Dante Alighieri,
riferendosi a frate Illuminato, recita: «Illuminato
e Augustin son quici, / che fuor de’ primi scalzi poverelli
/ che nel capestro a Dio si fero amici» (Paradiso,
canto XII, vv. 130-132).
Da decenni (per non dire da secoli!), la città natale
di questo autorevolissimo frate, stimatissimo compagno di
S. Francesco, continua ad essere oggetto di accese discussioni:
molti lo vogliono nativo di Assisi,
altri di Rieti.
Frate Illuminato d’Arce, stando
agli ultimi rinvenimenti documentari, ebbe i suoi natali a
Rocca Accarina, territorio confinante
con quello di Piediluco (Terni)
(cf. P. Rossi, Il “locus” minoritico di Piediluco,
in AA.VV., Il Santuario di S. Francesco d’Assisi
in Piediluco, pp. 231-258).
Frate Illuminato entrò nell’"Ordine
minoritico" intorno al 1208, in occasione
del primo viaggio dell’Apostolo umbro in territorio
ternano-sabino, e presto, riportando le parole dello Iacobilli,
«divenne diletto discepolo di S. Francesco»
(L. Iacobilli, Vite, I, p. 468).
Il Santo assisiate, sperimentate le superlative doti di frate
Illuminato, più volte lo volle accanto
nelle sue peregrinazioni apostoliche; memorabile quella condotta
nel 1219 tra i Saraceni.
Narra S. Bonaventura: «Partì dunque
(Francesco), prendendo con sé un compagno, che
si chiamava Illuminato ed era davvero illuminato
e virtuoso.
Appena si furono avviati, incontrarono due pecorelle, il Santo
si rallegrò e disse al compagno: "Abbi fiducia
nel Signore, fratello, perché si sta realizzando in
noi quella parola del Vangelo: Ecco, vi mando come agnelli
in meno ai lupi".
Avanzarono ancora e si imbatterono nelle sentinelle saracene,
che, slanciandosi come lupi contro le pecore, catturarono
i servi di Dio e, minacciandoli di morte, crudelmente e sprezzantemente
li maltrattarono, li coprirono d’ingiurie e di percosse
e li incatenarono. Finalmente, dopo averli malmenati in mille
modi e calpestati, per disposizione della divina provvidenza,
li portarono dal Sultano, come l’uomo di Dio voleva.
Quel principe incominciò a indagare da chi, e a quale
scopo e a quale titolo erano stati inviati e in che modo erano
giunti fin là.
Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che
egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio altissimo,
per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e
annunciare il Vangelo della verità.
E predicò al Soldano il Dio uno e
trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto
coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far
vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità
la promessa del Vangelo: Io vi darò un linguaggio e
una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà
resistere o contraddire (…)» (Leg. maior,
cap. IX, n. 8).
Il resto è noto.
Il Sultano rimase ammirato dalle
personalità del Santo e del suo compagno e permise
loro di parlare ai suoi sudditi.
Ciò avvenne, ma senza alcun risultato positivo.
Parlare ai musulmani di abbandonare
l’Islam per abbracciare qualsiasi altra religione è
un atto temerario, che solo il candore di Santi uomini come
Francesco ed Illuminato poteva osare.
Il Sultano, offerti alcuni doni,
prima dei saluti, chiese ai due di essere ricordato nelle
loro preghiere.
Nel frattempo i Crociati stavano
preparandosi ad una nuova battaglia per la conquista di Damietta.
Da lontano si udivano le grida di guerra e il frastuono delle
armi.
La città cadde e i Crociati
si precipitarono all’interno per i saccheggi e le carneficine.
Francesco, con il volto che esprimeva una profonda tristezza,
disse al suo compagno, frate Illuminato,
di andar via, in quanto non erano fatti per rimanere in mezzo
alle guerre.
Tornati ad Acri, Francesco ed Illuminato
iniziarono la visita ai luoghi santi, grazie ad un salvacondotto
concessogli dal Sultano della Siria,
con il quale poterono girare senza pagare tributi alle autorità
musulmane.
Un episodio che vede ancora protagonista frate Illuminato
è quello tramandatoci dallo stesso S. Bonaventura:
«Vedeva, il servo di Cristo, che le stimmate impresse
in forma così palese non potevano restare nascoste
ai compagni più intimi; temeva, nondimeno, di mettere
in pubblico il segreto del Signore ed era combattuto da un
grande dubbio: dire quanto aveva visto o tacere?
Chiamò, pertanto, alcuni dei frati e, parlando in termini
generali, espose loro il dubbio e chiese consiglio.
Uno dei frati, Illuminato, di nome e di grazia,
intuì che il Santo aveva avuto una visione straordinaria,
per il fatto che sembrava tanto stupefatto, e gli disse: "Fratello,
sappi che qualche volta i segreti divini ti vengono rivelati
non solo per te, ma anche per gli altri. Ci sono, dunque,
buone ragioni per temere che, se tieni celato quanto hai ricevuto
a giovamento di tutti, venga giudicato colpevole di aver nascosto
il talento".
Il Santo fu colpito da queste parole e, benché altre
volte fosse solito dire: "Il mio segreto è per
me", pure, in quella circostanza, con molto timore, riferì
come era avvenuta la visione e aggiunse che, durante l’apparizione
il serafino gli aveva detto alcune cose, che in vita sua non
avrebbe mai confidato a nessuno.
Evidentemente i discorsi di quel sacro serafino, mirabilmente
apparso in croce, erano stati così sublimi che non
era concesso agli uomini di proferirli» (Leg.
maior, cap. XIII, n. 4).
Illuminato, pur indirettamente, fu protagonista
della “Raccolta di materiale biografico”
su Francesco d’Assisi, accompagnato dalla famosissima
“Lettera di Greccio”
- datata 11 agosto 1246 -, la quale recita: «(…)
Poiché per disposizione del Capitolo generale testé
celebrato (1244) e vostra, i frati sono tenuti a comunicare
alla paternità vostra i miracoli e i prodigi del beatissimo
padre Francesco che essi conoscono o che possono reperire,
noi, che siamo vissuti più a lungo insieme con lui,
malgrado non ne fossimo degni, abbiamo ritenuto opportuno
di presentare alla santità vostra, guida la verità,
alcune tra le molte gesta di lui, delle quali siamo stati
spettatori o di cui abbiamo attinto notizie da altri santi
frati. E specialmente da frate Filippo, visitatore delle Povere
dame, frate Illuminato dell’Arce, frate
Masseo da Marignano e frate Giovanni, compagno del venerabile
frate Egidio, che raccolse numerose informazioni sia da frate
Egidio stesso che da frate Bernardo, di santa memoria, primo
compagno del beato Francesco (…)» (Lettera
di Greccio).
Frate Illuminato, sottolinea lo Iacobilli,
«era di somma patienza, obedienza, e carità;
e molto illuminato da Dio (…). Pervenne questo Santo
quasi all’età decrepita; vivendo sempre in molta
santità, e fama; e se ne passò al Cielo nel
Convento di S. Francesco dentro Assisi circa
l’An. 1266, adi 5 di Maggio.
Il suo corpo fù sepolto nella Chiesa di esso Convento;
non sapendosi il luogo preciso: ma si tiene stia nella Chiesa
sotterranea, appresso quello del suo santissimo Maestro Francesco.
(...). Di questo Beato fà mentione il Tossignano nella
sua Historia Serafica nel Catalogo de’ Beati Francescani
con le seguenti parole: B. Illuminatus Socius S. Francisci,
vir sane multi luminis, et virtutis, quem B. Franciscus addidit
sibi in Socium cum Solthanum Egiptii Imperatorem adiuit; sed
Saracenorum infidiis territi, et ligati, et crudeliterq. virberati,
ad ipsum Solthanum adducti fuerunt. Obiit in Conventu S. Francisci
Assisii» (L. Iacobilli, Vite, II, p. 469).
Il quattrocentesco frate Giacomo Oddi, autore della “Franceschina”,
sottolinea come si ignori il luogo della sepoltura di questo
fedelissimo compagno di Francesco; luogo che nel "Catalogus"
del 1385-1393 è indicato in Mirepoix:
«In Mirapice beatus frater Illuminatus,
unus de XII sociis beati Francisci, ab ipso ut acciperet loca
fratribus per mundum missus, ibidem miraculis (coruscans)
quiescit».
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