Quando Francesco vide che
Bernardo da Quintavalle e Pietro
Cattani lo seguivano, non avendo altro bagaglio che
il santo e gioioso ideale che condividevano, dette ai due
compagni un vestito come il suo, alla maniera dei contadini
del posto, e scesero a vivere nel bosco della pianura di Assisi,
accanto alla Porziuncola - a mezza
lega circa dalla città -, una cappellina che Francesco,
da bravo muratore di Dio, aveva riparato.
Egli e i suoi compagni non facevano altro che pregare e conversare
sulle realtà divine, nutrendosi di ciò che ricevevano
in elemosina.
Viveva nella città (o nel contado) di Assisi
un giovane semplice, pio e gioviale, di nome Egidio.
Nei giorni in cui il figlio di Pietro Bernardone operò
la grande svolta della sua vita, a Egidio
cominciò a "ruotargli per la testa",
fino a diventare una vera ossessione, la seguente idea: «Come
potrei io piacere in tutto al Creatore d'ogni cosa?».
Presto egli sentì commentare da un suo conoscente la
prodezza cittadina del nobile Bernardo da Quintavalle e del
savio canonico Pietro Cattani, che si erano uniti a Francesco,
rinunciando a tutto.
Erano trascorsi pochi giorni da quei fatti.
Il racconto di quella storia fu come una luce di fuoco inviata
da Dio a rischiarare la sua mente. Il giorno seguente, alzatosi
prima del sorger del sole, Egidio si diresse
alla chiesa di S. Giorgio, e là,
assorto, pregò intensamente.
Prese quindi una decisione: seguire Francesco!
Gli corse incontro, giù nella piana della Porziuncola,
e, trovatolo, s'inginocchiò ai suoi piedi.
E come saluto, lo supplicò di accettarlo nella sua
compagnia.
Francesco, presolo per mano, lo fece alzare e proseguì
il cammino lungo il sentiero, conversando con lui sulla bellezza
della sua vocazione e incoraggiandolo alla fedeltà.
Chiamò quindi a gran voce frate Bernardo, e presentandogli
Egidio gli disse: «Guarda, il Signore
ci ha inviato un buon frate».
I tre, entrati nella capanna di frasche, si unirono a Pietro,
e tutti insieme mangiarono di quel che avevano, uno più
contento dell'altro.
Era il 23 aprile del 1208; Egidio
aveva intorno a diciotto anni.
Francesco iniziò subito ad amare questo suo terzo compagno
con profondo affetto, tanto che, di lui, era solito: «Ecco
il mio cavaliere della Tavola rotonda».
Egidio per alcuni giorni continuò
a indossare l'abito che aveva quand'era venuto.
Francesco salì poi con lui in città, alla ricerca
di un po' di stoffa, perché potesse vestirsi come loro.
Mentre salivano, incontrarono una poveretta che chiese loro
l'elemosina. Francesco, guardando Egidio, gli disse con un
sorriso: «Carissimo, regaliamole il tuo mantello
per amore del Signore Iddio». Felicissimo, Egidio
se lo tolse prontamente e glielo diede.
Poco più tardi, cinto come gli altri dell'umile saio,
venne incorporato nell'"Ordine".
Erano ormai in quattro; Francesco pensò, allora, di
poter imitare i discepoli del Signore, andando per il mondo
a due a due.
Inviò a Bologna i frati Bernardo
e Pietro; egli, in compagnia di frate Egidio,
partì per la Marca di Ancona.
Procedendo felici per la via, Francesco disse un giorno a
frate Egidio: «Il nostro Ordine
è come un pescatore: getta le sue reti in mare, le
reti prendono un'enorme quantità di pesci, ed egli
seleziona quelli grandi e butta di nuovo in acqua quelli piccoli».
L'ingenuo frate, sorpreso, spalancò gli occhi: ma se
erano appena in quattro! Nella sua ingenuità intuì
con fede spontanea che Francesco, oltre ad essere simpatico
e buon cantore, fosse anche profeta. Se ne rallegrò,
sognando che sarebbero arrivati ad essere in molti.
In quella prima escursione apostolica attraverso i villaggi,
Francesco non teneva propriamente delle prediche: si avvicinava
a quanti incontrava, parlando familiarmente loro e incitandoli
ad amare e adorare Dio, e a far penitenza dei propri peccati.
Ed Egidio, che non sapeva dire nemmeno questo,
quando il Santo concludeva la sua esortazione, diceva alla
gente: «Molto ben detto. Fidatevi di lui!».
Attraverso quei borghi e villaggi, Francesco ed Egidio
sperimentarono di tutto: alcuni li ricevevano con sorpresa
o diffidenza, altri come uomini di Dio, altri ancora si prendevano
beffe di loro, colmandoli di improperi. Quando era quest'ultima
la sorte che li aspettava, frate Egidio ne
godeva più che degli apprezzamenti e degli elogi, dicendo
di non desiderare altra gloria che soffrire per Cristo.
Francesco, dal canto suo, nel vedere un discepolo ancora novizio
e già così progredito, era fiero del suo compagno.
Questa esperienza lasciò a Egidio
la passione del camminatore instancabile. Sappiamo che andò
varie volte a Roma, visitò
il santuario di San Nicola nella città di Bari,
quello di San Michele del Monte Gargano,
anche quello di Santiago di Compostella;
si recò in Terra Santa e
in molti altri luoghi, sempre vivendo alla perfezione gli
insegnamenti del Santo assisiate.
Più tardi - il Poverello aveva ormai lasciato questa
terra ed era stato elevato agli onori degli altari - un tale
domandò a Egidio: «Cosa
pensi tu di S. Francesco?». Egli rispose prontamente:
«Nessuno dovrebbe pronunciare il suo nome senza
leccarsi le labbra per la dolcezza».
Il Celano sottolinea magnificamente quanto Egidio
fosse «esempio di lavoro manuale». Egli
costruiva casse per custodirvi bicchieri o prodotti essiccati.
Maneggiava con particolare abilità giunchi, vimini
e canne, con cui intrecciava delle ceste per la raccolta dei
prodotti dei campi, o rivestimenti per vasi di cristallo o
di terracotta; fabbricava pure tali recipienti di terracotta.
Vendeva poi la sua mercanzia in cambio del cibo per sé
e per i suoi frati. Si dava anche al lavoro di taglialegna,
caricando sulle proprie spalle il fastello più grande
che poteva, per poi venderlo per le strade, in cambio del
solo "pane quotidiano".
Un giorno, tornando dal bosco col suo carico di fascine, gli
si accostò una donna decisa a comprargli tutto quello
che aveva. Egidio giunse ad un accordo: tanto
di legna, tanto da mangiare. Accertatasi che si trattava di
un religioso, la donna volle dargli più del pattuito,
ma il frate rifiutò con la sua allegra ironia: «Non
voglio che mi vinca l'avarizia». E non solo non
accettò di più, ma prese solo la metà
di quanto stabilito, con grande ammirazione della stessa donna.
Egidio non rifiutava nessun lavoro, purché
potesse assolverlo con onestà; le quattro stagioni
dell'anno gli fornivano un'occupazione loro corrispondente.
Nel periodo della vendemmia non aveva difficoltà a
recarsi con i braccianti nelle vigne a cogliere uva, caricarla,
pigiarla con i propri piedi nel tino. Non esitava neppure
a raccogliere noci; a mietere il grano, chiedendo, in cambio,
solo quanto bastava per cibarsi, e spesso lo offriva ai poveri!
Nei periodi in cui la campagna non offriva lavoro, Egidio
si industriava egualmente per non stare con le mani in mano.
Si recava nei monasteri, e, in cambio di alcuni pani, si poneva
al servizio dei monaci per setacciare la farina o per provvedere
all'acqua; giunse persino a ricoprire il ruolo di seppellitore
di morti!
Recita la "Regola": «lavorino...
così che... non spengano lo spirito della santa orazione
e devozione, al quale devono tutte le altre cose temporali».
Frate Egidio interpretò alla lettera
quanto espresso da Francesco d'Assisi: accanto al lavoro,
pose sempre la preghiera. Quella «prontezza, precisione
e gioia» con cui lavorava, gli venivano dalla gioia,
precisione e prontezza con cui si dedicava al lavoro con Dio,
nella preghiera.
Rare volte contrattava un lavoro per l'intera giornata, e
ciò allo scopo di avere tutto il tempo necessario per
la preghiera; se qualche volta accettava di lavorare per la
giornata intera, non tralasciava mai di prendersi il suo tempo
per la recita ordinata delle "Ore canoniche".
E le domeniche e i giorni festivi «andava in chiesa
molto presto per rimanervi tutto il giorno, occupato in pensieri
divini».
Si tramanda che Egidio: «era sempre
di buon umore e disposto a tutto. Quando poi dialogava sul
Signore, era fuori di sé dalla gioia e rispondeva con
la più grande devozione. Tra le altre dimostrazioni
di questa sua meravigliosa devozione, baciava tutto esultante
i fusti delle piante e le pietre. Tali espressioni della sua
vita ci ricordano che per Francesco "la letizia che traspare
all'esterno consiste nella prontezza a operare il bene",
e che lo stesso Poverello baciava le pietre e gli alberi perché
gli ricordavano in particolar modo il suo Amore, Gesù
Cristo. Frate Egidio aveva imparato anche
questo dalla letizia del suo maestro. Era come se egli avesse
la gioia nel sangue: Dio ha creato l'uomo comunicandogli la
sua bontà, la sua grazia e il suo amore. L'uomo deve
dunque mostrarsi, per natura, affabile e benigno».
E poiché era così allegro di carattere, gli
piaceva cantare e suonare la viella (o viola), una piccola
chitarra fatta con canna di miglio, accompagnandosi con essa
quando si sentiva ispirato a dire qualcosa di bello alle sue
virtù più amate, o quando ribatteva a ragionamenti
capziosi con argomenti veri.
E' universalmente conosciuta la cosiddetta "Preghiera
semplice" di S. Francesco («Dove
c'è odio, io porti l'amore, ecc.»), che,
in realtà non gli appartiene, anche se ne riprende
perfettamente lo spirito. E' invece di Egidio
questo che può essere considerato un precedente letterario
di quella fortunata preghiera: «Beato chi ama e
non desidera essere amato; beato chi rispetta e non desidera
essere rispettato; beato chi serve e non desidera essere servito;
beato chi si comporta bene con gli altri e non desidera che
gli altri si comportino bene con lui».
Quando sentiva parlare dei sacramenti e dei canoni della Chiesa,
Egidio li raccomandava con gioia e fervore
grande, ed esclamava: «Oh chiesa romana, nostra
santa madre! Noi, poveri e ignoranti, non ti conosciamo, né
te né la tua bontà. Tu ci istruisci sul cammino
della salvezza, ce lo prepari, ce lo indichi. Chi lo segue
non avrà mai a inciampare, ma salirà a poco
a poco verso la gloria».
E poiché era un carattere così francescanamente
lieto, era anche francescanamente semplice: fu santamente
lieto perché santamente semplice, di una semplicità
che ci ricorda a volte quella incomparabile di frate Ginepro.
Francesco lo stimava tanto e aveva tale fiducia in lui da
lasciarlo libero di risiedere dove volesse; ma egli non volle
usare di questa libertà.
«Cosa vuoi che faccia e dove vuoi che vada?»,
domandò un giorno frate Egidio a frate
Francesco. E questi gli rispose: «Per te c'è
sempre un luogo pronto dove andare: Vai dove vuoi».
E frate Egidio partì liberamente per
quelle destinazioni che sono tutte di Dio.
Ma presto sentì quella libertà come qualcosa
di angustiante. In capo a pochi giorni tornò da Francesco:
«Mandami dove vuoi, ma dimmi dove, perché
in quest'obbedienza così libera non trova pace la mia
coscienza».
Francesco allora lo inviò all'eremo di
Fabriano. E da quel momento lo inviava, per
obbedienza, in un posto o nell'altro.
L'essere così semplice non tolse ad Egidio
prestigio e autorità. La ebbe infatti, e grande, in
tutto l'Ordine. I Tre Compagni e lo stesso S. Bonaventura
contarono su di lui, per scrivere le rispettive Vite
di S. Francesco. Essi, inoltre, lo chiamavano abitualmente
"padre", appellativo non usato per gli
altri compagni del Poverello, e senza che egli fosse sacerdote,
mentre altri lo erano. A sua volta, egli chiamava spesso "figli"
i suoi fratelli spirituali.
Accorrevano in molti a chiedergli consiglio: frati, chierici
dell'alta gerarchia e di rango più modesto, e ogni
classe di laici; con semplicità e con soddisfazione
si rivolgevano a lui per strappargli alcuni dei suoi fervorosi,
incisivi e azzeccati proverbi.
Senza che egli fosse polemico per temperamento, i più
fedeli allo spirito primitivo lo scelsero come appoggio e
modello nella lotta per il francescanesimo autentico, inoltre,
«i suoi consigli cambiarono cuore e mente di molti
che erano tentati di abbandonare l'Ordine».
Tutto ciò che veniva da lui era bene accetto, perché
lo diceva senza malizia e con amore, veniva quindi accolto
come un regalo dell'uomo buono che egli era.
Frate Egidio, come sopra riferito, fu «instancabile
camminatore». Ma questo durò finché
il Signore lo volle fermo davanti a Lui, per condurlo per
le sue vie più eccelse, benché sia anche vero
che perfino in questa nuova fase della sua vita assorta in
Dio se ne andava di eremo in eremo.
Dedito dapprima al lavoro delle mani, si andò sempre
più appassionando a quello della preghiera, al punto
di finire per dedicare tutto il suo tempo alla contemplazione,
che per lui non fu più un lavoro, ma il suo riposo
divino.
Egli conobbe realmente le tre tappe progressive della più
alta santità: la via purificatrice o di conversione,
la via illuminativa o di contemplazione,
e la via unitiva o di fusione con Dio nell'estasi.
Si possono persino segnare queste pietre miliari con alcune
date concrete; il suo biografo annota che, «a sei anni
dalla sua conversione» - nel 1215 -, si verificò
in lui quel cambiamento radicale dalla preghiera alla contemplazione;
e nel 1226 il Signore gli fece la grazia di una straordinaria
estasi, la cui atmosfera spirituale lo accompagnerà
sino alla morte.
Lo stesso Celano, senza volerlo, attesta una simile progressione:
«Frate Egidio, uomo semplice, retto
e timorato di Dio, in tutta la sua lunga vita praticò
la santità, la giustizia, la pietà, lasciandoci
esempi di obbedienza perfetta, lavoro manuale, amore al raccoglimento
e alla contemplazione religiosa».
S. Bonaventura lo presenta in modo analogo, in termini mistici
elevati. Il suo biografo lo esprime più al vivo: «Dopo
che frate Egidio giunse a essere un uomo
perfettissimo attraverso i lavori della sua vita attiva e
alcune afflizioni dello spirito, il Signore lo condusse alla
quiete e alla consolazione della vita contemplativa».
Nel ritratto-modello, singolare e plurale, del frate minore,
Francesco d'Assisi attribuisce a frate Egidio
«la mente elevata nella contemplazione fino alla
più alta perfezione».
E' pure molto espressivo il titolo della sua Vita,
con una qualifica più superlativa di quella delle altre
Vite: «Vita di frate Egidio, uomo santissimo
e contemplativo».
Il beato frate, vivendo immerso nelle realtà divine,
era solito dire: «La purezza di cuore vede Dio,
la devozione si nutre di lui»; «Chi più
ama, più desidera»; «Contemplare
è separarsi da tutto il resto per unirsi a Dio solo».
E il suo biografo testimonia: «Mangiava una sola
volta al giorno, e pochissimo»; «Desiderava
poter vivere nutrendosi unicamente di foglie d'albero, per
evitare di aver a che dire e che fare con gli uomini, e impiegare
in tali cose il minor tempo possibile. Ma quando tornava nel
gruppo dei frati, si presentava premuroso e lieto, lodando
Dio; e diceva loro, mescolando alcune parole di S. Bernardo
con altre di S. Paolo: "Non si può dire con la
lingua, ne spiegare in senso letterale, ne può entrare
nel cuore dell'uomo quello che il buon Dio ha preparato per
coloro che lo vogliono amare"».
Abbiamo già accennato alle "estasi"
che investirono frate Egidio: la prima avvenne
nel 1215, a sei anni dalla sua conversione francescana. Fu
nell'eremo di Fabriano, nella pianura
di Perugia. Egli stava pregando con fervore, quando si sentì
simile ad una boccetta colma del balsamo dolcissimo dell'amore
del Signore: «era come se Questi gli facesse uscire
l'anima dal corpo perché potesse vedere con piena lucidità
le recondite bellezze della Divinità. E a mano a mano
che l'anima saliva, cominciò ad avvertire che il suo
corpo andava morendo, distaccandosi, a cominciare dai piedi
fino alla parte più alta. E trovandosi l'anima fuori
dal corpo - così gli sembrava -, lo Spirito Santo lo
illuminò, perché la vedesse e gioisse di vederla
quale Egli l'aveva trasformata con la sua grazia: preziosissima,
splendente, divinamente bella. Neppure vicino alla morte,
acconsentì di rivelarne ulteriori dettagli».
Ma la sua "grande estasi" avvenne nove
anni dopo, a pochi mesi dalla morte di S. Francesco, intorno
al Natale del 1226, presso l'eremo di Cetona,
nei dintorni di Perugia.
Vi si era ritirato col suo compagno di maggior fiducia, che
aveva egli stesso educato sin dalla sua gioventù; si
era là rinchiuso, per prepararsi, nel digiuno e nella
preghiera, al Natale del Signore.
Gli ultimi giorni li trascorse vegliando giorno e notte in
devotissima e ardente preghiera. E gli apparve il Signore
Gesù Cristo: lo vide con gli occhi della sua carne!
In quel momento si sentì inebriato di tale profumo
nell'anima e di tale dolcezza nel cuore, che gli pareva di
agonizzare di gioia, e che da un momento all'altro sarebbe
anche potuto morire, incapace di sopportare tanta delizia.
E si mise a gridare con voce incontenibile, una voce che fece
tremare il cuore dei frati che l'udirono. Uno di essi corse
a cercare il compagno amico e l'obbligò ad accorrere:
«Vieni, vola, che frate Egidio sta morendo!».
L'amico corse da lui come un fulmine, e gli disse: «Cosa
ti succede, padre?». «Vieni, figlio,
vieni, che desideravo vederti». E lo mise ansiosamente
al corrente di quanto gli era accaduto.
Questa estasi, con le sue intermittenze, durò da tre
giorni prima di Natale fino all'Epifania: due lunghe settimane
di Paradiso!
A lui sembrava qualcosa di eccessivo, perfino insopportabile,
e supplicava il Signore di liberarlo, perché egli -
peccatore, rozzo, semplice, incolto - non era da tanto; ma
quanto più se ne confessava indegno, tanto più
il Signore riversava su di lui il dono dolcissimo della sua
grazia.
A partire da quella apparizione, frate Egidio
era solito cadere in estasi per un nonnulla. Cercava quindi
insistentemente la solitudine; quasi non usciva di cella.
Ma non poteva nascondere tanta grazia del Signore.
Come gli si parlava di Dio, o della gloria e felicità
del Paradiso, veniva immediatamente rapito in estasi, rimanendo
per lungo tempo estraneo a tutto ciò che lo circondava.
Succedeva perfino che i pastori e i bambini, sapendo di tale
fenomeno, si divertissero gridando verso di lui, appena lo
vedevano: «Paradiso, paradiso!». Al che
frate Egidio andava letteralmente in estasi. Al contrario,
i frati che desideravano comunicare con lui, evitavano la
parola "Paradiso", per non perdere la sua
conversazione, a causa del rapimento estatico.
Egidio cominciò a fare vita ritirata
evitando gli uni e gli altri, e giustificandosi con i suoi
proverbi: «Chi meglio tratta l'affare della propria
anima, provvede pure meglio al bene degli altri»;
«Per una piccola disattenzione si può perdere
una grande grazia, e in modo irrimediabile, come quelli che
giocano a dadi e che, per un solo punto, possono perdere tutto
quello che hanno guadagnato prima».
Il nostro uomo arrivò così
a pendere dal cielo più che calcare la terra, quella
terra che egli aveva prima tanto lavorata e tanto pestata
col suo camminare. Diceva a se stesso, con accento di umile
confusione: «Finora andavo dove mi piaceva e facevo
quel che volevo, lavorando con le mie mani. Adesso invece,
e da qui in avanti, non posso darmi al lavoro com'ero solito
fare; eppure sento dentro di me che mi conviene fare così.
E questo mi riempie di timore, nel pensare che mi possano
chiedere qualcosa che non sono capace di dare».
Fu un compagno a liberarlo da quest'ansietà: «Sta
bene che tu diffidi sempre di te stesso, pensando però
sempre con fiducia: Colui che offre a qualcuno una grazia,
gli da' anche come saperla conservare».
Quel compagno aveva detto una cosa giusta: le paure di un
proverbio vengono eliminate con un altro proverbio; gli tolse
così la spina dell'inquietudine, riportandolo alla
pienezza della pace.
Egidio era totalmente cambiato. Prima coltivava,
come il fiore più bello del suo spirito, l'ansia del
martirio: dare la vita per Cristo, come Cristo l'aveva data
per lui. Per riuscire in quest'intento raggiunse anche la
Tunisia, con l'obbedienza di Francesco.
Adesso no. Adesso conosceva un'altra morte e un'altra vita:
la morte a se stesso, la vita con Dio. Ed esclamava: «Sono
contento che allora non mi abbiano martirizzato».
Natale davvero benedetto quello del 1226!
In esso il nostro frate Egidio rinacque con
Gesù. Da allora cominciò a vivere come un beato
del cielo. Giunse a dire, riferendosi a se stesso: «So
di un uomo che ha visto così chiaramente Dio da perdere
del tutto la fede».
Vedendolo così immerso in Dio, un altro suo compagno
commentava: «Porta deliziosamente dentro di sé
il Figlio della Vergine».
Da quel Natale di Cetona, durante
i trentun anni che gli rimasero da vivere, il nostro uomo
considerò quel luogo come il più degno di venerazione
che vi fosse al mondo.
A frate Egidio, naturalmente, non mancarono
prove, dispiaceri, afflizioni, dolori lungo il cammino della
sua vita, che si acutizzarono nell'ultimo anno.
Il Maligno si accanì contro di lui, lanciandogli alla
disperata forti attacchi psicologici, e persino fisici. Sofferente
e angosciato, si sfogava col suo fedele compagno: «Perché
il diavolo si da tanto da fare per ostacolare i benefici di
Dio? Fosse solo una volta o l'altra, sarebbe sopportabile.
Sta pur certo, però, che più egli lotta contro
Dio nel tentativo di togliermi la pace, più grande
sarà la sua sconfitta».
Così egli sopportava tutto con fermezza, fiducia e
pazienza; e diceva: «L'inizio del mio servizio a
Dio non è stato mio, ma di Dio. Di Dio sarà
egualmente la mia fine, per la sua misericordia. Il diavolo
non sarà certo più forte di Lui».
Sperimentava la sua debolezza, passava per il suo Getsèmani,
saliva il suo Calvario. Era Dio che lo stava purificando.
Non perdette comunque né l'acutezza di mente né
il fervore del cuore. Ripeteva ora all'uno ora all'altro dei
suoi frati: «Che te ne pare, fratello? Ho trovato un
tesoro così grande, così prezioso, che la mia
lingua di carne non sa né descriverlo né valutarlo.
Che ne pare a te? Se il Signore ti illumina al riguardo, dimmelo».
Lo diceva in maniera infuocata, come ubriaco d'amore divino.
E gli altri non riuscivano a rispondergli: non sapevano se
dirgli che si trattava della sua unione con Dio nella preghiera,
o se era la gioia che provava per l'imminente abbraccio con
Cristo in cielo, perché prevedeva vicina la propria
morte.
Quando poi insistevano affinché mangiasse qualcosa,
egli era solito rispondere con un sorriso luminoso: «Ho
già con me, fratello, il cibo migliore».
I cittadini di Perugia si preoccuparono:
Egidio aveva trascorso tanti anni nella loro
città: lo ritenevano il "loro santo".
Distaccarono, quindi, un picchetto permanente di soldati a
vigilare, perché nessuno potesse strappar loro la reliquia
del suo corpo, come avevano fatto quelli di Assisi con Francesco.
Egli avrebbe preferito che lo seppellissero alla Porziuncola,
tuttavia lasciava fare. Volle perfino essere profeta e dette
ai suoi frati un incarico: «Dite a quelli di Perugia
che per me non avranno da suonare le campane, né a
motivo di grandi miracoli né per la mia canonizzazione.
Non sarà dato altro segno che non sia quello di Giona».
Quando vennero a sapere di quell'annuncio che sapeva di profezia,
i perugini commentarono: «Beh, canonizzato o no,
lo vogliamo con noi!».
Aveva settantadue anni.
Il suo stato di salute si andò aggravando. Febbre alta,
tosse frequente, insistente mal di testa, fastidiosa oppressione
al petto; senza poter mangiare, né dormire, né
riposare. Dovevano metterlo a sedere sul letto, perché
trovasse un po' di sollievo.
Sentendo giunta la sua agonia, «lo misero disteso sul
suo povero giaciglio. E in tutta serenità, senza una
smorfia né uno spasimo, occhi e labbra sigillate -
quasi a custodire gelosamente il suo tesoro interiore -, quell'anima
santissima, liberata dalla carne, fu rapita in Paradiso».
Così descrive la sua morte il biografo.
Era il 23 aprile del 1262, festa
di S. Giorgio, la stessa data della sua "nascita
francescana" presso la Porziuncola,
59 anni prima.
Con lui moriva il più idealista di coloro che il giullare
di Dio chiamava "I miei Cavalieri della Tavola
Rotonda".
Fu sepolto nello stesso eremo di Monteripido,
vicino alla città di Perugia.
I perugini, cercando dei marmi con cui costruirgli un degno
sepolcro, si imbatterono in una tomba sulla quale era raffigurata
la storia di Giona, e allora interpretarono le parole profetiche
del benedetto frate Egidio: il segno biblico
dato da Gesù come annuncio della sua risurrezione,
era servito a lui, per esprimere come la sua vita eterna con
Cristo fosse l'unica gloria postuma che lo interessava.
Più tardi venne innalzata una bella chiesa nel luogo
stesso in cui aveva ricevuto tanti favori celestiali: nella
costruzione dell'edificio furono utilizzate le pietre della
sua cella e il legno di un albero vicino, sotto il quale si
era tante volte incontrato con Cristo nelle sue estasi.
Pio VI, il 4 luglio 1777 ne approvò il culto di Beato,
fissandone la sua festa per l'Ordine al 23 di aprile, data
iniziale e terminale di questo genuino francescano della prima
ora.
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