Narra lo Iacobilli: «Berarduccio,
figlio di Paolo di Bernardo di Paolo Scifi de Conti di Sassorosso,
nobile Assisano, fu genitore del B. Ruffino,
il quale fu cugino in terzo grado del B. Silvestro, sesto
compagno di san Francesco, e nipote consobrino di santa Chiara
d’Assisi.
Fu l’Anno 1210 dal P. s. Francesco ricevuto nell’Ordine;
e fu uno delli più cari discepoli, ch’egli havesse:
poiché venne a tanta perfettione di vita, che l’istesso
Francesco diceva haver havuto in rivelatione da Dio, ch’era
uno di tre maggior santi, che fussero al suo tempo nel Mondo;
e l’Anima sua esser stata in Cielo canonizzata; e che
non dubitava, ancorché fusse vivo, di chiamarlo santo»
(L. Iacobilli, Vite, III, pp. 27-28); (cf. I
Fioretti, cap. I).
Frate Rufino, infatti, tra i seguaci di Francesco,
fu, insieme a Leone ed Angelo Tancredi, uno dei “tre
compagni” per antonomasia del Santo (furono
tra l’altro gli autori della vita di S. Francesco, nota
come “Leggenda dei tre compagni”). Rufino appartenne alla stessa alta nobiltà
di Chiara; ebbe quindi una formazione al di sopra della plebe.
Possedeva indubbiamente un’indole buona e pia; egli
era retto, tenace e generoso. Per temperamento, tuttavia,
era timido, impacciato nel parlare e introverso, e questo
finì per renderlo talvolta ostinato. Forse a motivo
di tutto ciò, la cosa che più gli piacque e
che cercò maggiormente nella sua nuova vita, fu la
preghiera e la solitaria contemplazione.
Questo suo aspetto è anche quello che viene messo in
risalto da S. Francesco nella sua descrizione integrativa
del vero frate minore: «La virtuosa incessante orazione
di Rufino, che pregava anche dormendo e in
qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito
al Signore».
La sua "Vita" mette in evidenza, oltre
a questo assorbimento contemplativo, «l’aspetto
del suo amore infiammato e della sua purezza incontaminata,
come liliale».
Nel fiore della giovinezza si lasciò prendere dall’attrattiva
evangelica e radicale di Francesco, «vestì
con grande devozione l’abito della povertà»,
e fu uno dei dodici che nel 1209-1210 si recarono a Roma
per invocare e ottenere da Innocenzo III, l’approvazione
della loro evangelica Regola di vita. Rufino era quello che era, ma riuscì
a migliorare con la grazia del Signore e l’aiuto sapiente,
fermo e affettuoso di Francesco.
Questi gli riservò un singolare amore; basti pensare
che nella sua fase di massima santità, quando il Signore
lo “sigillò” con le piaghe della
Passione, si lasciò curare dall’“infermiere”
Rufino con maggiore assiduità.
Frate Rufino, inoltre, fu l’unico a
vedere - e toccare! - la piaga del costato, dato che l’umile
Francesco cercava ogni espediente pur di nascondere questa
sua segreta “grazia”.
Un giorno in cui il Poverello stimmatizzato era vestito del
solo saio, frate Rufino gli propose, scherzosamente,
di scambiarsi tra loro le tonache; l’ingenuo e affettuoso
Francesco per quella volta acconsentì, e così,
con questo stratagemma, frate Rufino arrivò
a vedere in tutti i suoi particolari la ferita del costato.
In un’altra occasione osò anche di più:
nel cambiargli le brache (i «panni di gamba»)
- che gli salivano fino al petto, e che più d’una
volta aveva trovato macchiati di sangue -, mise rapidamente
delle dita nella ferita insanguinata del costato, così
che il Santo non poté evitare un grido di dolore: «Dio
ti perdoni, frate Rufino! Perché hai
fatto questo?» (cf. Della quarta considerazione
delle sacre e sante Istimate).
Col tempo la testimonianza di frate Rufino
divenne una delle prove della veracità delle stimmate
di S. Francesco.
La radicalità evangelica di Francesco, prima ricco
e dedito alla bella vita, richiese, a quanti lo seguirono,
una grande dose di autenticità umana e cristiana.
Non fece eccezione il nostro frate Rufino,
o meglio, egli fu proprio un’eccezione nel senso che,
oltre a tutte le rinunce e difficoltà degli altri,
prese e seguì una decisione che era in contrasto col
suo naturale modo di essere: risultava, in un certo senso,
il meno adatto alla vita in fraternità; sottolinea,
infatti sottolinea Cuthbert: «Quel gentiluomo di
Assisi, timido, silenzioso, riservato, a volte incontentabile,
sembrava il meno indicato per la lieta compagnia della Porziuncola.
Ma sotto la sua riservatezza nascondeva una grande dolcezza
e una sincerità assoluta. La sua timidezza era figlia
del suo temperamento, estremamente sensibile. Forse Francesco,
ammonito dalla complessità del proprio carattere, si
rendeva conto, fino a sentirsene responsabile, della tortura
e tristezza dovute all’estrema sensibilità del
sistema nervoso di Rufino, ed era solito
trattarlo con la più grande bontà. In San Francesco,
all’abbattimento, seguiva una rapida reazione, il che
non accadeva invece a frate Rufino».
Per toccare il colmo, Wadding dice che «era un po’
balbuziente».
E’ precisamente per questo temperamento difficile, per
nulla perfetto, che frate Rufino interessa
in modo particolare, come incoraggiamento e insegnamento per
chiunque, a motivo del proprio temperamento, abbia e crei
difficoltà in seno a una comunità religiosa,
o nel contesto familiare, o in qualsiasi ambito dell’umana
convivenza. Francesco volle aiutare questo frate a vincere
se stesso con una prova che fu più di uno shock. Gemelli
osserva che si trattava anche di punire con una salutare medicina
radicale un residuo di orgoglio feudale che gli era rimasto.
Il fatto, narrato ne I Fioretti, cap. XXX, dovette
accadere agli inizi dell’"Ordine",
quando Francesco e i suoi compagni agivano senza norme giuridiche,
alla buona, quasi in modo inatteso.
Frate Rufino, infatti, notissimo nobile di
Assisi, dovette sottoporsi alla umiliazione di girare la sua
città, indossando semplicemente le “brache”,
tra lo scherno dei suoi concittadini, che lo reputavano impazzito
per l’eccessiva penitenza. Ma tolto dall’imbarazzo
dallo stesso Francesco, con le sue parole (e con quelle del
suo “maestro”), riuscì, predicando nella
chiesa di S. Rufino, a intenerire, irreversibilmente, il cuore
dei suoi concittadini.
Frate Rufino, attesta la sua "Vita",
a causa del proprio temperamento e delle malefiche tentazioni
diaboliche, spesso dovette affrontare gravi crisi, come quella,
ad esempio, di voler abbandonare l’"Ordine"
e andarsene per la “via degli Anacoreti”.
Il fatto, stando agli storici, ebbe per luogo la solitudine
dell’eremo delle Carceri,
sul monte Subasio. Il demonio fremeva, di fronte alla determinazione
dei “Penitenti di Assisi”,
i quali gli stavano rendendo difficile il suo lavoro in tutta
la contrada. Egli, si travestì, quindi, in angelo di
luce e insistette nel convincere i più “duri”,
tra cui Rufino, ad abbandonare quella penitenza
esasperante. Ma Rufino, ricorrendo al consiglio
“materno” di Francesco, ebbe la vittoria sul demonio:
«Quando il demonio ti dice: "Tu sei dannato!"
E tu gli rispondi: "Apri la bocca, e mo’ vi ti
caco". E questo ti sia il segnale appena che tu gli avrai
dato questa risposta immantamente fuggirà"»!
(cf. I Fioretti, cap. XXIX).
Grazie alla libertà evangelica della fraternità
francescana - vittoriosa sulla sua tendenza alla vita anacoretica
- gli venne anche la piena realizzazione della sua vocazione
contemplativa.
Narra la sua "Vita" che «si diede
in tal modo alla preghiera e fu così confermato da
Dio nella sublimità della vita mistica, che per quanto
dipendeva da lui sarebbe stato - e stava di fatto per molti
giorni - senza muoversi da dentro un piccolo cerchio, contemplando
Dio giorno e notte, se i frati non gli avessero interrotto
quella contemplazione».
E questa era per lui pace, riposo supremo.
Fu questo il suo carisma: si è detto all’inizio
che è sotto tale aspetto che il Poverello lo poneva
come modello per gli altri. Gli si può perciò
applicare - come forse a nessun altro - quanto afferma Celano
dello stesso S. Francesco: «non era tanto un uomo che
prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera
vivente»; fino ad arrivare a quell’iperbole unanimemente
riportata dai biografi primitivi e dallo stesso san Francesco:
«che pregava anche dormendo».
La vera contemplazione - quella che è «rapimento
ma non istupidimento», secondo l’arguta distinzione
di S. Teresa - è anche un elevato indice di santità.
«Una volta, essendo santo Francesco con la detta
famiglia (= con i frati con cui viveva) in uno luogo
in ragionamento di Dio, e frate Rufino non
essendo con loro in quello ragionamento, ma era nella selva
in contemplazione, procedendo in quello ragionare di Dio,
ecco frate Rufino esce della selva e passò
alquanto di lungi a costoro. Allora santo Francesco, veggendolo,
si rivolse alli compagni e domandolli dicendo: "Ditemi,
quale credete voi che sia la più santa anima, la quale
Iddio abbia nel mondo?".
E rispondendogli costoro, dissono che credeano che fusse la
sua.
E santo Francesco disse loro: "Carissimi frati, io sono
da me il più indegno e il più vile uomo che
Iddio abbia in questo mondo; ma vedete voi quel frate Rufino
il quale esce ora della selva? Iddio m’ha rivelato che
l’anima sua è l’una delle tre più
sante anime del mondo; e fermamente io vi dico che io non
dubiterei di chiamarlo santo Rufino in vita sua, con ciò
sia cosa che l’anima sua sia confermata in grazia e
santificata e canonizzata in cielo dal nostro Signore Gesù
Cristo".
E queste parole non diceva mai santo Francesco in presenza
del detto frate Rufino» (cf. I
Fioretti, cap. XXXI).
La sua fine giunse per lui come qualcosa di beatificante.
Si trovavano gravemente malati alla Porziuncola
tre dei nostri primi frati: Leone, Rufino
e Bernardo.
Morto quest’ultimo, frate Leone, che sembrava il più
grave, vide in sogno una lunga teoria di frati celestiali,
che venivano in processione verso la Porziuncola.
In mezzo a tutti gli altri ce n’era uno così
splendido, che si restava abbagliati a guardarlo. Frate Leone
domandò a uno del celeste corteo: «Chi siete
e per che cosa venite?». «Veniamo a raccogliere
l’anima di un frate, malato qui alla Porziuncola,
che ben presto morirà».
«E chi è - seguitò a interrogare
frate Leone - quello dagli occhi così splendenti?».
«Come? Non lo conosci? E’ frate Bernardo da
Quintavalle, che guardava tutti con occhio buono, e nella
sua umiltà pensava bene perfino dei cattivi, e quanto
vedeva di bello nelle creature lo riferiva al loro Creatore».
Svanita nel sogno la visione, frate Leone la raccontò
il giorno seguente a frate Rufino, concludendo
tutto contento con questa convinzione: «Carissimo,
spero di partire presto per il viaggio che mi condurrà
a Dio».
Ma frate Rufino gli replicò, con la
sicurezza di chi sa bene quello che dice: «Ti sbagli,
fratello: è infatti la mia morte imminente e la mia
salvezza che ti è stata rivelata».
E intrecciarono una deliziosa discussione, cui pose fine frate
Rufino con questa dichiarazione: «Carissimo,
tu l’hai visto in sogno, ma io ho visto e udito la stessa
cosa mentr’ero ben sveglio. E in quel corteo celeste
era presente anche il beato Francesco, il quale mi ha detto
che venivano ormai a prendermi con loro. E nel dirmi questo,
mi ha dato sulle labbra un bacio dolcissimo, che mi ha lasciato
con la bocca esalante una meravigliosa fragranza. Accostati
a me, e sentirai quel profumo delizioso».
E frate Leone, accostatoglisi, avvertì che la bocca
di frate Rufino esalava tale e tanta fragranza
da restarne inebriati di piacere; e gli credette.
Frate Rufino convocò allora tutti
i frati, li esortò a conservare l’umiltà
e l’amore reciproco, e con queste parole s’addormentò
placidamente nel Signore. Le sue labbra rimasero sigillate
per sempre dal “bacio dolcissimo” della
pace francescana.
Era il 14 novembre del 1270, esattamente un anno prima della
morte di frate Leone.
«Lo seppellirono con molto onore e grande concorso
di popolo nella basilica di S. Francesco»:
il quarto delle due coppie di compagni che là fanno
da scorta al Poverello di generazione in generazione.
Colui che era stato sul punto di abbandonarlo definitivamente,
per aggrapparsi testardamente al proprio temperamento, è
ora insignito del privilegio di vedere compiersi in sé
la benedizione di Dio per gli amanti perfetti: che nemmeno
la morte li separi.
Liberamente tratto da D. Elcid Celigueta,
I primi compagni di San Francesco, E.M.P. 1995, pp. 156-166.
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