Libro I°: indice e testo
Libro I°
INCOMINCIANO LE ESORTAZIONI UTILI PER LA VITA DELLO SPIRITO
INDICE
Capitolo I - L'imitazione di Cristo e il disprezzo di tutte le vanità
del mondo
Capitolo II - L'umile coscienza di sé
Capitolo III - L'ammaestramento della verità
Capitolo IV - La ponderatezza nell'agire
Capitolo V - La lettura dei libri di devozione
Capitolo VI - Gli sregolati moti dell'anima
Capitolo VII - Guardarsi dalle vane speranze e fuggire la superbia
Capitolo VIII - Evitare l'eccessiva familiarità
Capitolo IX - Obbedienza e sottomissione
Capitolo X - Astenersi dai discorsi inutili
Capitolo XI - La conquista della pace interiore e l'amore del progresso
spirituale
Capitolo XII - I vantaggi delle avversità
Capitolo XIII - Resistere alle tentazioni
Capitolo XIV - Evitare i giudizi temerari
Capitolo XV - Le opere fatte per amore
Capitolo XVI - Sopportare i difetti degli altri
Capitolo XVII - La vita nei monasteri
Capitolo XVIII - Gli esempi dei grandi padri
Capitolo XIX - Come si deve addestrare colui che si è dato a Dio
Capitolo XX - L'amore della solitudine e del silenzio
Capitolo XXI - La compunzione del cuore
Capitolo XXII - La meditazione della miseria umana
Capitolo XXIII - La meditazione della morte
Capitolo XXIV - Il giudizio divino e la punizione dei peccatori
Capitolo XXV - Correggere fervorosamente tutta la nostra vita
***
Capitolo I
L'IMITAZIONE DI CRISTO E IL DISPREZZO DI TUTTE LE VANITA' DEL MONDO
1. "Chi segue me non cammina nelle tenebre" (Gv
8,12), dice il Signore. Sono parole di Cristo, le quali ci esortano ad imitare
la sua vita e la sua condotta, se vogliamo essere veramente illuminati e liberati
da ogni cecità interiore. Dunque, la nostra massima preoccupazione
sia quella di meditare sulla vita di Gesù Cristo. Già l'insegnamento
di Cristo è eccellente, e supera quello di tutti i santi; e chi fosse
forte nello spirito vi troverebbe una manna nascosta. Ma accade che molta
gente trae un ben scarso desiderio del Vangelo dall'averlo anche più
volte ascoltato, perché è priva del senso di Cristo. Invece,
chi vuole comprendere pienamente e gustare le parole di Cristo deve fare in
modo che tutta la sua vita si modelli su Cristo. Che ti serve saper discutere
profondamente della Trinità, se non sei umile, e perciò alla
Trinità tu dispiaci? Invero, non sono le profonde dissertazioni che
fanno santo e giusto l'uomo; ma è la vita virtuosa che lo rende caro
a Dio. Preferisco sentire nel cuore la compunzione che saperla definire. Senza
l'amore per Dio e senza la sua grazia, a che ti gioverebbe una conoscenza
esteriore di tutta la Bibbia e delle dottrine di tutti i filosofi? "Vanità
delle vanità, tutto è vanità" (Qo 1,2), fuorché
amare Dio e servire lui solo. Questa è la massima sapienza: tendere
ai regni celesti, disprezzando questo mondo.
2. Vanità è dunque ricercare le ricchezze, destinate a finire,
e porre in esse le nostre speranze. Vanità è pure ambire agli
onori e montare in alta condizione. Vanità è seguire desideri
carnali e aspirare a cose, per le quali si debba poi essere gravemente puniti.
Vanità è aspirare a vivere a lungo, e darsi poco pensiero di
vivere bene. Vanità è occuparsi soltanto della vita presente
e non guardare fin d'ora al futuro. Vanità è amare ciò
che passa con tutta rapidità e non affrettarsi là, dove dura
eterna gioia. Ricordati spesso di quel proverbio: "Non si sazia l'occhio
di guardare, né mai l'orecchio è sazio di udire" (Qo 1,8).
Fa', dunque, che il tuo cuore sia distolto dall'amore delle cose visibili
di quaggiù e che tu sia portato verso le cose di lassù, che
non vediamo. Giacché chi va dietro ai propri sensi macchia la propria
coscienza e perde la grazia di Dio.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Nessuno dei seguaci di Gesù Cristo, entra nel santuario della verità,
se non per la carità. Nessuno giunge alla conoscenza degli alti misteri,
se non per la fede umile. Nessuno può comprendere e gustare la dottrina
d'un simile Maestro, se non seguendo la sua condotta, imitando i suoi esempi
e praticando le sue lezioni. In una parola: non le scienze e le arti, ma la
carità e le virtù cristiane ci rendono giusti ed amici di Dio.
Un semplice fedele, che abbia il cuore contrito ed umiliato, piace più
a Dio che il maggior filosofo e teologo che sia gonfio del suo sapere e poco
penetrato della cognizione del suo nulla. Infatti, al dire del nostro autore,
la somma sapienza è l'aspirazione al regno dei cieli disprezzando le
cose del mondo; tutto il resto è vanità.
Capitolo II
L'UMILE COSCIENZA DI SE'
1. L'uomo, per sua natura, anela a sapere; ma che importa il sapere se non
si ha il timor di Dio? Certamente un umile contadino che serva il Signore
è più apprezzabile di un sapiente che, montato in superbia e
dimentico di ciò che egli è veramente, vada studiando i movimenti
del cielo. Colui che si conosce a fondo sente di valere ben poco in se stesso
e non cerca l'approvazione degli uomini. Dinanzi a Dio, il quale mi giudicherà
per le mie azioni, che mi gioverebbe se io anche possedessi tutta la scienza
del mondo, ma non avessi l'amore? Datti pace da una smania eccessiva di sapere:
in essa, infatti, non troverai che sviamento grande ed inganno. Coloro che
sanno desiderano apparire ed essere chiamati sapienti. Ma vi sono molte cose,
la cui conoscenza giova ben poco, o non giova affatto, all'anima. Ed è
tutt'altro che sapiente colui che attende a cose diverse da quelle che servono
alla sua salvezza. I molti discorsi non appagano l'anima; invece una vita
buona rinfresca la mente e una coscienza pura dà grande fiducia in
Dio. Quanto più grande e profonda è la tua scienza, tanto più
severamente sarai giudicato, proprio partendo da essa; a meno che ancor più
grande non sia stata la santità della tua vita.
2. Non volerti gonfiare, dunque, per alcuna arte o scienza, che tu possegga,
ma piuttosto abbi timore del sapere che ti è dato. Anche se ti pare
di sapere molte cose; anche se hai buona intelligenza, ricordati che sono
molte di più le cose che non sai. Non voler apparire profondo (Rm 11,20;12,16);
manifesta piuttosto la tua ignoranza. Perché vuoi porti avanti ad altri,
mentre se ne trovano molti più dotti di te, e più esperti nei
testi sacri? Se vuoi imparare e conoscere qualcosa, in modo spiritualmente
utile, cerca di essere ignorato e di essere considerato un nulla. E' questo
l'insegnamento più profondo e più utile, conoscersi veramente
e disprezzarsi. Non tenere se stessi in alcun conto e avere sempre buona e
alta considerazione degli altri; in questo sta grande sapienza e perfezione.
3. Anche se tu vedessi un altro cadere manifestamente in peccato, o commettere
alcunché di grave, pur tuttavia non dovresti crederti migliore di lui;
infatti non sai per quanto tempo tu possa persistere nel bene. Tutti siamo
fragili; ma tu non devi ritenere nessuno più fragile di te.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Quanto si contiene in questo capo, che è come una dichiarazione ed
estensione del precedente, si riduce a quei detti dell'Apostolo San Paolo:
La scienza gonfia, la carità edifica. Se alcuno si pensa di sapere
qualche cosa, non sa tuttavia tutto quel che conviene sapere; ma se egli ama
Dio, è conosciuto ed amato da Dio. Se fossimo compresi di questi detti
divini, non avremmo tanto ardore per le scienze e per le arti, ed anteporremmo
loro lo studio della cognizione di noi stessi. Chi meglio conosce se stesso
è senza fallo più umile. E siccome l'umiltà è
il fondamento di tutte le virtù, noi innalzeremo tanto più alto
l'edificio spirituale della nostra santità, quanto più profonda
e solida sarà in noi l'umiltà.
Capitolo III
L'AMMAESTRAMENTO DELLA VERITA'
1. Felice colui che viene ammaestrato direttamente dalla verità, così
come essa è, e non per mezzo di immagini o di parole umane; ché
la nostra intelligenza e la nostra sensibilità spesso ci ingannano,
e sono di corta veduta. A chi giova un'ampia e sottile discussione intorno
a cose oscure e nascoste all'uomo; cose per le quali, anche se le avremo ignorate,
non saremo tenuti responsabili, nel giudizio finale? Grande nostra stoltezza:
trascurando ciò che ci è utile, anzi necessario, ci dedichiamo
a cose che attirano la nostra curiosità e possono essere causa della
nostra dannazione. "Abbiamo occhi e non vediamo" (Ger 5,21). Che
c'importa del problema dei generi e delle specie? Colui che ascolta la parola
eterna si libera dalle molteplici nostre discussioni. Da quella sola parola
discendono tutte le cose e tutte le cose proclamano quella sola parola; essa
è "il principio" che continuo a parlare agli uomini (Gv 8,25).
Nessuno capisce, nessuno giudica rettamente senza quella parola. Soltanto
chi sente tutte le cose come una cosa sola, e le porta verso l'unità
e le vede tutte nell'unità, può avere tranquillità interiore
e abitare in Dio nella pace. O Dio, tu che sei la verità stessa, fa'
che io sia una cosa sola con te, in un amore senza fine. Spesso mi stanco
di leggere molte cose, o di ascoltarle: quello che io voglio e desidero sta
tutto in te. Tacciano tutti i maestri, tacciano tutte le creature, dinanzi
a te: tu solo parlami.
2. Quanto più uno si sarà fatto interiormente saldo e semplice,
tanto più agevolmente capirà molte cose, e difficili, perché
dall'alto egli riceverà lume dell'intelletto. Uno spirito puro, saldo
e semplice non si perde anche se si adopera in molteplici faccende, perché
tutto egli fa a onore di Dio, sforzandosi di astenersi da ogni ricerca di
sé. Che cosa ti lega e ti danneggia di più dei tuoi desideri
non mortificati? L'uomo retto e devoto prepara prima, interiormente, le opere
esterne che deve compiere. Così non saranno queste ad indurlo a desideri
volti al male; ma sarà lui invece che piegherà le sue opere
alla scelta fatta dalla retta ragione. Nessuno sostiene una lotta più
dura di colui che cerca di vincere se stesso. Questo appunto dovrebbe essere
il nostro impegno: vincere noi stessi, farci ogni giorno superiori a noi stessi
e avanzare un poco nel bene.
3. In questa vita ogni nostra opera, per quanto buona, è commista a
qualche imperfezione; ogni nostro ragionamento, per quanto profondo, presenta
qualche oscurità. Perciò la constatazione della tua bassezza
costituisce una strada che conduce a Dio più sicuramente che una dotta
ricerca filosofica. Non già che sia una colpa lo studio, e meno ancora
la semplice conoscenza delle cose - la quale è, in se stessa, un ben
ed è voluta da Dio -; ma è sempre cosa migliore una buona conoscenza
di sé e una vita virtuosa. Infatti molti vanno spesso fuori della buona
strada e non danno frutto alcuno, o scarso frutto, di bene, proprio perché
si preoccupano più della loro scienza che della santità della
loro vita. Che se la gente mettesse tanta attenzione nell'estirpare i vizi
e nel coltivare le virtù, quanta ne mette nel sollevare sottili questioni
filosofiche non ci sarebbero tanti mali e tanti scandali tra la gente; e nei
conviventi non ci sarebbe tanta dissipazione. Per certo, quando sarà
giunto il giorno del giudizio, non ci verrà chiesto che cosa abbiamo
studiato, ma piuttosto che cosa abbiamo fatto; né ci verrà chiesto
se abbiamo saputo parlare bene, ma piuttosto se abbiamo saputo vivere devotamente.
Dimmi: dove si trovano ora tutti quei capiscuola e quei maestri, a te ben
noti mentre erano in vita, che brillavano per i loro studi? Le brillanti loro
posizioni sono ora tenute da altri; e non è detto che questi neppure
si ricordino di loro. Quando erano vivi sembravano essere un gran che; ma
ora di essi non si fa parola. Oh, quanto rapidamente passa la gloria di questo
mondo! E voglia il cielo che la loro vita sia stata all'altezza del loro sapere;
in questo caso non avrebbero studiato e insegnato invano. Quanti uomini si
preoccupano ben poco di servire Iddio, e si perdono a causa di un vano sapere
ricercato nel mondo. Essi scelgono per sé la via della grandezza, piuttosto
di quella dell'umiltà; perciò si disperde la loro mente (Rm
1,21). Grande è, in verità, colui che ha grande amore; colui
che si ritiene piccolo e non tiene in alcun conto anche gli onori più
alti. Prudente è, in verità, colui che considera sterco ogni
cosa terrena, al fine di guadagnarsi Cristo (Fil 3,8). Dotto, nel giusto senso
della parola, è, in verità, colui che fa la volontà di
Dio, buttando in un canto la propria volontà.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Studiare non tanto per intendere, quanto per praticare le verità che
si imparano; ascoltare il Verbo eterno, il quale parla più al cuore
che alla mente, sapere e fare quanto è necessario per la nostra salvezza:
ecco ciò che costituisce la vera coscienza del cristiano. Stimiamo
dunque di nessuna utilità le questioni e cognizioni speculative, le
quali aguzzano e rischiarano l'intelletto ma non muovono né migliorano
la volontà.
Capitolo IV
LA PONDERATEZZA NELL'AGIRE
Non dobbiamo credere a tutto ciò che sentiamo dire; non dobbiamo affidarci
a ogni nostro impulso. Al contrario, ogni cosa deve essere valutata alla stregua
del volere di Dio, con attenzione e con grandezza d'animo. Purtroppo, degli
altri spesso pensiamo e parliamo più facilmente male che bene: tale
è la nostra miseria. Quelli che vogliono essere perfetti non credono
scioccamente all'ultimo che parla, giacché conoscono la debolezza umana,
portata alla malevolenza e troppo facile a blaterare. Grande saggezza, non
essere precipitosi nell'agire e, d'altra parte, non restare ostinatamente
alle nostre prime impressioni. Grande saggezza, perciò, non andare
dietro a ogni discorso della gente e non spargere subito all'orecchio di altri
quanto abbiamo udito e creduto. Devi preferire di farti guidare da uno migliore
di te, piuttosto che andare dietro alle tue fantasticherie; prima di agire,
devi consigliarti con persona saggia e di retta coscienza. Giacché
è la vita virtuosa che rende l'uomo l'uomo saggio della saggezza di
Dio, e buon giudice in molti problemi. Quanto più uno sarà inutilmente
umile e soggetto a Dio, tanto più sarà saggio, e pacato in ogni
cosa.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Non v'ha cosa più imprudente né più opposta alla carità,
né più funesta alla nostra salute, quanto i rapporti veri o
falsi che facciamo di questo a quello. Poiché in tal modo s'alterano
e s'inaspriscono gli animi, si fomentano le inimicizie e gli odi, e colui
che ne è stato la causa, non otterrà mai da Dio il perdono,
se non è risoluto di riparare ai pregiudizi da lui ingenerati, e riconciliare
le persone disgustate o inimicate, il che è difficilissimo ad eseguirsi.
Ti è permesso, è vero, di esser pronto nell'ascoltare, ma a
condizione che sii lento nel parlare: onde se hai udito qualche parola contro
al tuo prossimo fanne silenzio con lui e con tutti.
Capitolo V
LA LETTURA DEI LIBRI DI DEVOZIONE
Nei libri di devozione si deve ricercare la verità, non la bellezza della forma. Essi vanno letti nello spirito con cui furono scritti; in essi va ricercata l'utilità spirituale, piuttosto che l'eleganza della parola. Perciò dobbiamo leggere anche opere semplici, ma devote, con lo stesso desiderio con cui leggiamo opere dotte e profonde. Non lasciarti colpire dal nome dello scrittore, di minore o maggiore risonanza; quel che ci deve indurre alla lettura deve essere il puro amore della verità. Non cercar di sapere chi ha detto una cosa, ma bada a ciò che è stato detto. Infatti gli uomini passano, "invece la verità del Signore resta per sempre" (Sal 116,2); e Dio ci parla in varie maniere, "senza tener conto delle persone" (1Pt 1,17). Spesso, quando leggiamo le Scritture, ci è di ostacolo la nostra smania di indagare, perché vogliamo approfondire e discutere là dove non ci sarebbe che da andare avanti in semplicità di spirito. Se vuoi trarre profitto, leggi con animo umile e semplice, con fede. E non aspirare mai alla fama di studioso. Ama interrogare e ascoltare in silenzio la parola dei santi. E non essere indifferente alle parole dei superiori: esse non vengono pronunciate senza ragione.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Quanto si trova scritto nei libri canonici, tutto è stato scritto a
nostro ammaestramento, affinché per la pazienza e consolazione che
ci danno le Sacre Scritture, noi teniamo forte la speranza. In verità,
ogni scrittura ispirata da Dio è adatta ad insegnare, riprendere, correggere
ed erudire nei doveri della giustizia, affinché l'uomo sia perfetto
e disposto a qualunque opera buona.
Fondato il nostro autore su queste parole dell'Apostolo S. Paolo, saggiamente
ci avvisa che, se si cerca unicamente nelle divine Scritture, ed a proporzione
negli altri libri di pietà, l'istruzione e l'edificazione, si troveranno
dappertutto. Inoltre se Dio stesso ci parla in questi libri, non deve importarci
di chi si è servito per scriverli. Così, se li dettò
lo spirito suo, si devono leggere secondo il medesimo spirito; cioè
con umiltà e semplicità, con fede e sommissione. Infine ci avvisa
che nelle difficoltà giova il chiedere consiglio agli anziani, ai dotti
ed ai santi. E soprattutto che non dobbiamo lasciarci spingere dalla curiosità
nella lettura dei libri sacri, ma solo dal desiderio d'illuminare le nostre
menti e d'infiammare nostri cuori.
Capitolo VI
GLI SREGOLATI MOTI DELL'ANIMA
Ogni qual volta si desidera una cosa contro il volere di
Dio, subito si diventa interiormente inquieti. Il superbo e l'avaro non hanno
mai requie; invece il povero e l'umile di cuore godono della pienezza della
pace. Colui che non è perfettamente morto a se stesso cade facilmente
in tentazione ed è vinto in cose da nulla e disprezzabili. Colui che
è debole nello spirito ed è, in qualche modo, ancora volto alla
carne e ai sensi, difficilmente si può distogliere del tutto dalle
brame terrene; e, quando pur riesce a sottrarsi a queste brame, ne riceve
tristezza. Che se poi qualcuno gli pone ostacolo, facilmente si sdegna; se,
infine, raggiunge quel che bramava, immediatamente sente in coscienza il peso
della colpa, perché ha assecondato la sua passione, la quale non giova
alla pace che cercava. Giacché la vera pace del cuore la si trova resistendo
alle passioni, non soggiacendo ad esse. Non già nel cuore di colui
che è attaccato alla carne, non già nell'uomo volto alle cose
esteriori sta la pace; ma nel cuore di colui che è pieno di fervore
spirituale.
RIFLESSIONI E PRATICHE
La pace del cuore, dopo la grazia di Dio, è il più grande di
tutti i beni, e non dobbiamo lasciar mezzo intentato per trovarla e conservarla.
Ma non possiamo trovarla né conservarla se non col far resistenza alle
nostre passioni, ai nostri sregolati appetiti; poiché quanto più
noi vogliamo contentarli, tanto meno saremo contenti; quanto più si
fa loro contrasto, tanto meno ci daranno pena; quanto più usciremo
vittoriosi dai combattimenti, tanto meno avremo difficoltà a conservare
e possedere la pace.
Capitolo VII
GUARDARSI DALLE VANE SPERANZE E FUGGIRE LA SUPERBIA
Chi mette la sua fiducia negli uomini e nelle altre creature è un insensato. Chi mette la sua fiducia negli uomini e nelle altre creature è un insensato. Non ti rincresca di star sottoposto ad altri, per amore di Gesù Cristo, e di sembrare un poveretto, in questo mondo. Non appoggiarti alle tue forze, ma salda la tua speranza in Dio: se farai tutto quanto sta in te, Iddio aderirà al tuo buon volere. Non confidare nel sapere tuo o nella capacità di un uomo purchessia, ma piuttosto nella grazia di Dio, che sostiene gli umili e atterra i presuntuosi. Non vantarti delle ricchezze, se ne hai, e neppure delle potenti amicizie; il tuo vanto sia in Dio, che concede ogni cosa, ed ama dare se stesso, sopra ogni cosa. Non gonfiarti per la prestanza e la bellezza del tuo corpo; alla minima malattia esse si guastano e si deturpano. Non compiacerti di te stesso, a causa della tua abilità e della tua intelligenza, affinché tu non spiaccia a Dio, a cui appartiene tutto ciò che di buono hai sortito dalla natura. Non crederti migliore di altri, affinché, per avventura, tu non sia ritenuto peggiore dinanzi a Dio, che ben conosce quello che c'è in ogni uomo (cfr. Gv 2,25). Non insuperbire per le tue opere buone, perché il giudizio degli uomini è diverso da quello di Dio, cui spesso non piace ciò che piace agli uomini. Anche se hai qualcosa di buono, pensa che altri abbia di meglio, cosicché tu mantenga l'umiltà. Nulla di male se ti metti al di sotto di tutti gli altri; molto male è invece se tu ti metti al di sopra di una sola persona. Nell'umile è pace indefettibile; nel cuore del superbo sono, invece, continua smania e inquietudine.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Non abbiamo alcun motivo d'invanirci, perché in noi è molto
più il male che il bene. Perché qualunque bene possiamo avere
o nell'ordine della natura o in quello della grazia, ci viene dal Signore,
cui se ne deve tutta la gloria. Perché in un momento può perdersi
un gran bene; e perché ciò che ci sembra bene, è non
di rado un vero male agli occhi di Dio, poiché nessuno ha del suo se
non il peccato! Così nulla dobbiamo prometterci o da noi o dagli uomini,
ma tutto sperare ed attendere da Dio: quantunque per questo non siamo meno
obbligati di usare ogni sforzo, mediante l'aiuto della sua grazia, per meritare
la vita eterna.
Capitolo VIII
EVITARE L'ECCESSIVA FAMILIARITA'
"Non aprire il tuo cuore al primo che capita" (Sir 8,22); i tuoi problemi, trattali invece con chi ha saggezza e timore di Dio. Cerca di stare raramente con persone sprovvedute e sconosciute; non metterti con i ricchi per adularli; non farti vedere volentieri con i grandi. Stai, invece, accanto alle persone umili e semplici, devote e di buoni costumi; e con esse tratta di cose che giovino alla tua santificazione. Non avere familiarità con alcuna donna, ma raccomanda a Dio tutte le donne degne. Cerca di essere tutto unito soltanto a Dio e ai suoi angeli, evitando ogni curiosità riguardo agli uomini. Mentre si deve avere amore per tutti, la familiarità non è affatto necessaria. Capita talvolta che una persona che non conosciamo brilli per fama eccellente; e che poi, quando essa ci sta dinanzi, ci dia noia solo al vederla. D'altra parte, talvolta speriamo di piacere a qualcuno, stando con lui, e invece cominciamo allora a non piacergli, perché egli vede in noi alcunché di riprovevole.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Se vuoi trovare il paradiso su questa terra, tratta con persone dabbene e
di cose di edificazione, affinché tu, mosso e confortato dal loro esempio,
non abbi altra amicizia se non con Dio e cogli Angeli suoi. Felice quel cristiano
che, unito di cuore a Gesù Cristo, attende solo ai suoi doveri ed a
salvarsi, e che, vivendo in Dio e per Dio, comincia a praticare nel tempo
ciò che sarà tutta la sua occupazione nei secoli eterni!
Capitolo IX
OBBEDIENZA E SOTTOMISSIONE
1. Stare sottomessi, vivere soggetti a un superiore e non
disporre di sé è cosa grande e valida. E' molto più sicura
la condizione di sudditanza, che quella di comando. Ci sono molti che stanno
sottomessi per forza, più che per amore: da ciò traggono sofferenza,
e facilmente se ne lamentano; essi non giungono a libertà di spirito,
se la loro sottomissione non viene dal profondo del cuore e non ha radice
in Dio. Corri pure di qua e di là; non troverai pace che nell'umile
sottomissione sotto la guida di un superiore. Andar sognando luoghi diversi,
e passare dall'uno all'altro, è stato per molti un inganno.
2. Certamente ciascuno preferisce agire a suo talento, ed è maggiormente
portato verso chi gli dà ragione. Ma, se Dio è dentro di noi,
dobbiamo pur talvolta lasciar perdere i nostri desideri, per amore della pace.
C'è persona così sapiente che possa conoscere pienamente ogni
cosa? Perciò non devi avere troppa fiducia nelle tue impressioni; devi
ascoltare volentieri anche il parere degli altri. Anche se la tua idea era
giusta, ma la abbandoni per amore di Dio seguendo quella di altri, da ciò
trarrai molto profitto. Stare ad ascoltare ed accettare un consiglio - come
spesso ho sentito dire - è cosa più sicura che dare consigli.
Può anche accadere che l'idea di uno sia buona; ma è sempre
segno di superbia e di pertinacia non volersi arrendere agli altri, quando
la ragionevolezza o l'evidenza lo esigano.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Felice colui che dipende interamente da Dio nella persona dei suoi superiori,
i quali ne fanno le veci! Poiché è di gran merito la pratica
costante dell'ubbidienza come esercizio di perfetta abnegazione di se stesso,
di rinunzia alla propria volontà e del più perfetto amore di
Dio. L'ubbidienza è quella virtù che costituisce l'eccellenza,
la felicità ed il merito della vita cristiana e religiosa, e che rende
Iddio assoluto padrone e proprietario delle anime nostre. Ma per questo è
necessario che la mente, il cuore e le azioni cospirino a farci praticare
l'ubbidienza, la mente approvandola, amandola il cuore, e le azioni esercitandola
prontamente, generosamente e costantemente.
Capitolo X
ASTENERSI DAI DISCORSI INUTILI
1. Per quanto possibile, stai lontano dall'agitarsi che
fa la gente. Infatti, anche se vi si attende con purezza di intenzione, l'occuparsi
delle faccende del mondo è un grosso impaccio, perché ben presto
si viene inquinati dalle vanità, e fatti schiavi. Più di una
volta vorrei essere stato zitto, e non essere andato in mezzo alla gente.
2. Ma perché andiamo parlando e chiacchierando così volentieri
con altri, anche se poi è raro che, quando torniamo a star zitti, non
abbiamo qualche guasto alla coscienza? Parliamo così volentieri perché,
con queste chiacchiere, cerchiamo di consolarci a vicenda, e speriamo di sollevare
il nostro animo oppresso dai vari pensieri. Inoltre molto ci diletta discorrere
e fantasticare delle cose che amiamo assai e che desideriamo, o di ciò
che sembra contrastarci. Ma spesso purtroppo tutto questo è vano e
inutile; giacché una simile consolazione esteriore va molto a scapito
di quella interiore e divina.
3. Non dobbiamo passare il nostro tempo in ozio, ma in vigilie e in orazioni;
e, se possiamo o dobbiamo parlare, dire cose edificanti. Infatti, mentre il
malvezzo e la trascuratezza del nostro progresso spirituale ci induce facilmente
a tenere incustodita la nostra lingua, giova assai al nostro profitto interiore
una devota conversione intorno alle cose dello spirito; tanto più quando
ci si unisca, nel nome di Dio, a persone animate da pari spiritualità.
RIFLESSIONI E PRATICHE
E' sì raro e difficile il parlare senza offendere Dio o il prossimo,
che tutti i maestri di spirito niuna cosa, più ci raccomandano quanto
l'osservare il silenzio. Difatti, su che cosa si raggirano le conversazioni
del secolo? Sopra Dio, i suoi misteri e la sua religione: ed oh! con quanta
indecenza e libertà se ne parla! Sopra il prossimo che si deride con
beffe e motteggi, o si lacera con calunnie e maldicenze. Sopra quel che avviene
giornalmente, nel mondo, di cui si approvano e commettono le vanità,
gli spettacoli, i piaceri e persino i puntigli e le vendette. E tali conversazioni
saranno forse opportune a conservarci lo spirito di pietà e di religione,
di carità fraterna e di umiltà e modestia? Sarà possibile
di uscirne sì puri come vi entriamo? Evitiamole dunque per quanto si
può, e, ove la necessità o la carità o la convenienza
ci obblighi a trattenerci in esse, vi si parli sol di cose le quali siano
di edificazione od almeno indifferenti.
Capitolo XI
LA CONQUISTA DELLA PACE INTERIORE E L'AMORE DEL PROGRESSO SPIRITUALE
1. Se non ci volessimo impicciare di quello che dicono o
di quello che fanno gli altri, e di cose che non ci riguardano, potremmo avere
una grande pace interiore. Come, infatti, è possibile che uno mantenga
a lungo l'animo tranquillo se si intromette nelle faccende altrui, se va a
cercare all'esterno i suoi motivi di interesse, se raramente e superficialmente
si raccoglie in se stesso? Beati i semplici, giacché avranno grande
pace. Perché mai alcuni santi furono così perfetti e pieni di
spirito contemplativo? Perché si sforzarono di spegnere completamente
in sé ogni desiderio terreno, cosicché - liberati e staccati
da se stessi - potessero stare totalmente uniti a Dio, con tutto il cuore.
Noi, invece, siamo troppo presi dai nostri sfrenati desideri, e troppo preoccupati
delle cose di quaggiù; di rado riusciamo a vincere un nostro difetto,
anche uno soltanto, e non siamo ardenti nel tendere al nostro continuo miglioramento.
E così restiamo inerti e tiepidi. Se fossimo, invece, totalmente morti
a noi stessi e avessimo una perfetta semplicità interiore, potremmo
perfino avere conoscenza delle cose di Dio, e fare esperienza, in qualche
misura, della contemplazione celeste. Il vero e più grande ostacolo
consiste in ciò, che non siamo liberi dalle passioni e dalle brame,
e che non ci sforziamo di entrare nella via della perfezione, che fu la via
dei santi: anzi, appena incontriamo una difficoltà, anche di poco conto,
ci lasciamo troppo presto abbattere e ci volgiamo a consolazioni terrene.
2. Se facessimo di tutto, da uomini forti, per non abbandonare la battaglia,
tosto vedremmo venire a noi dal cielo l'aiuto del Signore. Il quale prontamente
sostiene coloro che combattono fiduciosi nella sua grazia; anzi, ci procura
occasioni di lotta proprio perché ne usciamo vittoriosi. Che se facciamo
consistere il progresso spirituale soltanto in certe pratiche esteriori, tosto
la nostra religione sarà morta. Via, mettiamo la scure alla radice,
cosicché, liberati dalle passioni, raggiungiamo la pace dello spirito.
Se ci strappassimo via un solo vizio all'anno diventeremmo presto perfetti.
Invece spesso ci accorgiamo del contrario; troviamo cioè che quando
abbiamo indirizzata la nostra vita a Dio eravamo più buoni e più
puri di ora, dopo molti anni di vita religiosa. Il fervore e l'avanzamento
spirituale dovrebbe crescere di giorno in giorno; invece già sembra
gran cosa se uno riesce a tener viva una particella del fervore iniziale.
3. Se facessimo un poco di violenza a noi stessi sul principio, potremmo poi
fare ogni cosa facilmente e gioiosamente. Certo è difficile lasciare
ciò a cui si è abituati; ancor più difficile è
camminare in senso contrario al proprio desiderio. Ma se non riesci a vincere
nelle cose piccole e da poco, come supererai quelle più gravi? Resisti
fin dall'inizio alla tua inclinazione; distaccati dall'abitudine, affinché
questa non ti porti, a poco a poco, in una situazione più ardua. Se
tu comprendessi quanta pace daresti a te stesso e quanta gioia procureresti
agli altri, e vivendo una vita dedita al bene, sono certo che saresti più
sollecito nel tendere al tuo profitto spirituale.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Tutti i mezzi per procurarci la vera pace del cuore, ossia la tranquillità
di coscienza, si riducono alla mortificazione della propria volontà
ed alla lotta sul difetto predominante. Non mortificherai mai la tua volontà
nelle cose grandi se sarai indulgente nelle cose piccole; né ti lusingare
di vincere le abitudini cattive se pretenderai combatterle tutte insieme,
e non ad una ad una, con costanza finché non le abbia interamente soggiogate.
Capitolo XII
I VANTAGGI DELLE AVVERSITA'
1. E' bene per noi che incontriamo talvolta difficoltà
e contrarietà; queste, infatti, richiamano l'uomo a se stesso, nel
profondo, fino a che comprenda che quaggiù egli è in esilio
e che la sua speranza non va riposta in alcuna cosa di questo mondo. E' bene
che talvolta soffriamo contraddizione e che la gente ci giudichi male e ingiustamente,
anche se le nostre azioni e le nostre intenzioni sono buone. Tutto ciò
suol favorire l'umiltà, e ci preserva dalla vanagloria. Invero, proprio
quando la gente attorno a noi ci offende e ci scredita, noi aneliamo con maggior
forza al testimone interiore, Iddio.
2. Dovremmo piantare noi stessi così saldamente in Dio, da non avere
necessità alcuna di andar cercando tanti conforti umani. Quando un
uomo di buona volontà soffre tribolazioni e tentazioni, o è
afflitto da pensieri malvagi, allora egli sente di aver maggior bisogno di
Dio, e di non poter fare nulla di bene senza di lui. E si rattrista e piange
e prega, per il male che soffre; gli viene a noia che la vita continui; e
spera che sopraggiunga la morte (2 Cor 1,8), così da poter scomparire
e dimorare in Cristo (Fil 1,23). Allora egli capisce che nel mondo non può
esserci completa serenità e piena pace.
RIFLESSIONI E PRATICHE
E' utilissimo all'uomo il rientrare in se stesso, il credersi quaggiù
come esule e pellegrino, il non riporre le sue speranze nelle creature, lo
stare in guardia contro 1'orgoglio, il divenire veramente umile. Tanti e così
grandi vantaggi apportano le afflizioni e contrarietà. Ma a chi? A
quelli che hanno un cuore retto e non cercano le consolazioni umane. A quelli
che pieni di umiltà, si riconoscono bisognosi del divino soccorso,
senza cui non possono far nulla. A quelli che nel tempo delle tentazioni si
affliggono, gemono, e pregano per esserne liberati. A quelli infine che sospirano
di vedersi sciolti dai legami del corpo mortale, per riunirsi più presto
con Gesù Cristo.
Capitolo XIII
RESISTERE ALLE TENTAZIONI
1. Finché saremo al mondo, non potremo essere senza
tribolazioni e tentazioni; infatti sta scritto nel libro di Giobbe che la
vita dell'uomo sulla terra (Gb 7,1) è tutta una tentazione. Ognuno
dovrebbe, dunque, stare attento alle tentazioni e vigilare in preghiera (1Pt
4,7), affinché il diavolo non trovi il punto dove possa esercitare
il suo inganno; il diavolo, che mai non posa, ma va attorno cercando chi possa
divorare (1Pt 5,8). Nessuno è così avanzato nella perfezione
e così santo da non aver talvolta delle tentazioni. Andare esenti del
tutto da esse non possiamo. Tuttavia, per quanto siano moleste e gravose,
le tentazioni spesso sono assai utili; perché, a causa delle tentazioni,
l'uomo viene umiliato, purificato e istruito. I santi passarono tutti per
molte tribolazioni e tentazioni, e progredirono; invece coloro che non seppero
sostenere le tentazioni si pervertirono e tradirono. Non esiste una istituzione
così perfetta, o un luogo così nascosto, dove non si trovano
tentazioni e avversità. L'uomo non è mai del tutto esente dalla
tentazione, fin che vive. Ciò per cui siamo tentati è dentro
di noi, poiché siamo nati nella concupiscenza. Se vien meno una tentazione
o tribolazione, un'altra ne sopraggiunge e c'è sempre qualcosa da sopportare,
perché abbiamo perduto il bene della nostra felicità. Molti,
di fronte alle tentazioni, cercano di fuggire, ma cadono poi in esse anche
più gravemente. Non possiamo vincere semplicemente con la fuga; ma
è con la sopportazione e con la vera umiltà che saremo più
forti di ogni nemico. Ben poco progredirà colui che si allontana un
pochino e superficialmente dalle tentazioni, senza sradicarle: tosto ritorneranno
ed egli sarà ancor peggio. Vincerai più facilmente, a poco a
poco, con una generosa pazienza e con l'aiuto di Dio; più facilmente
che insistendo cocciutamente nel tuo sforzo personale. Accogli frequentemente
il consiglio di altri, quando sei nella tentazione; e non essere aspro con
colui che è tentato, ma dagli conforto, come desidereresti fosse fatto
a te.
2. Causa prima di ogni perversa tentazione è la mancanza di stabilità
spirituale e la scarsezza di fiducia in Dio; giacché, come una nave
senza timone viene spinta qua e là dalle onde, così l'uomo infiacchito,
che abbandona i suoi propositi, viene in vario modo tentato. Come il fuoco
serve a saggiare il ferro (Sir 31,26), così la tentazione serve a saggiare
la santità di una persona (Sir 27,6). Quali possibilità ciascuno
abbia in potenza, spesso non lo sappiamo; ma la tentazione dispiega palesemente
ciò che siamo. Tuttavia bisogna vigilare, particolarmente intorno all'inizio
della tentazione; poiché il nemico si vince più facilmente se
non gli si permette per nulla di varcare le porte della nostra mente; e se
gli si sbarra la strada al di là della soglia, non appena abbia bussato.
Di qui il detto: "resisti agli inizi; è troppo tardi quando si
prepara la medicina" (Ovidio, Remedia amoris, II,91). Infatti, dapprima
viene alla mente un semplice pensiero, di poi una forte immaginazione, infine
un compiacimento, un impulso cattivo e un'acquiescenza. E così, piano
piano, il nemico malvagio penetra del tutto, proprio perché non gli
si è resistito all'inizio. E quanto più a lungo uno ha tardato
torpidamente a resistere, tanto più si è, via via, interiormente
indebolito, mentre il nemico è andato crescendo di forze contro di
lui.
3. Alcuni sentono le maggiori tentazioni al principio della loro conversione
a Dio; altri invece alla fine. Alcuni sono fortemente turbati pressoché
per tutta la vita; altri sentono tentazioni piuttosto lievi: secondo quanto
dispongono la sapienza e la giustizia di Dio, le quali pesano la condizione
e i meriti di ciascuno e preordinano ogni cosa alla salvezza degli eletti.
Perciò non dobbiamo lasciarci cogliere dalla disperazione, quando siamo
tentati. Dobbiamo invece, pregare Iddio ancor più fervorosamente, affinché
si degni di aiutarci in ogni tentazione; Lui che, in verità, secondo
quanto dice Paolo (1Cor 10,13), farà in modo che la tentazione sia
accompagnata dai mezzi per poterla sopportare. Abbassiamo, dunque, in umiltà,
l'anima nostra sotto la mano di Dio, quando siamo tentati e tribolati, giacché
il Signore salverà gli umili di spirito e li innalzerà (1Pt
5,6; Sal 33,19). Quanto uno abbia progredito si dimostra nella tentazione
e nella tribolazione; qui sta il suo maggior merito; qui appare più
chiaramente la sua virtù. Non è gran cosa esser devoti e fervorosi
quando non si hanno difficoltà; sapere invece sopportare se stessi
nel momento dell'avversità dà a sperare in un grande avanzamento
spirituale. Avviene che alcuni sono al riparo da grandi tentazioni, ma sono
spesso sconfitti nelle piccole tentazioni di ogni giorno; e così, umiliati
per essere caduti in cose tanto da poco, non ripongono più fiducia
in se stessi, nelle cose più grandi.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Avendo dentro di noi la concupiscenza, ed al di fuori il mondo ed il demonio
che sempre c'insidiano, le tentazioni . sono inevitabili ed altrettanto pericolose
e capaci di perderci, se loro crediamo. D'altra parte sono utili e di sommo
vantaggio, se combattendo e resistendo, abbiamo la fortuna di riuscirne vittoriosi.
Questo si otterrà vigilando e pregando per ottenere le grazie necessarie
per umiliarsi continuamente sotto la potente mano di Dio. Si otterrà
inoltre confidando in Lui e diffidando di noi; schivando i pericoli ed opponendo
gagliarda resistenza ad ogni lieve suggestione e soprattutto mortificando
le nostre passioni. A questo tendono le salutari lezioni di sopra riferite.
Capitolo XIV
EVITARE I GIUDIZI TEMERARI
1. Rivolgi gli occhi a te stesso e stai attento a non giudicare
quel che fanno gli altri. In tale giudizio si lavora senza frutto; frequentemente
ci si sbaglia e facilmente si cade in peccato. Invece, nel giudizio e nel
vaglio di se stessi, si opera sempre fruttuosamente. Spesso giudichiamo secondo
un nostro preconcetto; e così, per un nostro atteggiamento personale,
perdiamo il criterio della verità. Se il nostro desiderio fosse diretto
soltanto a Dio, non ci lasceremmo turbare così facilmente dalla resistenza
opposta dal nostro senso umano. Di più, spesso, c'è qualcosa,
già nascosto, latente in noi, o sopravveniente dall'esterno, che ci
tira di qua o di là. Molti, in tutto ciò che fanno, cercano
se stessi, senza neppure accorgersene. Sembrano essere in perfetta pace quando
le cose vanno secondo i loro desideri e i loro gusti; se, invece, vanno diversamente,
subito si agitano e si rattristano.
2. Avviene di frequente che nascono divergenze tra amici e concittadini, persino
tra persone pie e devote, per diversità nel modo di sentire e di pensare.
Giacché è difficile liberarsi da vecchi posizioni abituali,
e nessuno si lascia tirare facilmente fuori dal proprio modo di vedere. Così,
se ti baserai sui tuoi ragionamenti e sulla tua esperienza, più che
sulla forza propria di Gesù Cristo, raramente e stentatamente riuscirai
ad essere un uomo illuminato; Dio vuole, infatti, che noi ci sottomettiamo
perfettamente a lui, e che trascendiamo ogni nostro ragionamento grazie ad
un fiammeggiante amore.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Attendiamo unicamente a quello che a noi spetta: prepariamoci al conto che
un giorno il Signore ci chiederà di tutta la nostra vita: giudichiamoci
rigorosamente da noi stessi, per prevenirci e renderci favorevoli il giudizio
di Dio; e guardiamoci bene- dal giudicare gli altri. Questo giudizio appartiene
solo al Signore: noi non abbiamo occhi per penetrare nell'altrui interno:
facendolo ci poniamo in rischio di giudicare falsamente o temerariamente del
nostro prossimo, usurpiamo i diritti della maestà divina, siamo così
disubbidienti al comando espresso di Dio e ci tiriamo addosso un giudizio
più rigoroso.
Capitolo XV
LE OPERE FATTE PER AMORE
1. Non si deve fare alcun male, per nessuna cosa al mondo
né per compiacenza verso chicchessia; talora, invece, per giovare a
uno che ne ha bisogno, si deve senza esitazione lasciare una cosa buona che
si sta facendo, o sostituirla con una ancora più buona: in tal modo
non si distrugge l'opera buona, ma soltanto la si trasforma in meglio.
2. A nulla giova un'azione esterna compiuta senza amore; invece, qualunque
cosa, per quanto piccola e disprezzata essa sia, se fatta con amore, diventa
tutta piena di frutti. In verità Iddio non tiene conto dell'azione
umana in sé e per sé, ma dei moventi di ciascuno. Opera grandemente
colui che agisce con rettitudine; opera lodevolmente colui che si pone al
servizio della comunità, più che del suo capriccio. Accade spesso
che ci sembri amore ciò che è piuttosto attaccamento carnale;
giacché è raro che, sotto le nostre azioni, non ci siano l'inclinazione
naturale, il nostro gusto, la speranza di una ricompensa, il desiderio del
nostro comodo. Chi ha un amore vero e perfetto non cerca se stesso, in alcuna
sua azione, ma desidera solamente che in ogni cosa si realizzi la gloria di
Dio. Di nessuno è invidioso colui che non tende al proprio godimento,
né vuole personali soddisfazioni, desiderando, al di là di ogni
bene, di avere beatitudine in Dio. Costui non attribuisce alcunché
di buono a nessuno, ma riporta il bene totalmente a Dio; dal quale ogni cosa
procede, come dalla sua fonte e, nel quale, alla fine, tutti i santi godono
pace. Oh, chi avesse anche una sola scintilla di vera carità, per certo
capirebbe che tutto ciò che è di questa terra è pieno
di vanità.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Il fine dei comandamenti, come dice S. Paolo, è la carità che
nasce dal cuore puro, dalla buona coscienza e dalla fede sincera; e questa
appunto viene chiamata dal nostro autore la vera carità. Per ciò
l'oggetto della, legge è di condurre gli uomini a sì eccelsa
virtù. Ed il Maestro divino allorquando discese dal cielo in terra,
ridusse tutti i comandamenti al solo precetto d'amare Dio sopra ogni cosa
ed il prossimo come se stessi. Quindi lo stesso Apostolo ci ingiunge di fare
tutto per un principio di carità perché questa virtù
dà il valore ed il merito a tutte le azioni e senza di essa diviene
inutile per l'eterna salute quanto noi possiamo fare di bene.
Capitolo XVI
SOPPORTARE I DIFETTI DEGLI ALTRI
1. Quei difetti, nostro od altrui, che non riusciamo a correggere,
li dobbiamo sopportare con pazienza, fino a che Dio non disponga altrimenti.
Rifletti che, per avventura, questa sopportazione è la cosa più
utile per te, come prova di quella pazienza, senza della quale ben poco contano
i nostri meriti. Tuttavia, di fronte a tali difficoltà, devi chiedere
insistentemente che Dio si degni di venirti in aiuto e che tu riesca a sopportarle
lietamente. Se uno, ammonito una volta e un'altra ancora, non si acquieta,
cessa di litigare con lui; rimetti invece ogni cosa in Dio, affinché
in tutti noi, suoi servi, si faccia la volontà e la gloria di Lui,
che ben sa trasformare il male in bene. Sforzati di essere paziente nel tollerare
i difetti e le debolezze altrui, qualunque essi siano, giacché anche
tu presenti molte cose che altri debbono sopportare.
2. Se non riesci a trasformare te stesso secondo quella che pure è
la tua volontà, come potrai pretendere che gli altri si conformino
al tuo desiderio? Vogliamo che gli altri siano perfetti; mentre noi non correggiamo
le nostre manchevolezze. Vogliamo che gli altri si correggano rigorosamente;
mentre noi non sappiamo correggere noi stessi. Ci disturba una ampia libertà
degli altri; mentre non sappiamo negare a noi stessi ciò che desideriamo.
Vogliamo che gli altri siano stretti entro certe regole; mentre noi non ammettiamo
di essere un po' più frenati. In tal modo, dunque, è chiaro
che raramente misuriamo il prossimo come noi stessi. Se fossimo tutti perfetti,
che cosa avremmo da patire dagli altri, per amore di Dio? Ora, Dio così
dispone, affinché apprendessimo a portare l'uno i pesi dell'altro (Gal
6,2). Infatti non c'è alcuno che non presenti difetti o molestie; non
c'è alcuno che basti a se stesso e che, di per sé, sia sufficientemente
saggio. Occorre, dunque, che ci sopportiamo a vicenda, che a vicenda ci consoliamo,
che egualmente ci aiutiamo e ci ammoniamo. Quanta virtù ciascuno di
noi abbia, ciò appare al momento delle avversità: non sono le
occasioni che fanno fragile l'uomo, ma esse mostrano quale esso è.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Tutte le ragioni ci obbligano a sopportare i difetti altrui. Ragioni di prudenza:
è più facile il sopportarli del correggerli, ed è meno
difficile il tollerarli, ove coll'esercizio della pazienza ci si rendano più
leggeri e tollerabili. Ragioni di giustizia e di equità: avendo noi
tanti difetti, per cui diventiamo molesti al nostro prossimo, è giusto
che soffriamo i suoi con quella mansuetudine e dolcezza, onde desideriamo
ch'ei soffra i nostri. Ragioni di compassione: la pena che ci arrecano le
nostre debolezze e mancanze, deve renderci compassionevoli a quella che provano
i nostri fratelli nel vedersi così deboli ed imperfetti. Per ultimo
ragioni di interesse: dobbiamo diportarci cogli altri, come desideriamo che
si faccia con noi; conseguentemente tollerare e scusare gli altri, al fine
d'essere noi tollerati e scusati.
Capitolo XVII
LA VITA NEI MONASTERI
1. Se vuoi mantenere pace e concordia con gli altri, devi imparare a vincere
decisamente te stesso in molte cose. Non è cosa facile stare in un
monastero o in un gruppo, e viverci senza lamento alcuno, mantenendosi fedele
sino alla morte. Beato colui che vi avrà vissuto santamente e vi avrà
felicemente compiuta la vita. Se vuoi stare saldo al tuo dovere e avanzare
nel bene, devi considerarti esule pellegrino su questa terra. Per condurre
una vita di pietà, devi farti stolto per amore di Cristo.
2. Poco contano l'abito e la tonsura; sono la trasformazione della vita e
la completa mortificazione delle passioni, che fanno il monaco. Chi tende
ad altro che non sia soltanto Dio e la salute dell'anima, non troverà
che tribolazione e dolore. Ancora, non avrà pace duratura chi non si
sforza di essere il più piccolo, sottoposto a tutti. Qui tu sei venuto
per servire, non comandare. Ricordati che sei stato chiamato a sopportare
e a faticare, non a passare il tempo in ozio e in chiacchiere. Qui si provano
gli uomini, come si prova l'oro nel fuoco (cfr. Sir 27,6). Qui nessuno potrà
durevolmente stare, se non si sarà fatto umile dal profondo del cuore,
per amore di Dio.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Si confronti quei che Gesù Cristo ed i suoi Apostoli hanno raccomandato
ai fedeli, con quel che abbiamo dinanzi letto; e si riscontreranno i medesimi
consigli e precetti; in modo che ogni cristiano deve essere almeno nell'interiore
come il religioso è per la sua professione. Coll'esercizio della pazienza
(è detto generalmente a tutti i fedeli), possederete le anime vostre.
Chiunque. non rinunzia a quanto ha sulla terra, non può essere mio
discepolo: chiunque vorrà diventare il più grande, si faccia
vostro ministro: e chiunque vorrà essere primo tra voi- si faccia servo
di tutti. Se non vi cambierete col divenire come fanciulli, non entrerete
nel regno dei cieli. Vivete, per quanto vi è possibile, in pace, con
ogni sorta di persone, portate i pesi l'un dell'altro. Vi esorto, miei carissimi,
ad astenervi come stranieri e pellegrini in questo mondo dai desideri carnali
che militano contro l'anima. Siate dunque soggetti per amor di Dio a tutti
gli uomini, ecc. Riassumendo in poche parole: la vita di tutti i cristiani,
come quella dei monaci più austeri, deve essere paziente, povera, laboriosa,
mortificata, umile, caritatevole, ed irreprensibile.
Capitolo XVIII
GLI ESEMPI DEI GRANDI PADRI SANTI
1. Guarda ai luminosi esempi dei grandi santi padri, nei quali rifulse una
pietà veramente perfetta e vedrai come sia ben poco, e quasi nulla,
quello che facciamo noi. Ahimé!, che cosa è la nostra vita,
paragonata alla vita di quei santi? Veramente santi, e amici di Cristo, costoro
servirono il Signore nella fame e nella sete; nel freddo, senza avere di che
coprirsi; nel faticoso lavoro; nelle veglie e nei digiuni; nelle preghiere
e nelle pie meditazioni; spesso nelle ingiurie e nelle persecuzioni. Quante
tribolazioni, e quanto gravi, hanno patito gli apostoli, i martiri, i testimoni
della fede, le vergini e tutti gli altri che vollero seguire le orme di Cristo;
essi infatti, ebbero in odio se stessi in questo mondo, per possedere le loro
anime nella vita eterna. Quale vita rigorosa, e piena di rinunce, vissero
questi grandi padri nel deserto; quante lunghe e gravi tentazioni ebbero a
sopportare; quanto spesso furono tormentati dal diavolo; quante ripetute e
fervide preghiere offrirono a Dio; quali dure astinenze seppero sopportare.
Come furono grandi l'ardore e il fervore con i quali mirarono al loro progresso
spirituale; come fu coraggiosa la battaglia che essi fecero per vincere i
loro vizi; come fu piena e retta la loro intenzione, che essi tennero sempre
volta a Dio! Lavoravano per tutta la giornata, e la notte la passavano in
continua preghiera; ma neppure durante il lavoro veniva mai meno in loro l'orazione
interiore. Tutto il loro tempo era impiegato utilmente; e a loro sembrava
troppo corta ogni ora dedicata a Dio; ancora, per la grande soavità
della contemplazione, dimenticavano persino la necessità di rifocillare
il corpo. Rinunciavano a tutte le ricchezze, alle cariche, agli onori, alle
amicizie e alle parentele; nulla volevano avere delle cose del mondo; mangiavano
appena quanto era necessario alla vita e si lamentavano quando si dovevano
sottomettere a necessità materiali.
2. Erano poveri di cose terrene, molto ricchi invece di grazia e di virtù;
esteriormente miserabili, ricompensati però interiormente dalla grazia
e dalla consolazione divina; lontani dal mondo, ma vicini a Dio, amici intimi
di Dio,; si ritenevano un nulla ed erano disprezzati dagli uomini, ma erano
preziosi e cari agli occhi di Dio. Stavano in sincera umiltà, vivevano
in schietta obbedienza; camminavano in amore e sapienza: per questo progredivano
spiritualmente ogni giorno, e ottenevano tanta grazia presso Dio. Essi sono
offerti come esempio per tutti coloro che si sono dati alla vita religiosa;
essi ci devono indurre all'avanzamento nel bene, più che non ci induca
al rilassamento la schiera delle persone poco fervorose.
3. Quanto fu grande l'ardore di questi uomini di Dio, quando diedero inizio
alle loro istituzioni. Quale devozione nella preghiera, quale slancio nella
vita, quale rigore in esso vigoreggiò; quanto rispetto e quanta docilità
sotto la regola del maestro fiorì in tutti loro. Restano ancora certi
ruderi abbandonati, ad attestare che furono veramente uomini santi e perfetti,
costoro, che con una strenua lotta, schiacciarono il mondo. Oggi, invece,
già uno è ritenuto buono se non tradisce la fede; se riesce
a sopportare con pazienza quel che gli tocca. Tale è la nostra attuale
condizione di negligente tiepidezza, che ben presto cadiamo nel fervore iniziale;
pigri e stanchi, già ci viene a noia la vita. Voglia il cielo che in
te non si vada spegnendo del tutto l'avanzamento nelle virtù; in te
che frequentemente hai avuto sotto gli occhi gli esempi dei santi.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Se i moderni religiosi si sono allontanati molto dal rigore e dalla perfezione
dei loro Fondatori e dei loro primi compagni, è certo che anche i fedeli
dei nostri tempi hanno degenerato molto di più dal fervore dei primi
cristiani. Basta infatti gettare lo sguardo sugli Atti Apostolici e sulla
storia ecclesiastica dei primi secoli per restarne convinti. Onde questi più
che i religiosi dovrebbero considerare spesso, per scuotersi dal proprio torpore,
i luminosi esempi di santità, che si ammirano nella vita di Gesù,
della sua santa Madre, degli Apostoli, dei discepoli, dei Martiri, dei Confessori,
delle Vergini e specialmente di quei santi, che hanno raggiunto la perfezione,
nel medesimo stato, in cui la divina Provvidenza li ha posti.
Capitolo XIX
COME SI DEVE ADDESTRARE COLUI CHE SI E' DATO A DIO
1. La vita di colui che si è dato a Dio deve essere rigogliosa di
ogni virtù, cosicché, quale egli appare esteriormente alla gente,
tale sia anche interiormente. Anzi, e a ragione, di dentro vi deve essere
molto più di quanto appare di fuori; giacché noi siamo sotto
gli occhi di Dio, e a lui dobbiamo sommo rispetto, ovunque ci troviamo; Dio,
dinanzi al quale dobbiamo camminare puri come angeli. Ogni giorno dobbiamo
rinnovare il nostro proposito e spronare noi stessi al fervore, come fossimo
appena venuti, oggi, alla vita del monastero. Dobbiamo dire: aiutami, Signore
Iddio, nel mio buon proposito e nel santo servizio che ti è dovuto;
concedimi di ricominciare oggi radicalmente, perché quel che ho fatto
fin qui è nulla. Il nostro progresso spirituale procede di pari passo
con il nostro proposito. Grande vigilanza occorre per chi vuol avanzare nel
bene; ché, se cade spesso colui che ha forti propositi, che cosa sarà
di colui che soltanto di rado si propone alcunché, e con poca fermezza?
Svariati sono i modi nei quali ci accade di abbandonare il nostro proposito;
anche la semplice omissione di un solo esercizio di pietà porta quasi
sempre qualche guasto. In verità, la fermezza di proposito dei giusti
dipende, più che dalla loro saggezza, dalla grazia di Dio, nel quale
essi ripongono la loro fiducia, qualunque meta riescano a raggiungere, giacché
l'uomo propone ma chi dispone è Dio, le cui vie noi non conosciamo.
Se talvolta, per fare del bene o per essere utili ai fratelli, si omette un
abituale esercizio di pietà, esso potrà facilmente essere recuperato
più tardi; che se, invece, quasi senza badare, lo si tralascia per
malavoglia o negligenza, ciò costituisce già una colpa, e deve
essere sentito come una perdita.
2. Per quanto ci mettiamo tutto l'impegno possibile, sarà facile che
abbiamo a cadere ancora, in varie occasioni. Tuttavia dobbiamo fare continuamente
qualche proponimento preciso, specialmente in contrapposto a ciò che
maggiormente impedisce il nostro profitto spirituale. Cose esterne e cose
interiori sono necessarie al nostro progresso spirituale, perciò, le
une come le altre, dobbiamo esaminarle attentamente e metterle nel giusto
ordine. Se non riesci a stare sempre concentrato in te stesso, raccogliti
di tempo in tempo, almeno una volta al giorno, la mattina o la sera: la mattina
per fare i tuoi propositi, la sera per esaminare come ti sei comportato, cioè
come sei stato, nelle parole, nonché nei pensieri, con i quali forse
hai più spesso offeso Dio o il prossimo. Armati, come un soldato, contro
le perversità del diavolo. Tieni a freno la gola; così terrai
più facilmente a freno ogni altra cattiva tendenza del corpo. Non stare
mai senza far nulla: sii occupato sempre, a leggero o a scrivere, a pregare
o a meditare, o a fare qualche lavoro utile per tutti. Gli esercizi corporali
di ciascuno siano compiuti separatamente; né tutti possono assumersene
ugualmente. Se non sono esercizi di tutta la comunità, non devono essere
palesati a tutti, giacché ciò che è personale si fa con
maggior profitto nel segreto. Tuttavia guarda di non essere tardo alle pratiche
comunitarie; più pronto, invece, a quelle tue proprie. Che, compiuto
disciplinatamente e interamente il dovere imposto, se avanza tempo, ritornerai
a te stesso, come vuole la tua devozione personale. Non è possibile
che tutti abbiano a fare il medesimo esercizio, giacché a ciascuno
giova qualcosa di particolare. E poi si amano esercizi diversi secondo i momenti:
alcuni ci sono più graditi nei giorni di festa, altri nei giorni comuni.
Inoltre, nel momento della tentazione e nel momento della pacifica tranquillità,
abbiamo bisogno di esercizi ben diversi. Infine quando siamo nella tristezza
ci piace pensare a certe cose; ad, invece quando siamo nella Letizia del Signore.
3. Nelle feste più solenni dobbiamo rinnovare gli esercizi di pietà
ed implorare con fervore più grande l'aiuto dei santi. I nostri proponimenti
devono andare da una ad altra festività, come se in quel punto dovessimo
lasciare questo mondo e giungere alla festa eterna. Per questo, nei periodi
di particolare devozione, dobbiamo prepararci con cura, e mantenerci in più
grande pietà, attenendoci più rigorosamente ai nostri doveri,
quasi stessimo per ricevere da Dio il premio delle nostre fatiche. Che se
tale premio sarà rimandato, dobbiamo convincerci che non eravamo pienamente
preparati e che non eravamo ancora degni della immensa gloria, che ci sarà
rivelata (Rm 8,18) nel tempo stabilito; e dobbiamo fare in modo di prepararci
meglio alla morte. "Beato quel servo - dice Luca evangelista - che il
padrone, al suo arrivo, avrà trovato sveglio e pronto. In verità
vi dico che gli darà da amministrare tutti i suoi beni" (Lc 12,44;
cfr. Lc 12,37).
RIFLESSIONI E PRATICHE
Il desiderio vivo e costante di morire a se medesimo e di vivere soltanto
in Dio e per Dio, ha la forza di farci eseguire quello che si richiede da
noi, perché sempre si riesce a fare quel che veramente si vuole. Ogni
nostra rovina procede da ciò: che noi vogliamo e desideriamo debolmente
di piacere a Dio, mentre desideriamo vivamente di accontentare noi stessi;
vorremmo darci a Dio, ma non lo si vuol fare subito; lo si desidera nel tempo
della preghiera e della Comunione ma non nelle tentazioni e nei divertimenti;
si vuole solo in parte ma non generosamente. Nei primi tempi della sua conversione
,S. Agostino desiderava la castità, ma siccome non la desiderava ardentemente,
per il dispiacere che provava nel doversi distaccare dai piaceri del senso,
chiedeva a Dio quel dono, ma con interno desiderio che non glielo impartisse
presto. Per questa debolezza o incostanza di desideri ne segue una vita che
è simile ad una catena intrecciata di santi desideri e di cattivi affetti,
di promesse e di infedeltà. Chi desidera di salvarsi in questo modo
non lo desidera come si deve.
Capitolo XX
L'AMORE DELLA SOLITUDINE E DEL SILENZIO
1. Cerca il tempo adatto per pensare a te e rifletti frequentemente sui benefici
che vengono da Dio. Tralascia ogni cosa umanamente attraente; medita argomenti
che ti assicurino una compunzione di spirito, piuttosto che un modo qualsiasi
di occuparti. Un sufficiente spazio di tempo, adatto per dedicarti a buone
meditazioni, lo troverai rinunciando a fare discorsi inutilmente oziosi e
ad ascoltare chiacchiere sugli avvenimenti del giorno. I più grandi
santi evitavano, per quanto possibile, di stare con la gente e preferivano
stare appartati, al servizio di Dio. E' stato detto: ogni volta che andai
tra gli uomini ne ritornai meno uomo di prima (Seneca, Epist. VII, 3). E ne
facciamo spesso esperienza, quando stiamo a lungo a parlare con altri. Tacere
del tutto è più facile che evitare le intemperanze del discorrere,
come è più facile stare chiuso in casa che sapersi convenientemente
controllare fuori casa. Perciò colui che vuole giungere alla spiritualità
interiore, deve, insieme con Gesù, ritirarsi dalla gente. Soltanto
chi ama il nascondimento sta in mezzo alla gente senza errare; soltanto chi
ama il silenzio parla senza vaneggiare; soltanto chi ama la sottomissione
eccelle senza sbagliare; soltanto chi ama obbedire comanda senza sgarrare;
soltanto colui che è certo della sua buona coscienza possiede gioia
perfetta.
2. Però, anche nei santi, questo senso di sicurezza ebbe fondamento
nel timore di Dio. Essi brillarono per straordinarie virtù e per grazia,
ma non per questo furono meno fervorosi e intimamente umili. Il senso di sicurezza
dei cattivi scaturisce, invece, dalla superbia e dalla presunzione; e , alla
fine, si muta in inganno di se stessi. Non sperare di avere sicurezza in questo
mondo, anche se sei ritenuto buon monaco o eremita devoto; spesso, infatti,
coloro che sembravano eccellenti agli occhi degli uomini sono stati messi
nelle più gravi difficoltà. Per molte persone è meglio
dunque non essere del tutto esenti da tentazioni ed avere sovente da lottare
contro di queste, affinché non siamo troppo sicure di sé, non
abbiamo per caso a montare in superbia o addirittura a volgersi sfrenatamente
a gioie terrene. Quale buona coscienza manterrebbe colui che non andasse mai
cercando le gioie passeggere e non si lasciasse prendere dal mondo! Quale
grande pace, quale serenità avrebbe colui che sapesse stroncare ogni
vano pensiero, meditando soltanto intorno a ciò che attiene a Dio e
alla salute dell'anima, e ponendo ben fissa ogni sua speranza in Dio! Nessuno
sarà degno del gaudio celeste, se non avrà sottoposto pazientemente
se stesso al pungolo spirituale. Ora, se tu vuoi sentire dal profondo del
cuore questo pungolo, ritirati nella tua stanza, lasciando fuori il tumulto
del mondo, come sta scritto: pungolate voi stessi, nelle vostre stanze (Sal
4,4). Quello che fuori, per lo più, vai perdendo, lo troverai nella
tua cella; la quale diventa via via sempre più cara, mentre reca noi
soltanto a chi vi sta di mal animo. Se, fin dall'inizio della tua venuta in
convento, starai nella tua cella, e la custodirai con buona disposizione d'animo,
essa diventerà per te un'amica diletta e un conforto molto gradito.
3. Nel silenzio e nella quiete l'anima devota progredisce e apprende il significato
nascosto delle Scritture; nel silenzio e nella quiete trova fiumi di lacrime
per nettarsi e purificarsi ogni notte, e diventa tanto più intima al
suo creatore quanto più sta lontana da ogni chiasso mondano. Se, dunque,
uno si sottrae a conoscenti e ad amici, gli si farà vicino Iddio, con
gli angeli santi. E' cosa migliore starsene appartato a curare il proprio
perfezionamento, che fare miracoli, dimenticando se stessi. Cosa lodevole,
per colui che vive in convento, andar fuori di rado, evitare di apparire,
persino schivare la gente. Perché mai vuoi vedere ciò che non
puoi avere? "Il mondo passa, e passano i suoi desideri" (1Gv 2,17).
I desideri dei sensi portano a vagare con la mente; ma, passato il momento,
che cosa ne ricavi se non un peso sulla coscienza e una profonda dissipazione?
Un'uscita piena di gioia prepara spesso un ritorno pieno di tristezza; una
veglia piena di letizia rende l'indomani pieno di amarezza; ogni godimento
della carne penetra con dolcezza, ma alla fine morde e uccide. Che cosa puoi
vedere fuori del monastero, che qui tu non veda? Ecco, qui hai il cielo e
la terra e tutti glie elementi dai quali sono tratte tutte le cose. Che cosa
altrove potrai vedere, che possa durare a lungo sotto questo sole? Forse credi
di poterti saziare pienamente; ma a ciò non giungerai. Ché,
se anche tu vedessi tutte le cose di questo mondo, che cosa sarebbe questo,
se non un sogno senza consistenza? Leva i tuoi occhi in alto, a Dio, e prega
per i tuoi peccati e per le tue mancanze. Lascia le vanità alla gente
vana; e tu attendi invece a quello che ti ha comandato Iddio. Chiudi dietro
di te la tua porta, chiama a te Gesù, il tuo diletto, e resta con lui
nella cella; ché una sì grande pace altrove non la troverai.
Se tu non uscirai e nulla sentirai dal chiasso mondano, resterai più
facilmente in una pace perfetta. E poiché talvolta sentire cose nuove
reca piacere, occorre che tu sappia sopportare il conseguente turbamento dell'animo.
RIFLESSIONI E PRATICHE
La solitudine esteriore non è sufficiente per liberare il cuore dalle
creature, perché lo si potrebbe occupare nell'amore di se stesso: onde
le si deve unire quella interiore che consiste nello spirito di raccoglimento
e nello spirito di preghiera, che è necessario a tutti i cristiani,
e non solo ai religiosi. Un'anima perfettamente raccolta cerca e trova solamente
in Dio quel gaudio santo che non può trovare in nessun'altra creatura.
Il pensiero continuo della presenza di Dio genera il vivo desiderio di compiacerlo
e di rendersi degno dell'amor suo, le occupa interiormente il cuore. Allora
ella gusta la solitudine, ama quale pascolo salutare la 1ettura dei libri
di pietà, e la dolce pratica della preghiera, non si stanca di parlare
al suo Dio e sospira continuamente il momento fortunato di poterlo vedere,
amare e possedere per tutta l'eternità in cielo.
Capitolo XXI
LA COMPUNZIONE DEL CUORE
1. Se vuoi fare qualche progresso conservati nel timore di Dio, senza ambire
a una smodata libertà; tieni invece saldamente a freno i tuoi sensi,
senza lasciarti andare a una stolta letizia. Abbandonati alla compunzione
di cuore, e ne ricaverai una vera devozione. La compunzione infatti fa sbocciare
molte cose buone, che, con la leggerezza di cuore, sogliono subitamente disperdersi.
E' meraviglia che uno possa talvolta trovare piena letizia nella vita terrena,
se considera che questa costituisce un esilio e se riflette ai tanti pericoli
che la sua anima vi incontra. Per leggerezza di cuore e noncuranza dei nostri
difetti spesso non ci rendiamo conto dei guai della nostra anima; anzi, spesso
ridiamo stoltamente, quando, in verità, dovremmo piangere. Non esiste
infatti vera libertà, né santa letizia, se non nel timore di
Dio e nella rettitudine di coscienza. Felice colui che riesce a liberarsi
da ogni impacci dovuto a dispersione spirituale, concentrando tutto se stesso
in una perfetta compunzione. Felice colui che sa allontanare tutto ciò
che può macchiare o appesantire il suo spirito. Tu devi combattere
da uomo: l'abitudine si vince con l'abitudine. Se impari a non curarti della
gente, questa lascerà che tu attenda tranquillamente a te stesso. Non
portare dentro di te le faccende degli altri, non impicciarti neppure di quello
che fanno le persone più in vista; piuttosto vigila sempre e in primo
luogo su di te, e rivolgi il tuo ammonimento particolarmente a te stesso,
prima che ad altre persone, anche care. Non rattristarti se non ricevi il
favore degli uomini; quello che ti deve pesare, invece, è la constatazione
di non essere del tutto e sicuramente nella via del bene, come si converrebbe
a un servo di Dio e a un monaco pieno di devozione.
2. E' grandemente utile per noi, e ci dà sicurezza di spirito, non
ricevere molte gioie in questa vita; particolarmente gioie materiali. Comunque,
è colpa nostra se non riceviamo consolazioni divine o ne proviamo raramente;
perché non cerchiamo la compunzione del cuore e non respingiamo del
tutto le vane consolazioni che vengono dal di fuori. Riconosci di essere indegno
della consolazione divina, e meritevole piuttosto di molte sofferenze, Quando
uno è pienamente compunto in se stesso, ogni cosa di questo mondo gli
appare pesante e amara. L'uomo retto, ben trova motivo di pianto doloroso.
Sia che rifletta su di sé o che vada pensando agli altri, egli comprende
che nessuno vive quaggiù senza afflizioni; e quanto più severamente
si giudica, tanto maggiormente si addolora. Sono i nostri peccati e i nostri
vizi a fornire materia di giusto dolore e di profonda compunzione; peccato
e vizi dai quali siamo così avvolti e schiacciati che raramente riusciamo
a guardare alle cose celesti. Se il nostro pensiero andasse frequentemente
alla morte, più che alla lunghezza della vita, senza dubbio ci emenderemmo
con maggior fervore. Di più, se riflettessimo nel profondo del cuore
alle sofferenze future dell'inferno e del purgatorio, accetteremmo certamente
fatiche e dolori, e non avremmo paura di un duro giudizio. Invece queste cose
non penetrano nel nostro animo; perciò restiamo attaccati alle dolci
mollezze, restiamo freddi e assai pigri. Spesso, infatti, è sorta di
spirituale povertà quella che facilmente invade il nostro misero corpo.
Prega dunque umilmente il Signore che ti dia lo spirito di compunzione; e
di', con il profeta: nutrimi, o Signore, "con il pane delle lacrime;
dammi, nelle lacrime, copiosa bevanda" (Sal 79,6).
RIFLESSIONI E PRATICHE
La compunzione, tanto raccomandata dai maestri di spirito, non è altro
che quella tristezza secondo Dio, che, come dice S. Paolo, produce una penitenza
stabile per la propria salute. Per questa tristezza o compunzione, il Signore
promette le sue divine consolazioni, la pace, la tranquillità di spirito,
i beni della vita presente e ancora quelli della vita futura. Conviene dunque
usare ogni studio per riacquistare questa compunzione ripensando ai peccati
commessi ed alle tante miserie spirituali e temporali che continuamente ci
affliggono, e meditando profondamente il momento terribile della nostra morte,
il rigore del giudizio di Dio, le pene preparate ai peccati nell'inferno o
nel purgatorio, e tutto ciò che ci può ispirare un santo e salutare
timore. Tuttavia dobbiamo persuaderci che tutto questo non basta, anzi è
nulla, se nello stesso tempo non chiediamo a Dio lo spirito di compunzione,
quale una delle grazie più grandi che possa venirci dalla sua mano
benefica.
Capitolo XXII
LA MEDITAZIONE DELLA MISERIA UMANA
1. Dovunque tu sia e dovunque ti volga, sei sempre misera cosa; a meno che
tu non ti volga tutto a Dio. Perché resti turbato quando le cose non
vanno secondo la tua volontà e il tuo desiderio? Chi è colui
che tutto ha secondo il suo beneplacito? Non io, non tu, né alcun altro
su questa terra. Non c'è persona al mondo, anche se è un re
o un papa, che non abbia qualche tribolazione o afflizione. E chi è
dunque che ha la parte migliore? Senza dubbio colui che è capace di
sopportare qualche male per amore di Dio. Dice molta gente, debole e malata
nello spirito: guarda che vita beata conduce quel tale; come è ricco
e grande, come è potente e come è salito in alto! Ma, se poni
mente ai beni eterni, vedrai che tutte queste cose passeggere sono un nulla,
anzi qualcosa di molto insicuro e particolarmente gravoso, giacché
le cose temporali non si possono avere senza preoccupazioni e paure. Per la
felicità non occorre che l'uomo possieda beni terreni in sovrabbondanza;
basta averne una modesta quantità, giacché la vita di quaggiù
è veramente una misera cosa. Quanto più uno desidera elevarsi
spiritualmente, tanto più la vita presente gli appare amara, perché
constata pienamente le deficienze dovute alla corrotta natura umana. Invero
mangiare, bere, star sveglio, dormire, riposare, lavorare, e dover soggiacere
alle altre necessità che ci impone la nostra natura, tutto ciò,
in realtà, è una miseria grande e un dolore per l'uomo religioso;
il quale amerebbe essere sciolto e libero da ogni peccato. In effetti l'uomo
che vive interiormente si sente schiacciato, come sotto un peso, dalle esigenze
materiali di questo mondo; ed è perciò che il profeta prega
fervorosamente di essere liberato, dicendo: "Signore, toglimi da queste
necessità" (Sal 24,17).
2. Guai a quelli che non riconoscono la loro miseria. Guai, ancor più,
a quelli che amano questa vita miserabile e destinata a finire; una vita alla
quale tuttavia certa gente - anche se, lavorando o elemosinando, mette insieme
appena appena il necessario - si abbarbica, come se potesse restare quaggiù
in eterno, senza darsi pensiero del regno di Dio. Gente pazza, interiormente
priva di fede; gente sommersa dalle cose terrene, tanto da gustare solo ciò
che è materiale. Alla fine, però, constateranno, con pena, quanto
poco valessero - anzi come fossero un nulla - le cose che avevano amato. Ben
diversamente, i santi di Dio, e tutti i devoti amici di Cristo; essi non andavano
dietro ai piaceri del corpo o a ciò che rende fiorente questa vita
mortale. La loro anelante tensione e tutta la loro speranza erano per i beni
eterni; il loro desiderio - per non essere tratti al basso dall'attaccamento
alle cose di quaggiù - si elevava interamente alle cose invisibili,
che non vengono meno. O fratello, non perdere la speranza di progredire spiritualmente;
ecco, ne hai il tempo e l'ora. Perché, dunque, vuoi rimandare a domani
il tuo proposito? Alzati, e comincia all'istante, dicendo: è questo
il momento di agire; è questo il momento di combattere; è questo
il momento giusto per correggersi. Quando hai dolori e tribolazioni, allora
è il momento per farti dei meriti. Giacché occorre che tu passi
attraverso il "fuoco e l'acqua" prima di giungere nel refrigerio
(Sal 65,12). E se non farai violenza a te stesso, non vincerai i tuoi vizi.
Finché portiamo questo fragile corpo, non possiamo essere esenti dal
peccato, né vivere senza molestie e dolori. Ben vorremmo aver tregua
da ogni miseria; ma avendo perduto, a causa del peccato, la nostra innocenza,
abbiamo perduto quaggiù anche la vera felicità. Perciò
occorre che manteniamo in noi una ferma pazienza, nell'attesa della misericordia
divina, "fino a che sia scomparsa l'iniquità di questo mondo"
(Sal 56,2) e le cose mortali "siano assunte dalla vita eterna" (2Cor
5,4).
3. Tanto è fragile la natura umana che essa pende sempre verso il vizio.
Ti accusi oggi dei tuoi peccati e domani commetti di nuovo proprio ciò
di cui ti sei accusato. Ti proponi oggi di guardarti dal male, e dopo un'ora
agisci come se tu non ti fossi proposto nulla. Ben a ragione, dunque, possiamo
umiliarci; né mai possiamo avere alcuna buona opinione di noi stessi,
perché siamo tanto deboli e instabili. Inoltre, può andare rapidamente
perduto per negligenza ciò che a stento, con molta fatica, avevamo
alla fine raggiunto, per grazia di Dio. E che cosa sarà di noi alla
fine, se così presto ci prende la tiepidezza? Guai a noi, se pretendessimo
di riposare tranquillamente, come se già avessimo raggiunto pace e
sicurezza, mentre, nella nostra vita, non si vede neppure un indizio di vera
santità. Occorrerebbe che noi fossimo di nuovo plasmati, quasi in un
buon noviziato, a una vita irreprensibile; in tal modo potremo sperare di
raggiungere un certo miglioramento e di conseguire un maggior profitto spirituale.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Tutti gli uomini vanno in cerca della felicità, ma essi purtroppo avrebbero
dovuto comprendere per una triste esperienza che questa non si può
trovare in questa misera vita. Tutte le gioie che vi si possono godere sono
apparenti, vane ed effimere, mentre i dolori che ci possono colpire sono reali
ed innumerevoli. Abbiamo infatti un corpo soggetto a tante necessità
e malattie, una volontà leggera ed incostante, un cuore corrotto e
sempre inclinato ai vizi, in una parola un'anima continuamente legata da un
corpo che- si dissolve. Quindi dappertutto troviamo miserie. Il peccatore
lo sente, non sa sopportare, se ne turba e ne mormora: onde la sua vita divenendo
così doppiamente infelice, gli fa provare un inferno anticipato. Lo
sente pure il giusto ma questi sostenuto dalla grazia di Dio offre questi
mali con pazienza facendone mezzo per acquistarsi meriti per il cielo.
Capitolo XXIII
LA MEDITAZIONE DELLA MORTE
1. Ben presto la morte sarà qui, presso di te. Considera, del resto,
la tua condizione: l'uomo oggi c'è e domani è scomparso; e quando
è sottratto alla vista, rapidamente esce anche dalla memoria. Quanto
grandi sono la stoltezza e la durezza di cuore dell'uomo: egli pensa soltanto
alle cose di oggi e non piuttosto alle cose future. In ogni azione, in ogni
pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; ché,
se avrai retta la coscienza, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio
star lontano dal peccato che sfuggire alla morte. Se oggi non sei preparato
a morire, come lo sarai domani? Il domani è una cosa non sicura: che
ne sai tu se avrai un domani? A che giova vivere a lungo, se correggiamo così
poco noi stessi? Purtroppo, non sempre una vita lunga corregge i difetti;
anzi spesso accresce maggiormente le colpe. Magari potessimo passare santamente
anche una sola giornata in questo mondo. Molti fanno il conto degli anni trascorsi
dalla loro conversione a Dio; ma scarso è sovente il frutto della loro
emendazione. Certamente morire è cosa che mette paura; ma forse è
più pericoloso vivere a lungo. Beato colui che ha sempre dinanzi agli
occhi l'ora della sua morte ed è pronto ogni giorno a morire. Se qualche
volta hai visto uno morire, pensa che anche tu dovrai passare per la stessa
strada. La mattina, fa conto di non arrivare alla sera; e quando poi si farà
sera non osare sperare nel domani. Sii dunque sempre pronto; e vivi in tal
modo che, in qualunque momento, la morte non ti trovi impreparato.
2. Sono molti coloro che muoiono in un istante, all'improvviso; giacché
"il Figlio dell'uomo verrà nell'ora in cui non si pensa che possa
venire" (Mt 24,44; Lc 12,40). Quando sarà giunto quel momento
estremo, comincerai a giudicare ben diversamente tutta la tua vita passata,
e molto ti dorrai di esser stato tanto negligente e tanto fiacco. Quanto é
saggio e prudente l'uomo che, durante la vita, si sforza di essere quale desidera
esser trovato al momento della morte! Ora, una piena fiducia di morire santamente
la daranno il completo disprezzo del mondo, l'ardente desiderio di progredire
nelle virtù, l'amore del sacrificio, il fervore nella penitenza, la
rinuncia a se stesso e il saper sopportare ogni avversità per amore
di Cristo. Mentre sei in buona salute, molto puoi lavorare nel bene; non so,
invece, che cosa potrai fare quando sarai ammalato. Giacché sono pochi
quelli che, per il fatto di essere malati, diventano più buoni; così
come sono pochi quelli che, per il fatto di andare frequentemente in pellegrinaggio,
diventano più santi. Non credere di poter rimandare a un tempo futuro
la tua salvezza, facendo affidamento sui suffragi degli amici e dei parenti;
tutti costoro ti dimenticheranno più presto di quanto tu non creda.
Perciò, più che sperare nell'aiuto di altri, è bene provvedere
ora, fin che si è in tempo, mettendo avanti un po' di bene. Ché,
se non ti prendi cura di te stesso ora, chi poi si prenderà cura di
te? Questo è il tempo veramente prezioso; sono questi i giorni della
salvezza; è questo il tempo che il Signore gradisce (2Cor 6,2). Purtroppo,
invece, questo tempo tu non lo spendi utilmente in cose meritorie per la vita
eterna. Verrà il momento nel quale chiederai almeno un giorno o un'ora
per emendarti; e non so se l'otterrai. Ecco, dunque, mio caro, di quale pericolo
ti potrai liberare, a quale pericolo ti potrai sottrarre, se sarai stato sempre
nel timore di Dio, in vista della morte. Procura di vivere ora in modo tale
che, nell'ora della morte, tu possa avere letizia, anziché paura; impara
a morire al mondo, affinché tu cominci allora a vivere con Cristo;
impara ora a disprezzare ogni cosa, affinché tu possa allora andare
liberamente a Cristo; mortifica ora il tuo corpo con la penitenza, affinché
tu passa allora essere pieno di fiducia.
3. Stolto, perché vai pensando di vivere a lungo, mentre non sei sicuro
di avere neppure una giornata? Quante persone sono state ingannate, inaspettatamente
tolte a questa vita! Quante volte hai sentito dire che uno è morto
di ferite e un altro è annegato; che uno, cadendo dall'alto, si è
rotto la testa; che uno si è soffocato mentre mangiava e un altro è
morto mentre stava giocando? Chi muore per fuoco, chi per spada; chi per una
pestilenza, chi per un assalto dei predoni. Insomma, comunque destino è
la morte; e passa rapidamente come un'ombra la vita umana. Chi si ricorderà
di te, dopo che sarai scomparso, e chi pregherà per te? Fai, o mio
caro, fai ora tutto quello che sei in grado di fare, perché non conosci
il giorno della tua morte; né sai che cosa sarà di te dopo.
Accumula, ora, ricchezze eterne, mentre sei in tempo. Non pensare a nient'altro
che alla tua salvezza; preoccupati soltanto delle cose di Dio. Fatti ora degli
amici, venerando i santi di Dio e imitando le loro azioni, "affinché
ti ricevano nei luoghi eterni, quando avrai lasciato questa vita" (Lc
16,9). Mantienti, su questa terra, come uno che è di passaggio; come
un ospite, che non ha a che fare con le faccende di questo mondo. Mantieni
libero il tuo cuore, e rivolto al cielo, perché non hai stabile dimora
quaggiù (Eb 13,14). Al cielo rivolgi continue preghiere e sospiri e
lacrime, affinché, dopo la morte, la tua anima sia degna di passare
felicemente al Signore. Amen.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Chi teme la morte senza evitare il. peccato, la teme inutilmente poiché
solo il peccato può renderla terribile. Per temerla come si deve, bisogna
che il timore della morte sia regola e stimolo di buona vita. Il grande segreto
per ben morire si è il vivere sempre con quelle disposizioni nelle
quali vorremmo essere trovati da Dio in punto di morte. Bisogna perciò
operare il bene e praticare tutte le virtù, come in morte desidereremmo
di aver fatto. Onde studiamoci di morire a tutte quelle cose, che una volta
dovremo abbandonare, e facciamo in modo che il cuore nostro muoia al mondo
prima del nostro corpo. Allora soltanto la nostra morte sarà santa
e preziosa al cospetto di Dio
Capitolo XXIV
IL GIUDIZIO DIVINO E LA PUNIZIONE DEI PECCATI
1. In ogni cosa tieni l'occhio fisso al termine finale; tieni l'occhio, cioè,
a come comparirai dinanzi al giudice supremo; al giudice che vede tutto, non
si lascia placare con doni, non accetta scuse; e giudica secondo giustizia
(cfr. Is 11,4). Oh!, sciagurato e stolto peccatore, come potrai rispondere
a Dio, il quale conosce tutto il male che hai fatto; tu che tremi talvolta
alla vista del solo volto adirato di un uomo? Perché non pensi a quel
che avverrà di te nel giorno del giudizio, quando nessuno potrà
essere scagionato e difeso da altri, e ciascuno costituirà per se stesso
un peso anche troppo grave? E' adesso che la tua fatica è producente;
è adesso che il tuo pianto e il tuo sospiro possono piacere a Dio ed
essere esauditi; è adesso che il tuo dolore può ripagare il
male compiuto e renderti puro.
2. Un grave e salutare purgatorio l'ha colui che sa sopportare. Questi, ricevendo
ingiustizie, si dispiace della cattiveria altrui, più che del male
patito; è pronto a pregare per quelli che lo contrastano e perdona
di cuore le loro colpe; non esita a chiedere perdono agli altri; è
più incline ad aver compassione che ad adirarsi; fa violenza sovente
a se stesso e si sforza di sottoporre interamente la carne allo spirito. Stroncare
ora i vizi e purgarsi ora dai peccati è miglior cosa che lasciarli
da purgare in futuro. Invero noi facciamo inganno a noi stessi amando le cose
carnali, contro l'ordine stabilito da Dio. Che altro divorerà, quel
fuoco, se non i tuoi peccati? Perciò, quanto più indulgi a te
stesso quaggiù, seguendo la carne, tanto più duramente pagherai
poi, preparando fin d'ora materiale più abbondante per quelle fiamme.
Ciascuno sarà più gravemente punito in ciò in cui ebbe
a peccare. Colà i pigri saranno incalzati da pungoli infuocati; e i
golosi saranno tormentati da grande sete e fame. Colà sui lussuriosi
e sugli amanti dei piaceri saranno versati in abbondanza pece ardente e zolfo
fetido; e gli invidiosi, per il grande dolore, daranno in ululati, quali cani
rabbiosi. Non ci sarà vizio che non abbia il suo speciale tormento.
Colà i superbi saranno pieni di ogni smarrimento; e gli avari saranno
oppressi da gravissima miseria. Un'ora trascorsa colà, nella pena,
sarà più grave di cento anni passati qui in durissima penitenza.
Nessuna tregua, colà, nessun conforto per i dannati; mentre quaggiù
talora ci si stacca dalla fatica e si gode del sollievo degli amici.
3. Devi darti da fare adesso, e piangere i tuoi peccati, per poter essere
senza pensiero nel giorno del giudizio. In quel giorno, infatti, i giusti
staranno in piena tranquillità in faccia a coloro che li oppressero
(Sap 5,1) e li calpesteranno. Starà come giudice colui che ora si sottomette
umilmente al giudizio degli uomini. In quel giorno, grande speranza avranno
il povero e l'umile, e sarà pieno di paura il superbo; apparirà
che è stato saggio in questo mondo colui che ha saputo essere stolto
e disprezzato per amore di Cristo. In quel giorno sarà cara ogni tribolazione
che sia stata sofferta pazientemente, e "ogni iniquità chiuderà
la sua bocca" (Sal 106,42); l'uomo pio sarà nella gioia, mentre
sarà nel dolore chi è vissuto senza fede. In quel giorno il
corpo tribolato godrà più che se fosse stato nutrito di delizie;
risplenderà la veste grossolana e quella fine sarà oscurata;
una miserabile dimora sarà più ammirata che un palazzo dorato.
In quel giorno una pazienza che non sia venuta mai meno, gioverà più
che tutta la potenza della terra; la schietta obbedienza sarà glorificata
più che tutta l'astuzia del mondo. In quel giorno la pura e retta coscienza
darà più gioia che la erudita dottrina; il disprezzo delle ricchezze
varrà di più che i tesori di tutti gli uomini. In quel giorno
avrai maggior gioia da una fervente preghiera che da un pranzo prelibato;
trarrai più gioia dal silenzio che avrai mantenuto, che da un lungo
parlare. In quel giorno le opere buone varranno di più che le molte
parole; una vita rigorosa è una dura penitenza ti saranno più
care di ogni piacere di questa terra.
4. Impara a patire un poco adesso, affinché allora tu possa essere
liberato da patimenti maggiori. Prova te stesso prima, quaggiù, per
sapere di che cosa sarai capace allora. Se adesso sai così poco patire,
come potrai sopportare i tormenti eterni? Se adesso un piccolo patimento ti
rende così incapace di sopportazione, come ti renderà la Geenna?
Ecco, in verità, non le puoi avere tutte e due, queste gioie: godere
in questa vita e poi regnare con Cristo. Che ti gioverebbe, se, fino ad oggi,
tu fossi sempre vissuto tra gli onori e i piaceri, e ora ti accadesse di morire
improvvisamente? Tutto, dunque, è vanità, fuorché amare
Iddio e servire a Lui solo. E perciò, colui che ama Dio con tutto il
suo cuore non ha paura né della morte, né della condanna, né
del giudizio, né dell'inferno. Un amore perfetto porta con tutta sicurezza
a Dio; chi invece continua ad amare il peccato ha paura e - ciò non
fa meraviglia - della morte e del giudizio. Se poi non hai ancora amore bastante
per star lontano dal male, è bene che almeno la paura dell'inferno
ti trattenga; in effetti, chi non tiene nel giusto conto il timore di Dio
non riuscirà a mantenersi a lungo nella via del bene, ma cadrà
ben presto nei lacci del diavolo.
RIFLESSIONI E PRATICHE
Tutti crediamo le terribili verità del giudizio finale e delle pene
dell'inferno; ma quale frutto produce in noi questa fede? Quanti cristiani
vivono come se non dovessero mai rendere conto della loro vita e come se dopo
la morte non avessero nulla da temere! Per rimediare a questo male non basta
credere, ma bisogna pensare e meditare spesso sulla morte, sul giudizio sull'inferno;
e per non pensarvi inutilmente abituiamoci ora a giudicare ogni cosa come
la giudicheremo allora. Quale stima avremo allora delle ricchezze, degli onori,
degli agi della terra? Sotto quale aspetto ci compariranno gli spettacoli,
i giuochi e tanti altri divertimenti? Qual confronto potremo fare tra i brevi
dolori di questa vita e le pene eterne dei dannati? Se noi meditiamo queste
cose in questo mondo sceglieremo certamente la parte migliore che non ci sarà
più tolta in eterno.
Capitolo XXV
CORREGGERE FERVOROSAMENTE TUTTA LA NOSTRA VITA
1. Che tu sia attento e preciso, nel servire Iddio; ripensa frequentemente
alla ragione per la quale sei venuto qui, lasciando il mondo. Non è
stato forse per vivere in Dio e farti tutto spirito? Che tu sia, dunque, fervoroso,
giacché in breve tempo sarai ripagato dei tuoi sforzi; né avrai
più, sul tuo orizzonte, alcun timore e dolore faticherai qui per un
poco, e poi troverai una grande pace, anzi, una gioia perpetua. Se sarai costante
nella fede e fervoroso nelle opere, Dio, senza dubbio, sarà giusto
e generoso nella ricompensa. Che tu mantenga la santa speranza di giungere
alla vittoria, anche se non è bene che tu ne abbia alcuna sicurezza,
per non cadere in stato di torpore o di presunzione. Una volta, un tale, dibattuto
interiormente tra il timore e la speranza, sfinito dal doloro, si prostrò
in chiesa davanti ad un altare dicendo tra sé: "Oh! Se sapessi
di poter perseverare!". E subito, di dentro, udì una risposta,
che veniva da Dio: "Perché, se tu sapessi di poter perseverare,
che cosa vorresti fare? Fallo adesso, quello che vorresti fare, e sarai del
tutto tranquillo". Allora, rasserenato e confortato, egli si affidò
alla volontà di Dio, e cessò in lui quella angosciosa incertezza;
egli non volle più cercar di sapere quel che sarebbe stato di lui in
futuro, e si diede piuttosto a cercare "quale fosse la volontà
del Signore: volontà di bene e di perfezione", (Rm 12, 2) per
intraprendere e portare a compimento ogni opera buona. Dice il profeta: "Spera
nel Signore e fa il bene; abita la terra e nutriti delle sue ricchezze"
(Sal 36,3).
2. Una sola cosa è quella che distoglie molta gente dal progresso spirituale
e dal fervoroso sforzo di correzione: lo sgomento di fronte agli ostacoli
e l'asprezza di questa lotta. Invero avanzano nelle virtù coloro che
si sforzano di superare virilmente ciò che è per essi più
gravoso, e che più li contrasta; giacché proprio là dove
più si vince se stessi, mortificandosi nello spirito, più si
guadagna, e maggior grazia si ottiene. Certo che non tutti gli uomini hanno
pari forze per vincere se stessi e per mortificarsi. Tuttavia, uno che abbia
tenacia e buon volere, anche se le sue passioni sono più violente,
riuscirà a progredire più di un altro, pur buono, ma meno fervoroso
nel tendere verso le virtù. Due cose giovano particolarmente al raggiungimento
di una totale emendazione: il fare violenza a se stessi, distogliendosi dal
male, a cui ciascuno è portato per natura; e il chiedere insistentemente
il bene spirituale di cui ciascuno ha maggior bisogno. Inoltre tu devi fare
in modo di evitare soprattutto ciò che più spesso trovi brutto
in altri. Da ogni parte devi saper trarre motivo di profitto spirituale. Così,
se ti capita di vedere o di ascoltare dei buoni esempi, devi ardere dal desiderio
di imitarli; se, invece, ti pare che qualcosa sia degno di riprovazione, devi
guardarti dal fare altrettanto; se talvolta l'hai fatto, procura di emendarti.
Come il tuo occhio giudica gli altri, così, a tua volta, sarai giudicato
tu dagli altri. Quale gioia e quale dolcezza, vedere dei frati pieni di fervore
e di devozione, santi nella vita interiore e nella loro condotta; quale tristezza,
invece, e quale dolore, vedere certi frati, che vanno di qua e di là,
disordinatamente, tralasciando di praticare proprio ciò per cui sono
stati chiamati! Gran danno procura, questo dimenticarsi delle promesse della
propria vocazione, volgendo i desideri a cose diverse da quelle che ci vengono
ordinate.
3. Ricordati della decisione che hai presa, e poni dinanzi ai tuoi occhi la
figura del crocifisso. Riflettendo alla vita di Gesù Cristo, avrai
veramente di che vergognarti, ché non hai ancora cercato di farti più
simile a lui, pur essendo stato per molto tempo nella vita di Dio. Il monaco
che si addestra con intensa devozione sulla vita santissima e sulla passione
del Signore, vi troverà in abbondanza tutto ciò che gli può
essere utile e necessario; e non dovrà cercare nulla di meglio, fuor
di Gesù. Oh, come saremmo d'un colpo pienamente addottrinati se avessimo
nel nostro cuore Gesù crocifisso! Il monaco pieno di fervore sopporta
ogni cosa santamente e accetta ciò che gli viene imposto; invece quello
negligente e tiepido trova una tribolazione sull'altra ed è angustiato
per ogni verso, perché gli manca la consolazione interiore, e quella
esterna gli viene preclusa. Il monaco che vive fuori della regola va incontro
a piena rovina. Infatti chi tende ad una condizione piuttosto libera ed esente
da disciplina sarà sempre nell'incertezza, poiché ora non gli
andrà una cosa, ora un'altra. Come fanno gli altri monaci, così
numerosi, che vivono ben disciplinati dalla regola del convento? Escono di
rado e vivono liberi da ogni cosa; mangiano assai poveramente e vestono panni
grossolani; lavorano molto e parlano poco; vegliano fino a tarda ora e si
alzano per tempo; pregano a lungo, leggono spesso e si comportano strettamente
secondo la regola. Guarda i Certosini, i Cistercensi, e i monaci e le monache
di altri Ordini, come si alzano tutte le notti per cantare le lodi di Dio.
Ora, sarebbe vergognoso che, in una cosa tanto meritoria, tu ti lasciassi
prendere dalla pigrizia, mentre un grandissimo numero di monaci comincia i
suoi canti di gioia, in unione con Dio. Oh!, se noi non avessimo altro da
fare che lodare il Signore, nostro Dio, con tutto il cuore e con tutta la
nostra voce. Oh!, se tu non avessi mai bisogno di mangiare, di bere, di dormire;
e potessi invece, lodare di continuo il Signore, e occuparti soltanto delle
cose dello spirito. Allora saresti più felice di adesso, che sei al
servizio del tuo corpo per varie necessità. E volesse il Cielo che
non ci fossero, queste necessità, e ci fossero soltanto i pasti spirituali
dell'anima, che purtroppo gustiamo ben di rado.
4. Quando uno sarà giunto a non cercare il proprio conforto in alcuna
creatura, allora egli comincerà a gustare perfettamente Dio; allora
accetterà di buon grado ogni cosa che possa succedere; allora non si
rallegrerà, o rattristerà, per il molto o il poco che possieda.
Si rimetterà del tutto e con piena fiducia in Dio: in Dio, che per
lui sarà tutto, in ogni circostanza; in Dio, agli occhi del quale nulla
muove o va interamente perduto; in Dio, e per il quale ogni cosa vive, servendo
senza esitazione al suo comando. Abbi sempre presente che tutto finisce e
che il tempo perduto non ritorna. Non giungerai a possedere forza spirituale,
se non avrai sollecitudine e diligenza. Se comincerai ad essere spiritualmente
malato. Se invece ti darai tutto al fervore, troverai una grande pace, e sentirai
più lieve la fatica, per la grazia di Dio e per la forza dell'amore.
Tutto può, l'uomo fervido e diligente. Impresa più grande delle
sudate fatiche corporali è quella di vincere i vizi e di resistere
alle passioni. E colui che non sa evitare le piccole mancanze, cade, a poco
a poco, in mancanze maggiori. Sarai sempre felice, la sera, se avrai spesa
la giornata fruttuosamente. Vigila su te stesso, scuoti e ammonisci te stesso;
checché facciano gli altri, non dimenticare te stesso. Il tuo progresso
spirituale sarà pari alla violenza che avrai fatto a te stesso. Amen.
FINISCONO LE ESORTAZIONI UTILI PER LA VITA DELLO SPIRITO
RIFLESSIONI E PRATICHE
I mezzi sicuri ed infallibili per fare grandi progressi nella via del Signore
e raggiungere la felicità sono: pensare al fine per cui siamo creati;
sforzarci per avanzare nella perfezione; badare agli altri solo per imitarli
nella fuga del male e nell'esercizio del bene; occuparci colla meditazione
della vita, passione e morte di N. S. G. C.; inoltre gioverà pure tener
presente che dobbiamo sempre vegliare, pregare, domare le passioni, sradicare
i vizi, fuggire il peccato, operare il bene, rinunziare a tutto, adempiendo
i nostri doveri, e riporre 1a nostra speranza in Dio solo.
a cura di Paolo Rossi
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