VIII sui monti Martani, tra Cesi e Portaria, a picco sulla valle del Naia.
Sorto in memoria dei Santi Procolo e Volusiano vescovi di Terni e Carsulae, che dimorano in una grotta del luogo, l'eremo si innesta nell'area cultuale romana dedicata a Mithra e a Nemesi, in una zona di antiche tradizioni spirituali.
La sua localizzazione rispondeva probabilmente anche a istanze evangelizzatrici, dato che sorge sulla via transumante detta "Delle pecore", che dalla Flaminia, in prossimità di Carsulae, conduce a Portaria e a Spoleto.

Il valore strategico-militare e politico dell'Altopiano di Colfiorito richiama alla mente altri fattori di localizzazione eremitica, direttamente connessi con la funzione di "corridoio della viabilità transappenninica", svolta da questa zona, sia nell'antichità che nel Medioevo.
Sui valichi principali e in vicinanza dei corsi d'acqua o delle fonti, edicole, cappelle ed eremi cristiani sostituiscono i templi e i luoghi di culto pagani sorti lungo la via Plestina, la strada che da Forum Flaminii sale a Plestia (città umbra, poi romana) e raggiunge l'Adriatico a Senigallia, passando per Camerino.

Sull'altopiano la via Plestina si congiunge con la via della Spina, proveniente da Spoleto, definendo un importante incrocio di itinerari transumanti, che dalla montagna umbra scendono per raccordarsi con la Flaminia.
Tra gli eremi di questa montagna, quello di Sant'Angelo in Gruttis, i cui primi documenti risalgono al 1063, è un esempio di fondazione laica generata dal controllo delle vie transumanti.

Precise esigenze di presidio dei confini e di pacificazione, spiegano per buona parte il sito degli eremi di Colfiorito, posti a confine tra comunità montane in conflitto.
Non a caso tali eremi evolvono ben presto in santuari di frontiera, con funzione di convegno religioso, sociale ed economico delle popolazioni confinanti.
Tra essi appare degno di nota l'Eremo di Santa Maria Giacobbe nella Valle del Menotre, la cui fondazione, probabilmente anteriore al sec. XIII, poggia sul racconto mitico della vita di Maria de Iacoba, rifugiatasi in una grotta del Sasso di Pale, per fare penitenza.
Tra l'altro il luogo pare vantare già una tradizione cultuale stando al toponimo "Pale", antica divinità italica della pastorizia festeggiata in aprite durante le "Palilie", festa di purificazione del mondo pastorale.

L'affermarsi di eremi nelle campagne trasforma lo spazio in territorio, come si è anticipato, prima di tutto con l'assegnazione di toponimi.
Molti nomi di luogo della Valnerina sono agionimi o nomi di origine eremitica, come il toponimo fosso delle "Scentelle", prossimo alla chiesa della Madonna delle Scentelle, la cui denominazione perpetua il ricordo di "centum cellae" ("cento celle").
Comune nella montagna di Sant'Anatolia di Narco, come in Valcasana (in prossimità di Gavelli) nella dizione fosso delle "Centelle", questo toponimo è presente anche sui Sibillini (monte Rotondo), dove si incontra anche Romitoria delle Centelle (Cimamonte), riferito ad un piccolo oratorio campestre dedicato alla Madonna.
Presumibilmente anche i toponimi: "Grotti", cioè "criptae Narci", sui monti di Sant'Anatolia di Narco, e "Gruttis" (Sant'Angelo in Gruttis, sui monti di Foligno) derivano analogamente dalla tradizione eremitica di queste montagne.

Sono poi da associare al movimento eremitico toponimi come "La Rumita" (Valtopina), "La Romita" (montagna di Cesi), "Romitorio" (dei Santi, a Colfiorito), "Eremo" (delle Carceri, di monte Corona, di Sant'Antonio, di Santa Maria della Stella, di Santa Maria Giacobbe).

Altrettanto frequenti sono gli oronimi, gli idronimi e i toponimi riferiti a centri, casali, vie e chiese derivanti dai nomi dei Santi fondatori di eremi (Sant'Eutizio) oppure da quelli dei Santi cui gli eremi sono intitolati (Sant'Antonio, S. Giuliano, San Michele, Santa Maria, San Pietro, Sant'Angelo).

Il successivo processo di costruzione del territorio avviene per aggregazione di sedi e di popolazione.
Intorno agli eremi si raccolgono edifici con funzioni religiose e strutture agricole elementari dotate dei servizi comuni essenziali (il forno, il pozzo), cui si aggiungono in alcuni casi elementi difensivi (torri e palizzate).

In progresso di tempo sorgono vere e proprie ville con scopi di produzione agricola, pastorale e di sfruttamento dei boschi.
Nella Valle del Nera, in quella Castoriana e sul Monteluco intorno alle laure dei liberi anacoreti, giunti da Antiochia di Cesarea in Siria, fervono lavori di dissodamento dei boschi, bonifiche delle paludi vallive, canalizzazioni delle acque e irrigazioni dei prati e degli orti.
Secondo le fonti agiografiche, al siriano Mauro e a suo figlio Felice, che vissero in grotte limitrofe al fiume Nera, ai piedi dell'attuale Castello di San Felice in Valnerina, si deve la bonifica di questo tratto di fondovalle, ricordata nel bassorilievo del sec. XII apposto sulla facciata della chiesa omonima (qui uno scenario rupestre fa da sfondo al miracolo del drago, simbolo del Nera).

In questa metafora, propria dell'immaginario popolare, emerge tutta la straordinarietà della bonifica condotta dai monaci, in un'epoca ancora governata da forze della natura imponenti, che solo l'intervento del divino, per intercessione dei Santi, può controllare.
Il problema dell'impaludamento del fondovalle doveva peraltro riguardare quasi tutta la Valnerina, se toponimi come Colle del Lago, Castel di Lago, Casali del Lago, che conservano a tutt'oggi la memoria delle zone paludose, sono diffusi per un buon tratto del corso fluviale.

Contemporaneamente si attua un lento processo di conventualizzazione.
La prima evoluzione dell'eremo singolo è costituita da una serie di romitori gravitanti intorno ad un oratorio, ossia una laura di anacoreti, spiritualmente diretta da un Santo fondatore.
L'isolamento dell'eremita spesso è rotto dall'accorrere di discepoli desiderosi di condividere con il maestro la vita solitaria e di apprenderne gli insegnamenti.

Il passo successivo dalla laura al cenobio vero e proprio è generalmente breve.
In Valnerina, ad esempio, la formazione dell'Abbazia di Sant'Eutizio avviene per evoluzione progressiva della laura eremitica della Valle Castoriana.
Anche se dalla morte di Sant'Eutizio (sec. VI) al sec. X secolo non si hanno notizie, si presume che la vita monastica rimase ininterrotta, come lascia credere la donazione di terre e di un oratorio fatta alla comunità da Ageltruda, vedova del duca di Spoleto (nel 907).
Un processo analogo si rileva anche per San Pietro in Valle, presso Ferentillo.
Anche le cinque comunità eremitiche di Serra Santa, sovrastante Gualdo Tadino, fondate in epoca altomedievale nell'area montana sacra a Giove, si riuniscono dapprima in una sorta di federazione; poi, alla fine del sec. XV, si trasformano in un Convento dei frati Minori Osservanti.

Tuttavia, se è vero che con il passare del tempo e con l'affermarsi di nuove forme di vita religiosa molti eremi altomedievali si trasformano in cenobi benedettini, è anche certo che l'evoluzione degli eremi non da luogo ovunque a forme conventuali vere e proprie.
La comunità di Monteluco adotta la Regola benedettina, ma la vita conventuale non prenderà mai il sopravvento sulla solitudine dell'eremo. Sotto la guida del vescovo di Spoleto gli eremiti si costituiranno in una congregazione, che sopravviverà fino al 1795, anno della sua soppressione.

L'eremo dunque non scompare.
Anzi, anche quando il movimento eremitico ormai ha esaurito gran parte della propria forza, il paesaggio naturale dell'Umbria e considerazioni di tipo politico ed evangelico continuano ad ispirare modi di vita ascetica.
I boschi, gli anfratti rocciosi e le valli montane isolate continuano a costituire un mezzo per facilitare la riflessione, affinare i sentimenti e stabilire un colloquio con il trascendente, conservando nel tempo il carattere di aree di popolamento religioso.

Lo stesso San Francesco, instancabile evangelizzatore e propagatore della fede presso la gente, si rifugia negli eremi montani, al fine di instaurare un contatto più diretto con Dio e per portare in quelle plaghe il messaggio divino.
Emblematico è l'Eremo delle Carceri di Assisi, il cui toponimo deriva appunto dalla sensazione di "carcere" che la solitudine e il silenzio del luogo sollecitano in San Francesco, tanto da fargli desiderare che l'acqua dei vicino torrente smetta di scorrere.

Il fascino della vita eremitica continua in ogni caso ad esercitarsi anche ai nostri giorni.
Non mancano, infatti, in Umbria, esperienze di vita ascetica ispirate ai movimenti passati.

Risale ai primi decenni del secolo scorso il recupero degli eremi francescani di Poreta di Campello sul Clitunno, dove la comunità femminile fondata da sorella Maria (morta nel 1961) costituisce un collegamento diretto con i movimenti penitenziali femminili del Medioevo (come le Beghine, le Umiliate e le Bizzocche).
Un'altra comunità eremitica è nata nel 1972 a Collepino di Spello, sul luogo dell'antica Abbazia di San Silvestro.
Sempre in territorio Spellano, i "Piccoli fratelli di Gesù" hanno fondato venticinque eremi, sparsi sulle falde del Subasio, per un raggio di 15 chilometri.

 


a cura di Paolo Rossi
(liberamente tratto da:
A. Melelli - M. Arca Petrucci:
"Spiritualità e ambiente:
un rapporto plurisecolare nel paesaggio umbro")

Galleria Fotografica Storica (3)

Eremiti in Umbria II° 1
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Eremiti in Umbria II° 3