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Chiesa di S. Maria Maddalena

Non distanti dal Santuario di Rivotorto sono le cappelline di S. Maria Maddalena (in precedenza S. Lazzaro dell’Arce), del sec. XII, e di S. Rufino dell’Arce, dove, ai tempi di S. Francesco, erano i lebbrosari, rispettivamente, femminile e maschile.

La piccola chiesa di S. Maria Maddalena, in pietra grezza, conserva un fascino semplice e primitivo: un doppio portale sul frontespizio, un piccolo lucernario romanico e un modesto campanile sono le caratteristiche salienti di questa costruzione.
L’abside semicircolare, aggiunta successivamente e di grande bellezza, chiude a un’estremità l’interno che appare come un semplice spazio rettangolare. Alcuni archi posti recentemente sostengono il tetto con un armonico risultato.

La chiesetta di S. Rufino d’Arce conserva bellissimi affreschi umbri del sec. XV ed il ricordo del chierico assisano S. Rufino (o Rufinuccio), martire della castità.
Vicino si addita la chiesetta di S. Pietro della Spina, seconda chiesa restaurata dal giovane Santo assisiate.

Nel 1206, nella piana sottostante ad Assisi, in una stradina di accesso al quadrilatero, al cui lato nord è la cappellina di S. Rufino d’Arce e al lato sud S. Maria Maddalena, il giovane Francesco (aveva ormai oltrepassato il vent'anni) si imbattè in un lebbroso.
Anche se, tra i poveri, nel Medioevo, i malati di lebbra occupavano un posto particolarissimo, Francesco non osava ancora avvicinarli; anzi, se ne incontrava qualcuno sul proprio cammino, girava il capo dall'altra parte per non sentire il lezzo cha da quei corpi emanava.
Quel giorno, però, nei pressi del lebbrosario di S. Lazzaro d'Arce, in seguito detto di S. Maria Maddalena, lungo la romana "via dell'Arce" che da Asisium conduceva ad Urbinum Hortense (situato nei pressi dell'odierno Collemancio), si compì la trasformazione: «Il Signore così donò a me, frate Francesco - scriverà il Santo nel suo “Testamento” - la grazia di cominciare a far penitenza: quando ero ancora nei peccati, mi pareva troppo amaro vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi con¬dusse tra loro e con essi usai misericordia: quando me ne allontanai, quel¬lo che prima mi pareva amaro, tosto mi si mutò in dolcezza d'animo e di corpo».
Quel giorno, dopo un primo molo istintivo, che sarà stato quello d'indietreggiare - come pure avrà fatto il suo cavallo -, Francesco balzò di sella, si avvicinò al lebbroso che mandava un insopportabile olezzo, e non solo gli fece l'elemosina, ma si chinò quasi riverente verso di lui per baciargli la mano purulenta.
Risalito a cavallo, sentì in cuor suo che tutto ciò che fino ad allora gli era risultato odioso stava ormai tramutandosi in cosa dolce e grata.
Decise, allora, di continuare il cammino fino al lebbrosario e di entrarvi.
Lo stupore fu di certo più grande nei malati al vedere una persona sana tra loro, che in Francesco nel trovarsi di fronte a quella miseria.
Era tanto intenso il fetore che veniva dalle piaghe di quei malati che, istintivamente, Francesco fece atto di turarsi il naso. Ma, vinta quella tentazione, si mise a distribuire denaro nelle tante mani piagate che gli si protendevano e che più e più volte baciò.
Il "nuovo" Francesco aveva definitivamente vinto sull'antico.
Ormai poteva dirsi degno di mettersi alla sequela di Cristo!


Rapporti tra la chiesa di S. Maria Maddalena e S. Francesco d'Assisi:

- Presso S. Maria Maddalena, Francesco incontra ed abbraccia il lebbroso: I Cel., nn. 6, 17; II Cel., n. 9; Leg. maior, cap. I, nn. 4, 5; Leg. maior, cap. II, n. 6; Leggenda dei tre compagni, nn. 8, 11, 12.

 


a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti:
redazione@sanfrancesco.com)

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